
Undici anni fa AT&T era entrata in Messico con l’idea di costruire una rete unica per 400 milioni di persone tra Stati Uniti e Messico. Il 13 ottobre ne è uscita con un comunicato di poche righe: AT&T Mexico va a Grupo Televisa e Fintech Holdings per 2 miliardi di dollari in contanti alla chiusura, «soggetti ad alcuni aggiustamenti», più benefici contrattuali e contingenti non quantificati. La chiusura è prevista nel primo trimestre 2027, dopo le autorizzazioni regolatorie messicane, e nel frattempo la controllata sarà contabilizzata come «held for sale» già nella trimestrale che AT&T depositerà alla SEC. Il motivo lo dice il presidente e amministratore delegato John Stankey con una frase che è diventata il mantra della casa: «Il futuro dell’AI girerà su reti convergenti con asset in fibra densi», e il capitale va concentrato «sulle opportunità di crescita nel vivace mercato statunitense».
Quello che AT&T aveva pagato e quello che incassa
Il conto lo ha fatto El Economista: tra il novembre 2014 e il gennaio 2015 AT&T aveva speso 4,375 miliardi di dollari per comprare Iusacell da Grupo Salinas e Nextel Mexico dalla NII Holdings in amministrazione controllata, e ne aveva messi poi altri 3 per costruire la rete 4G LTE, evoluta verso il 5G da tre anni. Era la stagione della riforma delle telecomunicazioni di Enrique Peña Nieto, pensata per aprire un mercato in cui Telcel di Carlos Slim aveva oltre il 70% delle linee. Oggi AT&T Mexico è il secondo operatore del Paese con circa 24,7 milioni di clienti mobili a fine 2025, il 17% circa del mercato secondo Bloomberg Línea, contro gli 84,7 milioni e il 59% di Telcel. Nel 2025 ha fatturato 85,4 miliardi di pesos con un utile operativo di 1,4 miliardi: un margine sottile, su un’attività che nel frattempo ha spostato il baricentro sul postpagato, arrivato a 7,5 milioni di clienti a giugno con una crescita del 20,7% in un anno, secondo i dati riportati da BNamericas.
Il prezzo di uscita, meno della metà del solo costo d’ingresso, è la misura di quanto il Messico sia rimasto un mercato difficile per i grandi gruppi stranieri. El Economista elenca le cause che AT&T stessa ha ripetuto per anni: il costo dello spettro, con i diritti annuali sulle frequenze che pesano sulla redditività, l’incertezza sul regolatore e una regolazione asimmetrica che ha tardato a riequilibrare il mercato. Appena il 6 ottobre la direttrice generale di AT&T Mexico, Mónica Aspe, aveva ricordato che il Paese ha circa 645 MHz di spettro concesso, il 38% di un riferimento internazionale di 1.700 MHz per gli scenari ad alta domanda.
Chi compra: la TV che torna al cellulare e il finanziere di Telecom Argentina
Il consorzio è al 50% tra Televisa e Fintech Holdings e si finanzierà, secondo la comunicazione di Televisa alla Borsa messicana ripresa da El País, con una combinazione di cassa disponibile e debito garantito senza ricorso alla società veicolo. Per Televisa è un ritorno: dieci anni fa era azionista proprio di Iusacell, poi finita ad AT&T, e nel 2024 aveva ricomprato da AT&T il 41,3% di Sky México che ancora non possedeva. Oggi il gruppo vende banda larga fissa con il marchio izzi, 5,7 milioni di abbonati e una rete in fibra che ha superato i 20 milioni di case passate, e gestisce un operatore virtuale, izzi Móvil, con poco meno di 820.000 utenti appoggiati proprio alla rete di AT&T. Con 17,74 milioni di accessi complessivi al secondo trimestre più i 24,7 milioni di AT&T, El Economista parla di un gruppo da circa 40 milioni di accessi tra TV, fisso e mobile.
Fintech Holdings è la cassaforte di David Martínez, finanziere di Monterrey che dal 2015 ha costruito una posizione di peso in Telecom Argentina, l’operatore del marchio Personal, insieme al Grupo Clarín. Con Televisa ha già fatto affari: nel 2013 aveva comprato il cablo-operatore Cablecom per 250 milioni di dollari e l’anno dopo lo aveva rivenduto al gruppo per 525. Più di recente è entrato nel capitale di Televisa e ha aumentato la quota. Il quotidiano messicano non si aspetta ostacoli sul fronte concorrenziale, perché AT&T non è dominante né nello spettro, di cui detiene il 38%, né nei clienti, un terzo di Telcel. Resta però da decidere il destino di un contratto: Movistar, venduta da Telefónica in aprile al consorzio di Oxio e Newfoundland Capital per 450 milioni di dollari, fa passare il traffico dei suoi 12 milioni di clienti sulla rete AT&T, e quell’accordo Televisa potrà confermarlo o meno nel 2030.
Lo spettro che vale più dell’azienda
C’è un dettaglio che i lettori di TLCworld conoscono già. Cinque giorni prima dell’annuncio, un tribunale messicano aveva dato ragione ad AT&T Mexico su sette anni di causa per poter usare i 3,5 GHz, comprati come frequenze fisse, anche per il 5G mobile. Quella sentenza ha reso l’azienda più vendibile: chi compra si porta a casa una rete 4G e 5G di scala nazionale, un portafoglio di frequenze appena ripulito dai vincoli e il marchio digitale Wim, lanciato l’anno scorso per il pubblico giovane. Per AT&T, invece, la cessione chiude l’ultima avventura estera dopo la vendita della quota in Sky México e il ritiro dai servizi in America Latina.
Il commento della redazione
Il Messico è il secondo mercato dell’America Latina per popolazione, confina con gli Stati Uniti e ha una domanda di connettività in crescita, eppure in sei mesi ha perso i due marchi globali che avrebbero dovuto fare concorrenza a Slim: Telefónica ad aprile, AT&T adesso. Non è un caso isolato ed è il punto su cui vale la pena fermarsi. Entrare in un mercato con un dominante al 60% comprando due reti in difficoltà e promettendo di cambiarlo è una scommessa che richiede un regolatore che accompagni, e in Messico il regolatore stesso è stato riformato in corsa. Il risultato è che AT&T esce con una rete modernizzata, un postpagato che cresce e un bilancio che non remunera gli oltre 7 miliardi investiti, e che il testimone passa a capitali locali che conoscono il terreno e hanno meno fretta. Se il consorzio di Televisa e Martínez riuscirà a fare quello che AT&T non ha fatto in undici anni, cioè erodere davvero Telcel, lo diranno i prossimi bilanci. Per ora il mercato mobile messicano si è semplicemente messicanizzato, e l’unica cosa che resta americana è il nome, che prima o poi cambierà anche quello.
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