
C’è un numero che da lunedì sera circola con insistenza tra Washington e il resto del mondo delle telecomunicazioni: 100.000. È la quantità di satelliti che SpaceX ha chiesto di poter lanciare con la nuova generazione di Starlink, la Gen3, in una domanda depositata alla FCC — il regolatore americano delle comunicazioni — il 6 luglio 2026. Per capire la portata della richiesta basta un confronto: oggi l’intera costellazione Starlink, la più grande mai costruita nella storia, conta circa 10.700 satelliti attivi. SpaceX sta chiedendo il permesso di moltiplicarla per dieci. E come se non bastasse, nella stessa settimana una startup di Los Angeles praticamente sconosciuta ha presentato alla stessa FCC un piano da altri 100.000 satelliti. No, non è un refuso: ci sono due domande da centomila satelliti ciascuna sul tavolo del regolatore americano. Proviamo a fare ordine.
Un balzo di scala: da 10.000 a 100.000
Partiamo dal contesto, perché i numeri da soli rischiano di non dire nulla. Starlink ha superato a giugno i 12 milioni di clienti attivi in oltre 160 Paesi, un ritmo di crescita che ne fa ormai uno dei principali fornitori di connettività al mondo. La flotta attuale è composta da satelliti di prima e seconda generazione: per la Gen2 la FCC ha autorizzato complessivamente 15.000 unità, dopo il via libera di gennaio a un lotto aggiuntivo di 7.500. Fino a ieri, insomma, l’ordine di grandezza del “tetto” regolatorio era quello: quindicimila.
La domanda depositata lunedì, raccontata tra gli altri da SatNews e da Light Reading, cambia completamente scala: fino a 100.000 satelliti di terza generazione, distribuiti su due fasce di orbita bassissima — tra 323 e 327,5 chilometri la prima, tra 473 e 477,5 chilometri la seconda. Per fare un paragone casalingo, è come se un operatore mobile con 10.000 antenne chiedesse in un colpo solo la licenza per installarne centomila. Non un ampliamento: un’altra rete.
Cosa promette la Gen3: un terabit al secondo da un singolo satellite
La parte più interessante del dossier, per chi come noi mastica reti tutti i giorni, è quella tecnica. I satelliti Gen3 saranno macchine da circa due tonnellate l’una, molto più grandi e pesanti degli attuali, al punto che potranno essere lanciate in quantità significative solo da Starship, il vettore superpesante riutilizzabile di SpaceX, con circa sessanta satelliti per volo secondo quanto riportato nel dossier. Ogni satellite dovrebbe raggiungere un throughput massimo in downlink di 1 terabit al secondo, dieci volte la capacità della generazione attuale. Ma il dato che colpisce di più è l’uplink: la capacità in salita cresce di 22 volte, arrivando tra 160 e 200 gigabit al secondo per satellite.
Per spingere tutti questi bit, oltre alle antenne phased array con beamforming elettronico e ai collegamenti laser tra satelliti, SpaceX ha chiesto alla FCC anche l’autorizzazione a usare per la prima volta le bande W e D, cioè frequenze tra 92 e 275 GHz, territori dello spettro finora quasi inesplorati per le comunicazioni commerciali, che servirebbero a garantire i margini di backhaul necessari. Le frequenze Ku, Ka, V ed E già assegnate alla Gen2 restano ovviamente in gioco. Se il calendario dell’azienda sarà rispettato — e su questo torneremo — i primi lanci potrebbero cominciare già nella seconda metà del 2026.
Perché proprio ora: l’ossessione per l’uplink e la corsa dell’AI
Viene da chiedersi perché SpaceX senta il bisogno di una rete dieci volte più grande proprio adesso. La risposta, nero su bianco nella domanda alla FCC, è una sola: l’intelligenza artificiale. L’azienda descrive la Gen3 come un’infrastruttura pensata per servire “miliardi di dispositivi AI” oltre a consumatori, aziende e governi, con throughput “simmetrico e multi-gigabit a bassissima latenza”. Quel balzo di 22 volte sull’uplink non è un dettaglio ingegneristico: è la scommessa che i dispositivi del futuro — robot, sensori, veicoli autonomi, visori — avranno bisogno di spedire verso il cloud enormi quantità di dati spaziali e audio in tempo reale, ribaltando il paradigma delle reti costruite per il download.
C’è poi la partita della connettività diretta agli smartphone, che seguiamo da vicino su queste pagine. Il servizio Direct-to-Cell di Starlink è già commercialmente attivo in oltre venti Paesi e copre più di 400 milioni di persone, dagli Stati Uniti con T-Mobile alle 7.000 isole delle Filippine con Globe, passando per il Canada, dove Rogers ha costruito sul satellite un servizio nazionale. Una costellazione Gen3 con quella capacità cambierebbe la natura stessa del satellite nelle reti mobili: non più rete di soccorso per le zone bianche, ma vero e proprio strato di capacità aggiuntiva. E non dimentichiamo che negli Stati Uniti SpaceX si è già assicurata frequenze preziose dalla liquidazione dell’impero Dish, finito in Chapter 11 dopo l’addio al sogno del quarto operatore 5G. I pezzi del puzzle, visti in fila, compongono un disegno piuttosto chiaro.
Sullo sfondo, naturalmente, c’è anche la concorrenza: Amazon spinge la sua costellazione Leo e ha appena messo sul piatto l’operazione Globalstar, mentre AST SpaceMobile continua a firmare accordi con gli operatori. Muoversi per primi, e con numeri che nessun altro può permettersi, è da sempre il modo di SpaceX di alzare l’asticella per tutti.
Non solo SpaceX: la startup che vuole 100.000 data center in orbita
E qui la storia prende una piega quasi surreale. Perché nella stessa settimana un’altra domanda da 100.000 satelliti è arrivata sul tavolo della FCC, e non porta la firma di un colosso: la ha depositata Orbital Compute, una startup di Los Angeles uscita dallo stealth poche settimane fa con appena 5 milioni di dollari di finanziamento pre-seed. Il progetto non c’entra con la connettività: i suoi satelliti sarebbero data center orbitanti, macchine da 100 kilowatt di potenza con pannelli solari e radiatori da un centinaio di metri, pensate per portare in orbita 10 gigawatt di capacità di calcolo per i carichi di lavoro AI. Il primo satellite dimostrativo è previsto per il prossimo anno, mentre l’esemplare operativo, Orbital-1, non arriverebbe prima del 2028.
Un piano da centomila satelliti con cinque milioni di dollari in cassa può far sorridere, e probabilmente è giusto così. Ma è il sintomo di una corsa che si sta scaldando: quest’anno anche Starcloud e Cowboy Space hanno presentato progetti simili di calcolo orbitale, e la stessa SpaceX porta avanti — separatamente dalla Gen3 — il progetto Starmind, che immagina fino a un milione di satelliti-data center prodotti in serie in Texas. Lo spazio, insomma, non è più soltanto il posto da cui far scendere la connettività: qualcuno vuole trasferirci direttamente il cloud.
Il commento della redazione
Diciamolo senza girarci intorno: depositare una domanda alla FCC costa relativamente poco, e la storia del settore è piena di costellazioni di carta rimaste tali. Anche prendendo per buona la tecnologia, i conti della serva restano impietosi: a sessanta satelliti per lancio, portare in orbita 100.000 Gen3 significherebbe qualcosa come 1.700 voli di Starship, un vettore che deve ancora dimostrare di poter volare con cadenza industriale. E poi ci sono le obiezioni serie di astronomi e agenzie spaziali su detriti e inquinamento luminoso, che con questi numeri smettono di essere un fastidio di nicchia e diventano una questione di politica internazionale, anche se va detto che le orbite bassissime scelte da SpaceX almeno garantiscono un rientro rapido dei satelliti a fine vita.
Detto questo, sarebbe un errore liquidare la Gen3 come fantascienza regolatoria. SpaceX è l’unica azienda al mondo che ha già dimostrato, due volte, di saper costruire e lanciare costellazioni a un ritmo che i concorrenti inseguono con anni di ritardo. Anche se in orbita arrivasse soltanto una frazione di quei centomila satelliti, parliamo comunque di una rete con una capacità per cui oggi non esistono termini di paragone. Per gli operatori mobili il messaggio è chiaro, e vale doppio dopo i casi Globe, Rogers e T-Mobile: lo strato satellitare sta diventando parte integrante dell’architettura delle reti mobili, e la scelta non è più se farci i conti, ma se sedersi al tavolo da partner o guardare la partita dagli spalti. Noi, nel dubbio, continueremo a tenere il naso all’insù.