
C’è un numero che, da solo, racconta mezzo dibattito sulle telecomunicazioni europee: 48%. È quanto in più, per ogni connessione, hanno investito dal 2016 gli operatori dei mercati europei a tre player rispetto ai colleghi dei Paesi dove i concorrenti sono quattro. A metterlo nero su bianco è GSMA Intelligence, il braccio di ricerca dell’associazione mondiale degli operatori mobili, nel rapporto “Efficient operator scale in European mobile markets” pubblicato in questi giorni di fine luglio. La tesi è netta: l’Europa è la regione meno concentrata al mondo nel mobile, e questa frammentazione — un tempo vanto della concorrenza — è diventata un freno agli investimenti, alla qualità delle reti e alla corsa verso il 5G più evoluto. E in questa fotografia l’Italia occupa una posizione tutta sua: è uno dei pochissimi mercati al mondo dove gli operatori, invece di diminuire, sono aumentati.
Tre operatori investono di più (e i prezzi non salgono, dice il report)
Il cuore dello studio è un confronto di lungo periodo tra mercati a tre e a quattro reti infrastrutturate. Oltre al capex per connessione più alto del 48%, i mercati a tre hanno registrato velocità medie di download e upload superiori di circa il 15%, coperture 4G e 5G raggiunte più in fretta e un’adozione più rapida dei nuovi servizi. Il punto più delicato, quello dei prezzi, viene affrontato di petto: secondo le analisi tariffarie di GSMA Intelligence non emergono differenze sistematiche tra mercati più o meno concentrati, i ricavi per gigabyte sono scesi ovunque e le regressioni sul periodo post-2017 non mostrano rincari associati alle fusioni. Anzi, in alcuni casi le offerte d’ingresso risultano perfino più economiche nei mercati concentrati, perché le economie di scala — finché il mercato resta contendibile — vengono in parte girate agli utenti.
Lo studio passa poi ai raggi X le operazioni realizzate dal 2010 in Austria, Irlanda, Norvegia e Paesi Bassi, fino alle più recenti in Spagna, Romania e Regno Unito, confrontandole con mercati simili rimasti invariati. Dopo le fusioni, il capex per connessione è cresciuto tra il 33% e il 45%, la copertura 5G ha guadagnato tra 4 e 17 punti percentuali e, nei casi abbastanza maturi da poter essere valutati, le velocità di download sono salite in media di 9-11 Mbps. Quanto ai ricavi medi per utente, nessun balzo post-fusione: le stime più robuste indicano addirittura un calo di circa un dollaro e mezzo al mese. Sulle operazioni più fresche — quelle chiuse tra 2024 e 2025, compresa la VodafoneThree britannica di cui abbiamo appena raccontato l’epilogo — il rapporto invita però alla pazienza: le integrazioni di rete richiedono anni prima di mostrare i loro effetti.
Perché la scala è diventata questione di sopravvivenza
Dietro i numeri c’è una trasformazione economica che chiunque segua il settore conosce bene. Nell’era della voce e degli SMS più clienti significavano più ricavi, e più reti potevano convivere. Con i dati mobili l’equazione si è rotta: il traffico continua a esplodere, ma il ricavo per utente è fermo o in calo, e con oltre l’80% degli europei già connessi a Internet mobile a fine 2025 non ci sono più nuovi clienti da conquistare per finanziare la capacità aggiuntiva. Intanto il conto del prossimo ciclo tecnologico si fa pesante: circa 270 miliardi di euro serviranno nel decennio 2026-2036 solo per mantenere e aggiornare le reti mobili del continente, cui potrebbero aggiungersene altri 200 per colmare il divario con i leader digitali mondiali. Il tutto mentre, su quindici grandi gruppi analizzati, quasi la metà fatica a tenere il ritorno sul capitale sopra il proprio costo.
Il ritardo si vede soprattutto sul 5G standalone, la versione “vera” della quinta generazione, quella con core dedicato, network slicing e latenze da servizi industriali. A fine 2025 nessun mercato europeo incluso nel 5G Connectivity Index superava il 10% di adozione, contro l’81% della Cina, il 52% dell’India e il 32% degli Stati Uniti. Un divario che si somma ai tanti dossier aperti a Bruxelles sul futuro delle reti, dalla proposta di un’Unione dello Spettro con le aste gestite a livello UE in giù.
La U rovesciata e il caso Italia
Per non ridursi al mantra “meno operatori uguale più investimenti”, gli economisti di GSMA Intelligence disegnano una curva a U rovesciata: misurando la concentrazione con l’indice HHI, gli investimenti crescono con la scala fino a una fascia ottimale stimata tra 3.100 e 4.000 punti, oltre la quale troppa concentrazione spegne gli incentivi. Il punto è che un tipico mercato europeo a quattro player oggi viaggia intorno a quota 2.500: ben sotto la soglia critica. Il passaggio a tre, sostiene il report, porterebbe la maggior parte dei Paesi proprio nella zona dove gli incentivi a investire sono massimi, non oltre.
E l’Italia? Il rapporto la classifica tra i casi di studio più particolari d’Europa. La fusione Wind-Tre aveva portato il mercato a tre reti; l’arrivo di Iliad nel 2018 lo ha riportato a quattro, facendo del nostro Paese — insieme a Germania, Cipro e Macedonia del Nord — uno dei pochi al mondo in cui gli operatori sono aumentati tra il 2017 e il 2025, mentre 35 Paesi li vedevano diminuire. Per i nuovi ingressi il verdetto dello studio è severo: aggiungono una rete ma non creano clienti, non producono aumenti significativi del capex per connessione e si associano a velocità inferiori rispetto ai mercati di controllo. Parole che suonano come musica per Pietro Labriola, che presentando la trimestrale del ritorno all’utile di TIM ha ribadito la sua ricetta: “da quattro a tre operatori per migliorare il servizio”.
Il commento della redazione: prendiamo il rapporto per quello che è, lo studio più solido mai prodotto dalla lobby degli operatori a favore del consolidamento — e il conflitto d’interessi non rende falsi i numeri, ma impone di leggerli con occhio vigile. Da consumatori italiani, ricordiamo bene che l’ingresso di Iliad ha dimezzato le bollette e costretto tutti ad alzare la qualità: la “distruzione di valore” degli azionisti è stata, per anni, valore trasferito nelle tasche degli utenti. Ma è vero anche l’altro lato: con l’ARPU più basso d’Europa, il 5G standalone fermo al palo e 470 miliardi da trovare, il modello italiano a quattro reti più decine di virtuali somiglia sempre più a una coperta troppo corta. La partita vera si giocherà a Bruxelles, dove il Digital Networks Act dovrà decidere se la parola “consolidamento” resta un tabù antitrust o diventa politica industriale. Il report GSMA è una mossa d’apertura: robusta, interessata, e impossibile da ignorare.