
Quattro giorni dopo il parere dell’Antitrust, la filiera delle telecomunicazioni italiane ha trovato una voce sola. Dopo l’intervento di Pietro Labriola che abbiamo raccontato ieri, oggi sono arrivati in sequenza la nota ufficiale di Asstel, l’associazione di categoria, la presa di posizione di Cellnex Italia, che è una società di torri e non un operatore, e le parole di Walter Renna di Fastweb+Vodafone e Gianluca Corti di WindTre. Le ha raccolte Corriere Comunicazioni in un articolo di Patrizia Licata, e Key4biz le ha messe in fila accanto al rapporto del BEREC che dice il contrario. Il messaggio dell’industria sta in cinque parole: rinnovo non oneroso, con obblighi di investimento.
Asstel: «non trasformare le frequenze in un’estrazione di valore»
La nota dell’associazione, presieduta dallo stesso Labriola, definisce «una necessità urgente» quella di «allocare le frequenze di prossima scadenza secondo logiche non onerose, in linea con i principi della normativa vigente e con lo stesso parere dell’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato». Il riferimento all’Antitrust non è casuale: Asstel sceglie di leggere il parere AS2192 nella parte in cui riconosce il valore della certezza regolatoria, e non in quella in cui boccia il rinnovo in blocco. L’argomento di fondo è quello che l’associazione porta avanti da luglio 2025 con il suo Manifesto per la crescita digitale: «la questione riguarda la capacità dell’Italia di sostenere nei prossimi anni un nuovo ciclo di investimenti nelle infrastrutture digitali. Le frequenze costituiscono un input essenziale per lo sviluppo delle reti mobili: trasformarle nuovamente in una fonte di estrazione di valore dagli operatori significherebbe ridurre le risorse disponibili per gli investimenti». Quel «nuovamente» è il cuore politico della nota: allude alle aste del passato senza nominarle, e chi segue il settore sa a quali conti si riferisce.
Asstel dice anche che la modalità di assegnazione le interessa meno del principio: «a prescindere dalle modalità di assegnazione che verranno scelte», il processo «debba essere orientato all’allocazione non onerosa della risorsa frequenziale e a obblighi chiari di investimento», a cominciare dal 5G standalone. È una formula che lascia aperta la porta anche all’opzione mista dell’Antitrust, purché la parte rimessa in gara non diventi un’asta al rialzo.
La società delle torri vuole premiare la condivisione
La voce più interessante della giornata è quella di Federico Protto, amministratore delegato di Cellnex Italia, perché arriva da chi le reti le ospita e non le gestisce. Cellnex condivide la linea della filiera, ma aggiunge un elemento che agli operatori non viene naturale: premiare non solo chi investe, ma chi condivide. «Supportiamo modelli di allocazione non onerosi, o volti a minimizzare gli oneri, che premino impegni concreti di investimento e il rispetto di rigorosi parametri di qualità del servizio», dice Protto. «Riteniamo inoltre fondamentale introdurre meccanismi premianti che incentivino l’utilizzo efficiente dello spettro e la condivisione delle risorse, sia fisiche sia spettrali». Il bersaglio è esplicito: «aste di natura puramente speculativa e basate unicamente sulla leva del prezzo finirebbero per drenare risorse vitali da una filiera che già fatica a sostenere i costi necessari per garantire copertura e innovazione». Per una tower company, che guadagna quando più operatori salgono sullo stesso traliccio, la condivisione dello spettro è la continuazione naturale della condivisione dei siti.
Renna e Corti sulla stessa linea
Walter Renna, amministratore delegato di Fastweb+Vodafone, ha parlato a margine dell’evento Wave alle OGR di Torino: «Abbiamo una grande occasione per rilanciare il settore che è arrivato a un bivio. Abbiamo bisogno di investimenti per garantire performance e sicurezza delle reti. Il tema dello spettro diventa quindi uno snodo centrale: un rinnovo non oneroso delle frequenze ma legato a specifici obblighi di investimento è una occasione unica per garantire la sostenibilità dell’industry e innescare un ciclo virtuoso di investimenti e occupazione». Gianluca Corti di WindTre, commentando su LinkedIn il post di Labriola, lo ha definito «la pietra angolare di una politica industriale strutturale, coerente con il Digital Networks Act, che leghi il rinnovo a investimenti verificabili sulle infrastrutture», aggiungendo che per attrarre capitali «servono sostenibilità economica, certezza e stabilità regolatoria». Nei due articoli di oggi Iliad non compare. Renna ha aggiunto anche un passaggio sull’intelligenza artificiale europea: con la diffusione degli agenti personali, ha detto, conta sapere chi elabora i dati e con quali regole, e le telco possono portare reti, data center e calcolo: «uno stack sovrano end-to-end si può costruire, dalla rete al calcolo, con dati e infrastrutture in Europa. Nessuno può farcela da solo».
Il nostro commento
Il fronte è compatto, e questo è già un fatto: TIM, Fastweb+Vodafone, WindTre, l’associazione di categoria e la più grande società di torri chiedono la stessa cosa nello stesso giorno. L’argomento economico lo conosciamo, lo abbiamo riportato ieri con i numeri AGCOM: ricavi del settore scesi del 30 per cento dal 2010, investimenti mobili in calo del 14 per cento nel 2025, prezzi delle telecomunicazioni giù del 42 per cento mentre tutto il resto saliva. Nessuno lo contesta. Il punto è un altro, e il BEREC lo ha scritto nel rapporto che abbiamo letto martedì: non c’è prova che dare più scala, o più certezza, agli operatori esistenti si traduca automaticamente in più investimenti. È esattamente il dubbio che l’Antitrust ha messo nero su bianco quando ha parlato di «cristallizzazione» per otto anni.
Tra le voci di oggi, quella che fa fare un passo avanti al dibattito è Cellnex. Chiedere di premiare la condivisione dello spettro, e non solo l’investimento, sposta la domanda da «quanto paghi» a «quanto bene usi quello che hai»: una banda tenuta in licenza e poco accesa, come ne vediamo nei nostri test, vale meno per il Paese di una banda condivisa e piena. Se il rinnovo deve essere gratuito, gli obblighi devono essere misurabili, e il modo migliore per misurarli lo conoscono i nostri lettori, che le reti le guardano dal modem. A chi decide, Mimit e AGCOM, resta il compito più difficile: scrivere obblighi che un operatore non possa rispettare sulla carta e disattendere sulle antenne.
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