
Elon Musk non era in sala, ma la conferenza stampa sui conti del terzo trimestre di Deutsche Telekom, giovedì 5 novembre a Bonn, ha parlato soprattutto di lui. Tim Höttges ha presentato un trimestre da record, ha alzato le previsioni per l’anno e ha promesso agli azionisti il dividendo più alto di sempre. Poi, davanti ai giornalisti, ha dovuto rispondere alla domanda che da settimane pesa sul titolo: che cosa succede a T-Mobile US, la gallina dalle uova d’oro del gruppo, quando SpaceX accenderà la sua rete mobile negli Stati Uniti? La risposta, riportata da Light Reading e da Reuters, è un misto di rispetto e di sfida: «Prendiamo molto seriamente questa concorrenza in arrivo, perché diamo per scontato che arriverà, e che entrerà sul mercato con un modello di business diverso». Ma anche: SpaceX «non può camminare sulle acque».
Uno sterrato contro l’autostrada
Il passaggio più citato è un’immagine da ingegnere tedesco. Lo spettro che SpaceX ha messo insieme finora per la rete terrestre, 79 MHz tra bande basse e medie, secondo Höttges è «una strada sterrata» se confrontato con i 400 MHz di T-Mobile, che sono «un’autostrada». Per costruire una rete capace di competere con i tre operatori nazionali, ha aggiunto, servirebbero anni, altro spettro e circa 200 miliardi di dollari. Nei giorni scorsi, in un webcast ripreso da Benzinga, lo stesso Höttges aveva messo il tema in termini ancora più concreti: «Abbiamo 85.000 antenne mobili in America. Lui deve prima costruirle». E aveva chiesto, retoricamente, perché un cliente dovrebbe telefonare via satellite quando già oggi ha la copertura migliore da terra.
La tesi di fondo è quella che ripetono tutti gli operatori incumbent: il satellite da solo non basta, soprattutto in città e dentro gli edifici, e per avere una copertura vera serve sempre una rete terrestre. Il che riporta la discussione al punto che seguiamo da settimane su queste pagine: SpaceX la rete terrestre la vuole costruire davvero. Ha appena scelto Qualcomm per i chip delle sue stazioni radio base, parla di decine di migliaia di siti dal 2027, tratta con le tower company e ha bussato alla porta di Boost Mobile dopo che AT&T, Verizon e T-Mobile le avevano chiuso quella del wholesale. Höttges, interpellato su un eventuale accordo da operatore virtuale con Starlink, ha detto che fa fatica a vedere come un’intesa del genere possa stare dentro l’approccio di Deutsche Telekom alle partnership wholesale; il direttore finanziario Christian Illek ha aggiunto che negli Stati Uniti non si vede alcuna pressione regolatoria per imporre quell’accesso.
Il mercato ha già fatto i conti
Il punto più interessante della conferenza, però, non è la polemica ma l’ammissione. Höttges ha riconosciuto che la Borsa ha già prezzato l’arrivo di Musk: «Se guardate ai multipli che Verizon, AT&T e Deutsche Telekom hanno perso negli ultimi sei mesi, l’aspettativa è semplicemente che i tre concorrenti sul mercato riusciranno a generare meno redditività in modo sostenibile». Gli investitori, ha aggiunto, si aspettano che un nuovo entrante conquisti quote e aumenti la pressione sui prezzi. È una frase pesante, detta dal capo di un gruppo che ricava dagli Stati Uniti quasi due terzi del fatturato: la rete di SpaceX non esiste ancora, ma il suo effetto sui titoli dei tre grandi americani è già reale.
Da qui la domanda inevitabile dei giornalisti: e se Musk, invece di costruire, comprasse? Secondo Light Reading, Höttges ha chiuso subito: «Non abbiamo alcun interesse a vendere la nostra attività». Deutsche Telekom controlla circa il 55% di T-Mobile US. Il ragionamento che ha fatto ad alta voce è un altro: «Conviene comprare una società o costruire da zero? Ci sono tre società quotate, e lui dovrà decidere che cosa vuole fare». Un’esplorazione «puramente teorica», ha precisato, che il gruppo non ha «sul radar». Sul fronte dei fornitori di connettività dallo spazio, Höttges ha ribadito a Reuters che Deutsche Telekom vuole alternative a Starlink e non vuole un monopolio nei servizi satellitari, pur essendo T-Mobile il primo partner direct-to-cell di SpaceX: allo studio c’è anche un’offerta congiunta con altri operatori europei per lo spettro satellitare.
I numeri dietro la sicurezza
Se Höttges può permettersi il tono, è perché i conti glielo consentono. Nel terzo trimestre il gruppo ha fatturato 31,1 miliardi di euro, il 7,5% in più di un anno fa (5,5% a perimetro e cambi costanti), con ricavi da servizi a 26 miliardi e un EBITDA AL rettificato di 12,2 miliardi, in crescita dell’8% organico. L’utile netto rettificato è salito del 12,7% a 3 miliardi. Gli Stati Uniti valgono 20,5 miliardi di ricavi su 31,1 e 8,1 miliardi di EBITDA AL su 12,2: la Germania, il mercato di casa, si ferma a 6,6 miliardi. T-Mobile US ha aggiunto 274.000 account postpagati nel trimestre, arrivando a quasi 35 milioni, con ricavi da servizi a 19,4 miliardi di dollari (+6,3%) ed EBITDA AL a 9,4 miliardi (+11,4%). Ed è proprio la revisione al rialzo delle stime di T-Mobile che ha spinto Bonn ad alzare la guidance 2026: EBITDA AL rettificato a circa 47,6 miliardi di euro e free cash flow AL a circa 20,1 miliardi.
Anche il mercato tedesco dà segnali buoni: 284.000 nuovi clienti mobili in abbonamento e 190.000 nuove linee in fibra fino a casa, un record. Il consiglio di gestione propone un dividendo di 1,10 euro per azione, il 10% in più rispetto al 2025, e un riacquisto di azioni proprie fino a 2 miliardi di euro nel 2027. Unica nota meno allegra, segnalata da Illek nella call con gli analisti: i costi di chipset e cavi ottici stanno salendo, e la standardizzazione degli acquisti non basta a compensarli del tutto.
Il commento della redazione
Höttges ha ragione su una cosa e la Borsa su un’altra, e non si escludono. Ha ragione lui quando dice che 79 MHz non fanno una rete nazionale e che 85.000 siti non si costruiscono con un annuncio: raccontando l’accordo con Qualcomm abbiamo visto che SpaceX deve ancora scriversi da sola gran parte del software. Ma ha ragione il mercato quando sconta un rischio che non dipende dal numero di antenne: per la prima volta da decenni un attore con capitali quasi illimitati, una costellazione già in orbita e la voglia di fare prezzi diversi sta entrando nel mobile americano, e basta la sua presenza a comprimere i margini dei tre incumbent prima ancora che venda una SIM. Il paragone con l’autostrada funziona, ma vale la pena ricordare chi lo fa: lo stesso Höttges che un anno fa spiegava che le telco europee non avrebbero mai visto il pedaggio del fair share. Le autostrade, nelle telecomunicazioni, le costruisce chi ha i soldi per aspettare. Musk ne ha tanti; i tre grandi americani, a giudicare dai multipli, meno di quanti ne avessero sei mesi fa.
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