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Telefonia Mobile

Il Wi-Fi che chiama i satelliti: la FCC vuole aprire oltre 225 MHz di spettro unlicensed al direct-to-device

redazione
Ultimo aggiornamento: 16/07/2026
redazione
11 Minuti di lettura
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Smartphone rivolto al cielo al crepuscolo con satelliti direct-to-device e onde Wi-Fi: la FCC propone spettro unlicensed per il D2D

C’è un’idea che circola da tempo nei corridoi della Federal Communications Commission, e ieri è diventata una proposta ufficiale: far parlare con i satelliti anche i dispositivi che non hanno una licenza di spettro. Il 15 luglio il presidente della FCC Brendan Carr ha annunciato un nuovo procedimento che punta ad aprire oltre 225 MHz di spettro unlicensed ai servizi satellitari direct-to-device, quelli che collegano un satellite direttamente al telefono (o a qualsiasi altro oggetto connesso) senza passare da una torre cellulare. La Commissione voterà la proposta all’Open Meeting di agosto, e se il via libera arriverà si aprirà un capitolo completamente nuovo per la connettività dallo spazio.

Contents
Cosa propone davvero la FCCUn mercato da 40 miliardi di dollari in cerca di frequenzeLa fisica è testarda: cosa può funzionare e cosa noPerché riguarda anche noi

Per capire perché la notizia è più grossa di quanto sembri, bisogna partire da una sigla che negli Stati Uniti conoscono bene: Part 15. Sono le regole FCC che governano i dispositivi radio senza licenza, ovvero l’ecosistema più affollato e vivace del pianeta wireless: il Wi-Fi di casa, il Bluetooth delle cuffie, i sensori IoT, i microfoni senza fili, perfino i telecomandi del garage e dell’auto. Tutti apparati che trasmettono su bande libere — la più celebre è quella dei 2,4 GHz — accettando per contratto qualsiasi interferenza, in cambio della libertà di non chiedere permessi a nessuno. È il modello che ha reso il Wi-Fi onnipresente e ha fatto nascere migliaia di prodotti senza che i produttori dovessero comprare frequenze all’asta.

Cosa propone davvero la FCC

Fin qui il direct-to-device ha vissuto nel mondo opposto, quello dello spettro licenziato e carissimo. Il quadro regolatorio americano del Supplemental Coverage from Space, adottato nel 2024, permette agli operatori satellitari di usare le frequenze terrestri degli operatori mobili — è così che AST SpaceMobile lavora con AT&T e Verizon, ed è così che Starlink offre il servizio con T-Mobile. La proposta annunciata ieri ribalta la prospettiva: il comunicato ufficiale della FCC parla di esaminare riforme che consentano ai dispositivi operanti in alcune delle bande Part 15 di comunicare con satelliti autorizzati, sia in uplink sia in downlink.

La Commissione, per ora, non ha specificato quali bande finiranno sul tavolo: il testo dice soltanto che si tratterà di “alcune delle bande Part 15” in grado di sostenere i requisiti di capacità e di fare da complemento alle altre frequenze già usate per il D2D. Come ha notato Broadband Breakfast, tra le candidate c’è quasi certamente la banda dei 2,4 GHz, che ha un vantaggio tecnico non banale: è adiacente allo spettro che Globalstar dedica già oggi ai servizi direct-to-device. Il documento completo sarà pubblicato sul sito della FCC in vista del voto di agosto, e solo allora sapremo con precisione dove la Commissione vuole andare a parare.

C’è poi una seconda gamba della proposta, passata più sottotraccia ma altrettanto curiosa: chiarire che gli apparati certificati Part 15 possono operare a bordo dei veicoli spaziali autorizzati dalla FCC, e perfino tra un veicolo e l’altro. Detto in parole povere: Wi-Fi e Bluetooth dentro e tra i satelliti, senza dover inventare ogni volta un quadro autorizzativo ad hoc. Per chi costruisce costellazioni, stazioni orbitali o servizi di manutenzione in orbita, è una semplificazione che può valere parecchio.

Un mercato da 40 miliardi di dollari in cerca di frequenze

La mossa non nasce nel vuoto. Negli ultimi dodici mesi lo spettro direct-to-device è diventato una delle merci più contese dell’intera industria delle telecomunicazioni, con una corsa all’accaparramento che la stessa FCC quantifica in oltre 40 miliardi di dollari transitati nella space economy americana da quando esiste il quadro del Supplemental Coverage from Space. I numeri parlano da soli: nel 2025 SpaceX ha speso 19,6 miliardi di dollari per rilevare 65 MHz di spettro D2D da EchoStar; AST SpaceMobile ha firmato un accordo da 550 milioni per usare le frequenze in banda L di Ligado; e nelle ultime settimane Amazon e Rocket Lab hanno messo sul piatto quasi 20 miliardi complessivi per acquisire rispettivamente Globalstar e Iridium, portafogli di spettro inclusi.

Quando le frequenze licenziate diventano così care, l’idea di attingere al serbatoio unlicensed smette di sembrare eccentrica e inizia a sembrare inevitabile. Nel suo blog, Carr ha rivendicato proprio questo: le decisioni recenti della Commissione hanno portato chiarezza regolatoria e stimolato quasi 50 miliardi di dollari di operazioni sullo spettro D2D in un anno, e ora l’obiettivo è “unire due delle aree più innovative della tecnologia wireless” per portare connettività nelle zone morte e aprire la porta alle idee di domani. La retorica è quella consueta della leadership americana sul next-gen tech, ma la sostanza c’è: nessun altro regolatore al mondo ha ancora messo nero su bianco un percorso per il D2D su spettro libero.

La fisica è testarda: cosa può funzionare e cosa no

Ora, mettiamo le cose in prospettiva, perché il rischio di farsi prendere dall’entusiasmo è concreto. Un access point Wi-Fi domestico trasmette con potenze nell’ordine dei 100 milliwatt, pensate per coprire un appartamento, non per chiudere un collegamento con un satellite che sfreccia a più di 500 chilometri di quota. I servizi direct-to-device esistenti — quelli che in Giappone hanno conquistato cinque milioni di utenti in due mesi con docomo e Starlink — funzionano perché dall’altra parte ci sono satelliti con antenne enormi e una sensibilità estrema, e perché lo smartphone trasmette su frequenze licenziate, protette e coordinate. Portare lo stesso miracolo su bande dove convivono milioni di router, cuffie e baby monitor è una sfida di tutt’altro livello, sia per il bilancio di collegamento sia per l’interferenza aggregata che miliardi di dispositivi Part 15 generano già oggi.

È probabile, quindi, che i primi usi concreti non somiglino affatto al “Wi-Fi dallo spazio”. Gli scenari più realistici riguardano l’IoT a banda stretta — sensori agricoli, tracker logistici, contatori in aree remote — dove bastano pochi byte ogni tanto e le antenne possono essere ottimizzate, oppure il downlink satellitare come complemento di capacità per dispositivi che in uplink continuano a usare altre strade. È lo stesso schema di crescita graduale che il settore ha già seguito: prima gli SMS d’emergenza, poi la voce, poi i dati, come raccontiamo nella nostra mappa del direct-to-device che diventa globale, con 45 operatori attivi e l’Africa pronta al debutto.

C’è anche un elefante nella stanza che si chiama interferenza al contrario: i dispositivi Part 15 non hanno diritto a protezione, ma le costellazioni che trasmettessero verso terra su quelle bande dovrebbero comunque convivere con l’ecosistema Wi-Fi esistente senza degradarlo, pena una rivolta dell’industria (e degli utenti). Aspettiamoci che il procedimento raccolga commenti al vetriolo da entrambi i fronti: chi vede nuove opportunità e chi teme di veder piovere interferenze dal cielo, letteralmente.

Perché riguarda anche noi

La FCC regola gli Stati Uniti, ma nel direct-to-device fa da apripista mondiale: il quadro del Supplemental Coverage from Space è stato imitato o studiato da mezzo mondo, e le decisioni americane orientano gli investimenti delle costellazioni globali — le stesse che poi chiedono l’autorizzazione anche in Europa. SpaceX, che ha appena chiesto alla FCC il via libera per 100.000 satelliti Gen3, progetta i suoi veicoli per servire tutto il pianeta; se una fetta di quello spettro unlicensed diventasse utilizzabile per il D2D negli USA, la pressione per armonizzare a livello ITU e CEPT arriverebbe di conseguenza. E l’Europa, che sul D2D si muove con la consueta prudenza, si troverebbe ancora una volta a inseguire.

Il nostro commento: la proposta di Carr è furba perché sposa i due ecosistemi che hanno prodotto più innovazione “dal basso” nella storia delle radiocomunicazioni — il satellite commerciale e l’unlicensed — e lo fa a costo politico quasi nullo, visto che non toglie spettro a nessuno. Ma la strada tra un Notice of Proposed Rulemaking e un servizio reale è lunga: servono anni di regole tecniche, chip dedicati e satelliti progettati apposta. Il valore vero, oggi, è il segnale al mercato: chi investe nel direct-to-device sa che il regolatore americano continuerà ad aprire porte invece di chiuderle. Per una tecnologia che vive di economie di scala, è forse l’ingrediente che conta di più.

Il calendario, intanto, è fissato: bozza pubblica sul sito della Commissione, voto all’Open Meeting di agosto. Se passerà, il procedimento entrerà nella fase dei commenti pubblici, e lì capiremo se il Wi-Fi che guarda il cielo è una visione o solo un bel titolo. Noi, nel dubbio, continueremo a tenere d’occhio entrambe le cose.

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