
Da anni la tesi circola a Bruxelles con la forza di un’evidenza: le telco europee sono troppe e troppo piccole, per investire devono fondersi, e le regole sulla concorrenza vanno allentate. L’hanno scritta Draghi nel suo rapporto sulla competitività, la ripete la GSMA a ogni occasione, la cavalcano gli operatori. Ora arriva la risposta di chi le reti le regola ogni giorno. Il BEREC, l’organismo che riunisce le autorità nazionali di regolazione dei 27, ha pubblicato un rapporto di fact-finding dal titolo esplicito, «Europe’s Telecom Reality Check», datato 1° ottobre e ripreso oggi da Light Reading. La conclusione, in una riga: le fusioni fanno salire i prezzi, e non c’è prova che facciano salire gli investimenti.
L’Europa a confronto con sette Paesi
Il documento mette l’Europa a 27 accanto a Stati Uniti, Canada, Australia, Cina, Corea del Sud, Giappone e Regno Unito, con dati dal 2019 al 2024 presi da Commissione, Osservatorio 5G, FTTH Council, FCC, ITU, OCSE e Ookla. Sulla copertura, la fibra fino a casa passava il 69,2 per cento delle famiglie europee nel 2024, contro il 56,5 degli Stati Uniti e il 99,8 del Giappone. Sul 5G, Danimarca e Paesi Bassi hanno raggiunto il 100 per cento delle famiglie, aree rurali comprese. Sulla qualità, la rete mobile europea ha velocità in download inferiori di circa il 35 per cento a quelle americane, ma upload più veloce e latenze più corte del 26 per cento, a un prezzo che vale «circa un terzo o la metà» di quello pagato dai consumatori statunitensi.
Il capitolo prezzi è quello che i regolatori mettono in vetrina. Per un pacchetto di soli dati da 20 gigabyte, nel 2022 l’offerta più economica costava in media 16,15 euro nell’Unione, 37,87 negli Stati Uniti e 46,73 in Corea del Sud, cioè il doppio e quasi il triplo; nel 2024 la media europea è scesa ancora, a 11,95 euro. Per 50 gigabyte, 19,89 euro in Europa contro 43,23 negli Stati Uniti, con il Giappone vicino all’Europa a 21,39. Il rapporto cita anche un’analisi del 2025 di Richard Feasey su dati Connect Europe, secondo cui gli americani pagano ogni mese, a parità di PIL, il 40 per cento in più per i servizi fissi e quasi l’80 per cento in più per quelli mobili. Il BEREC riconosce che la media europea resta indietro sulle velocità di punta, ma i Paesi europei migliori, scrive, raggiungono «una qualità di banda larga di livello mondiale in ogni parametro».
Le fusioni: i prezzi salgono, gli investimenti chissà
Il cuore del documento è la sezione sul consolidamento. Il BEREC parte da un’osservazione sui comportamenti reali: negli ultimi anni i grandi gruppi paneuropei hanno fatto il contrario di quello che la tesi della scala prevede. Vodafone ha venduto Vodafone Italia a Swisscom, la Spagna a Zegona e ha lasciato l’Ungheria; Telefónica sta dismettendo uno dopo l’altro i mercati dell’America Latina ispanofona per concentrarsi su Spagna, Germania, Regno Unito e Brasile. Se la dimensione globale fosse davvero il motore, osservano i regolatori, nessuno la smonterebbe: i costi di rete non calano in modo significativo oltre una certa soglia, e contano di più densità di popolazione e costo del lavoro. Da qui la frase chiave: «non c’è alcuna evidenza chiara che una scala maggiore nell’UE si tradurrebbe in investimenti più alti, con più innovazione e più competitività per l’Europa».
Poi i numeri della letteratura. Uno studio del 2024 commissionato dalla Commissione (Lear e altri) su 29 Paesi OCSE fra il 2009 e il 2019 trova che un operatore mobile in più si associa a un ricavo medio per utente più basso del 7 per cento, cioè a bollette più leggere, e a investimenti nazionali nel mobile più alti del 10 per cento; il risparmio per i cittadini europei, se tutti i Paesi avessero quattro operatori, è stimato in circa 800 milioni di euro l’anno. Lo stesso BEREC, in un rapporto precedente sulle fusioni mobili in Austria, Irlanda e Germania confrontate con dieci Paesi di controllo, ha trovato che «anche con i rimedi a favore degli operatori virtuali, le fusioni studiate hanno portato ad aumenti di prezzo nel breve e medio termine». E un’analisi di Shortall citata nel testo aggiunge che non esiste «un solo caso registrato» di un gruppo con scala europea che abbia comprato il terzo o quarto operatore di un Paese e sia riuscito, grazie a quella scala, a riposizionarsi sul mercato.
Il rapporto smonta anche l’argomento secondo cui sarebbero le regole europee a impedire le fusioni. Il consolidamento, scrive, «resta possibile con le regole attuali, sia transfrontaliero sia nazionale, a volte con rimedi»: Orange e MásMóvil in Spagna sono stati approvati nel 2024 cedendo spettro a Digi, United Group e Wind Hellas in Grecia senza condizioni, Vodafone e Three nel Regno Unito con impegni vincolanti su rete, tariffe e prezzi all’ingrosso. Quanto alla salute finanziaria, i regolatori vedono operatori «complessivamente in buona salute», con ritorni sopra il costo del capitale, margini stabili e flussi di cassa in crescita, e concludono di non trovare «alcuna giustificazione finanziaria per allentare la regolazione delle telecomunicazioni o il controllo delle concentrazioni».
Il nostro commento
Chi segue TLCworld sa che su questo tema abbiamo dato spazio alla tesi opposta: il rapporto GSMA che chiedeva tre operatori invece di quattro e la sua benedizione al consolidamento, con l’Italia descritta come il caso anomalo d’Europa. Il documento del BEREC è la contro-perizia, firmata da chi ha accesso ai dati di tutti e 27 i mercati, e va letto con la stessa attenzione. Il suo punto più forte non è ideologico ma empirico: le fusioni che sono state misurate hanno alzato i prezzi, mentre l’aumento degli investimenti che dovrebbero generare non si riesce a vedere nei numeri. Il suo punto più debole è che le cifre sui prezzi si fermano in gran parte al 2022 e che il rapporto, per sua natura, difende il modello che i suoi autori amministrano.
Per l’Italia la lettura è doppia. Da un lato siamo il Paese che il BEREC cita come esempio di consolidamento transfrontaliero riuscito, con Vodafone Italia passata a Swisscom senza che le regole lo impedissero, e il rapporto nota che nei grandi mercati europei, Italia compresa, sono stati gli sfidanti a investire più degli incumbent. Dall’altro, come abbiamo raccontato ieri, l’Antitrust ha frenato il rinnovo totale delle frequenze mobili fino al 2037 con l’argomento che «cristallizzerebbe il mercato» per otto anni. Due autorità, due documenti, una stessa idea: la concorrenza non è il problema da risolvere, è il meccanismo che tiene bassi i prezzi che i lettori di questo sito controllano ogni mese sulla bolletta. Chi vuole ridurre il numero degli operatori dovrà, da oggi, spiegare perché i dati del BEREC sbagliano.
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