
Un trilione e 240 miliardi di dollari l’anno, pari allo 0,7 per cento del prodotto interno lordo mondiale: è quanto il 6G potrebbe aggiungere all’economia globale nel 2040 secondo «Vision 2040: The Economic Benefits of 6G», il rapporto che la GSMA ha pubblicato il 5 novembre. Il numero che l’associazione degli operatori vuole far arrivare ai governi però è un altro: 520 miliardi, il 42 per cento di quel valore, andrebbero persi se le frequenze non arrivassero in tempo. Il rapporto esce a un anno dalla World Radiocommunication Conference del 2027, dove si decideranno le bande armonizzate per la prossima generazione, ed è costruito per pesare su quelle decisioni. «Il 6G è un’opportunità da 1.240 miliardi di dollari per l’economia globale», ha detto John Giusti, chief regulatory officer della GSMA. «Ma questi benefici non sono garantiti: più di 500 miliardi di valore economico dipenderanno dalle decisioni sullo spettro che i governi prendono oggi».
Da dove viene il valore
L’analisi, firmata da GSMA Intelligence, misura il valore aggiuntivo del 6G rispetto a un mondo in cui il 5G restasse la tecnologia più avanzata: non il contributo del mobile nel suo insieme, ma solo quello che la nuova generazione aggiunge. Lo scompone in cinque aree, la connettività per i sistemi di intelligenza artificiale, l’automazione industriale e la robotica, la banda larga mobile e il fixed wireless access, il sensing integrato nelle comunicazioni e le reti non terrestri che portano il segnale dove oggi non arriva. La prima, scrive il rapporto, sarà la più grande fonte di valore, e questo spiega perché la GSMA insista nel descrivere il 6G come una rete «AI-native», capace non solo di trasportare dati ma di percepire l’ambiente, prendere decisioni e integrare il satellite. Sul sensing il rapporto è concreto: la risoluzione di localizzazione passerebbe da circa un metro e mezzo con una portante 5G tipica a qualche decina di centimetri sulle frequenze alte della mid-band e sulle onde millimetriche, abbastanza per seguire veicoli, droni e macchinari senza che ogni oggetto porti un dispositivo.
I settori che ne guadagnano di più sono quelli che oggi dal 5G hanno preso meno. La manifattura vale 250 miliardi, il 20 per cento del totale, i servizi finanziari 240, le costruzioni 160, l’ICT 150. In rapporto al proprio PIL i più beneficiati sarebbero proprio finanza e ICT, con un più 1,9 e più 1,8 per cento. La geografia è quella attesa: la Grande Cina guida con 390 miliardi, pari all’1,2 per cento del suo PIL, seguono il Nord America con 290 e l’Europa con 225, entrambi allo 0,7 per cento. Per l’Asia meridionale, India compresa, la stima è di 55 miliardi; per l’Africa subsahariana di 15. L’anno di partenza resta il 2030, dodici anni dopo il lancio commerciale del 5G, e il rapporto ricorda che un aumento del 10 per cento nell’adozione del 5G si è associato a una crescita dello 0,15 per cento del PIL.
Due gigahertz entro il 2030
La parte che conta per i regolatori è il legame tra spettro e valore. Secondo il rapporto la mid-band, cioè le frequenze tra 1 e 10 GHz, genererà da sola il 70 per cento del contributo economico del 6G nel 2040, circa 880 miliardi; la banda bassa un quarto, circa 300 miliardi, per la copertura rurale e indoor; le onde millimetriche il 5 per cento. Lo scenario pessimista è calcolato su operatori che ricevono solo il 72 per cento della banda bassa necessaria e la metà della mid-band: in quel caso il valore del 6G scende da 1.240 a circa 720 miliardi, ed è da lì che nasce il buco da 520. La GSMA avverte che la perdita si sommerebbe al danno sulle reti 4G e 5G esistenti, che usano le stesse frequenze.
Le richieste ai governi sono tre. La prima è rendere disponibili almeno 2 GHz di spettro mid-band entro il 2030, con altra capacità da liberare negli anni successivi: dentro ci devono stare la banda alta dei 6 GHz, cioè i 6425-7125 MHz, e capacità aggiuntiva nella parte alta dei 3,5 GHz, nei 4,5 GHz e nei 7 GHz. La seconda è assegnare al 6G la banda 600 MHz, valutando i 500 MHz dove serva, per la copertura rurale e dentro gli edifici. La terza è pubblicare roadmap nazionali dello spettro chiare e tempestive, perché gli operatori possano pianificare gli investimenti prima che la domanda arrivi. Il riferimento ai 2 GHz non è nuovo: il rapporto sullo spettro che la GSMA aveva pubblicato nel novembre 2025 stimava che nel 2035-2040 serviranno in media 2-3 GHz di mid-band per Paese, contro circa 1 GHz identificato oggi, e che senza almeno 2 GHz entro il 2030 le città che ospitano metà della popolazione urbana mondiale sarebbero già sature. Il nuovo documento traduce quella stima in dollari.
Per l’Europa il nodo è la banda alta dei 6 GHz, contesa tra mobile e Wi-Fi. Il parere del Radio Spectrum Policy Group ha destinato 540 MHz al mobile e ne ha congelati 160 fino alla WRC-27, mentre negli Emirati du ha già acceso la prima rete commerciale su 350 MHz contigui di quella banda. È il tipo di divario che la GSMA chiede di chiudere: lo stesso Giusti ha concluso che «lo spettro non è semplicemente un requisito tecnico per le reti mobili, è una base per la crescita economica futura».
Il nostro commento
I rapporti sul valore economico di una tecnologia che non esiste ancora vanno letti per quello che sono: strumenti di pressione, scritti dall’associazione degli operatori per i tavoli dove si decidono le frequenze, e il numero grande serve a far notare quello piccolo. Il 6G non ha ancora uno standard, il 3GPP ha rinviato a dicembre persino la decisione su come migrare dal 5G al 6G, e proiettare al 2040 il PIL di un’applicazione come il sensing integrato richiede ipotesi su ipotesi. Detto questo, la parte del rapporto che sta in piedi anche senza le proiezioni è la più semplice: la capacità delle reti mobili si misura in megahertz, il traffico si concentra in una frazione minuscola del territorio, e lo spettro mid-band in Europa è oggi intorno al gigahertz. Che il conto finale sia 520 miliardi o la metà, la direzione non cambia.
Il punto debole dell’argomento è che gli operatori chiedono il doppio dello spettro mentre, come la stessa GSMA documentava tre settimane fa, molti di loro faticano a pagare quello che hanno. Due gigahertz entro il 2030 significano aste, obblighi e rinnovi da negoziare in tre anni, e il rapporto lo sa, perché la terza richiesta, le roadmap nazionali, è in realtà la prima: senza una data certa per i 6 GHz e per i 600 MHz, nessun operatore europeo pianificherà una rete che parte nel 2030. Il 6G che descrive Verizon, con l’uplink da reinventare per l’intelligenza artificiale, ha bisogno di quelle frequenze più di quanto ne avesse il 5G. Se la WRC-27 le armonizzerà, il problema diventerà italiano ed europeo: chi le assegna, a che prezzo e con quali obblighi di copertura. È lì che il trilione del rapporto si deciderà davvero.
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