
Giovedì 5 novembre il regolatore indiano TRAI ha consegnato al Ministero delle Comunicazioni le sue raccomandazioni su una nuova categoria di autorizzazione, la «Satellite Communication Network Provider», e dentro quel pacchetto c’è la prima cornice regolatoria indiana per il direct-to-device: il satellite che parla con lo smartphone normale. Lo riportano Telecom Lead, ET Telecom e Mint. È una proposta, non una regola: la parola finale spetta al Department of Telecommunications. Ma in un mercato con circa un miliardo di utenti mobili, dove Starlink, OneWeb e Amazon Leo aspettano da anni di partire, il disegno del regolatore dice molto su come l’India intende far entrare il satellite nelle reti mobili: come fornitore all’ingrosso degli operatori, non come concorrente.
La rete satellitare come servizio
Il cuore della proposta è una separazione netta tra chi costruisce la rete in orbita e chi vende il servizio. L’autorizzazione, prevista dalla sezione 3(1)(b) del Telecommunications Act del 2023, vale per tutto il territorio nazionale per un massimo di vent’anni, rinnovabili per altri venti, e consente di offrire «Satellite Communication Network as a Service» agli operatori e ai fornitori di servizi autorizzati. Il titolare non può servire direttamente l’utente finale. In pratica, scrive Mint, una Starlink o un’Amazon Leo potrebbero fornire capacità a un operatore mobile o a un provider satellitare come Nelco del gruppo Tata, che poi la rivende ai propri clienti. La cornice copre servizi fissi (FSS), mobili (MSS) e, appunto, il direct-to-device, e TRAI propone che possano chiederla anche i titolari di licenze esistenti, operatori di accesso, ISP e carrier di lunga distanza compresi, purché rispettino i requisiti tecnici e di sicurezza.
Sullo spettro il regolatore sceglie l’assegnazione amministrativa, per i feeder link e per i collegamenti utente in banda C, Ku, Ka e Q/V, oltre alle bande L e S per i servizi mobili satellitari. Le assegnazioni durerebbero fino a cinque anni, prorogabili di due. È una scelta che, come nota Mint, va contro la posizione di Jio, che chiedeva un’asta dedicata al direct-to-device. Il canone proposto è l’8% del fatturato rettificato, senza minimo, più un addebito minimo annuo di 3.500 rupie per MHz sullo spettro assegnato dal governo; la tassa d’ingresso è di 37,5 lakh di rupie, con garanzia iniziale di 45 lakh e capitale e patrimonio netto minimi di 60 lakh. Ne avevamo parlato a settembre, quando il governo aveva fissato al 5% il canone sullo spettro satellitare contro il 4% chiesto da TRAI: qui la percentuale riguarda l’autorizzazione di rete, un livello diverso della stessa filiera.
Due strade per il direct-to-device
La parte che interessa di più le reti mobili è il capitolo D2D, perché TRAI apre entrambe le strade che il mercato mondiale sta percorrendo. La prima è il direct-to-device su spettro MSS, cioè le bande L e S dedicate al satellite, con telefoni che dovranno avere i moduli compatibili: il regolatore raccomanda al governo di «incoraggiare i produttori di smartphone a includere i moduli necessari per le bande MSS applicabili nei futuri telefoni venduti in India». La seconda è il direct-to-device su spettro mobile, il modello di Starlink con T-Mobile e degli altri accordi operatore-satellite nel mondo: il satellite usa le frequenze già assegnate agli operatori terrestri. TRAI individua sei bande, 600, 700, 800, 900, 1800 e 2100 MHz, e precisa che i diritti restano in capo agli operatori, che non pagheranno alcun canone aggiuntivo per usare il proprio spettro IMT anche dal cielo. Il servizio, propone, dovrebbe essere consentito su base di non interferenza e non protezione «senza aspettare la Conferenza mondiale delle radiocomunicazioni del 2027».
Le condizioni di sicurezza sono quelle a cui l’India non rinuncia mai: il traffico satellitare che nasce o termina nel paese deve passare da gateway sul territorio nazionale, con intercettazione legale, monitoraggio e la capacità di spegnere i segnali satellitari nelle aree sensibili indicate dal governo. Sono le stesse condizioni sulle quali, come abbiamo raccontato a ottobre, Starlink e il ministero si sono scontrati pubblicamente, con Musk che parlava di «oligarchi» e il governo che rispondeva «infondate». Mint ricorda che i provider di internet satellitare, Starlink, Eutelsat OneWeb e Jio Satellite, aspettano ancora le autorizzazioni di sicurezza e lo spettro per avviare il broadband fisso.
Chi ci guadagna
Il disegno di TRAI distribuisce i ruoli in modo riconoscibile. Airtel può lavorare con OneWeb, di cui è azionista; Vodafone Idea ha già un accordo con AST SpaceMobile per il direct-to-device in India; Jio, che sta costruendo la propria costellazione LEO, avrebbe preferito l’asta e si ritrova con un’assegnazione amministrativa. Per i grandi costellatori stranieri la porta si apre, ma con una condizione: l’utente lo tiene l’operatore indiano. Per i produttori di telefoni arriva un invito esplicito a mettere le bande MSS nei modelli venduti nel paese. Il Department of Telecommunications dovrà ora decidere se e come trasformare le raccomandazioni in regole.
Il commento della redazione
Tra i grandi mercati, l’India è quello che ha reso più esplicita una scelta che altrove resta implicita: il satellite non è un operatore, è un fornitore degli operatori. Negli Stati Uniti SpaceX sta facendo di tutto per diventare carrier, comprando spettro, tralicci e forse un MVNO; in Europa i quattro grandi operatori vogliono comprarsi in consorzio lo spettro satellitare per non farsi scavalcare. TRAI taglia il nodo a monte: chi ha l’autorizzazione di rete satellitare non può vendere al pubblico, punto. Si può discutere se sia protezionismo verso Jio e Airtel o buon senso regolatorio; di sicuro è coerente con il modo in cui il direct-to-device funziona davvero oggi, dove quasi tutti i servizi attivi nel mondo passano dalla SIM di un operatore terrestre.
Il dettaglio che vale la pena seguire è la rinuncia ad aspettare la WRC-27. Il resto del mondo sta trattando a Ginevra le regole per far convivere satelliti e reti mobili nelle stesse bande; l’India propone di andare avanti subito, sulle proprie frequenze, a condizione di non interferire e di non pretendere protezione. È la stessa logica con cui la FCC americana ha aperto centinaia di megahertz al direct-to-device, e il segnale che, su questo tema, i regolatori nazionali non intendono farsi dettare i tempi dalle conferenze internazionali. Se il Ministero accetterà la proposta, un miliardo di utenze diventerà il più grande banco di prova per il modello «rete satellitare come servizio». Il condizionale, in India, resta d’obbligo.
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