
Otto anni in più con le stesse frequenze, nelle stesse mani: per l’Antitrust è troppo. Nel bollettino pubblicato ieri, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha reso noto il parere AS2192, deliberato nell’adunanza del 22 settembre e indirizzato al Mimit e all’AGCOM, sul rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze mobili in scadenza a fine 2029. Il giudizio è netto. L’ipotesi su cui lavora il regolatore, cioè prorogare in blocco tutte le bande agli attuali assegnatari fino al 31 dicembre 2037, rischia di congelare il mercato. Al suo posto l’AGCM propone una strada intermedia: rinnovare solo una parte dello spettro e rimettere il resto in gara.
Cosa c’è sul tavolo
Il parere risponde alla delibera AGCOM 199/26/CONS, la consultazione pubblicata il 3 agosto di cui avevamo raccontato i dettagli a fine luglio. Lì l’Autorità per le comunicazioni indicava come scelta preferita la cosiddetta Opzione Rinnovo. Coinvolge le bande 800, 900, 1500, 1800, 2100, 2600 e 3400-3600 MHz, cioè quasi tutto lo spettro che regge il 4G e buona parte del 5G italiano, con la 28 GHz prorogata alla stessa data. Il rinnovo sarebbe non oneroso, quindi senza asta, ma legato a un contratto di programma: obiettivi di copertura e indicatori di qualità come 150 Mbit/s in download, 30 in upload e 15 millisecondi di latenza per il 95% della popolazione. La consultazione si è chiusa ieri, 5 ottobre.
L’AGCM riconosce i meriti dell’impianto. Apprezza che il percorso sia partito con largo anticipo, il coinvolgimento degli operatori e soprattutto l’idea di fissare indicatori di prestazione prima dell’assegnazione e verificarli dopo. Il problema, per l’Antitrust, è il perimetro.
Il nodo: una fotografia scattata nel 2018
Rinnovare la totalità delle frequenze, si legge nel parere, porterebbe a «una cristallizzazione nelle dotazioni frequenziali per ulteriori otto anni, che appare idonea a ostacolare la possibilità di crescita di operatori con minori dotazioni frequenziali nonché l’eventuale ingresso di altri operatori». Tradotto: chi oggi ha più spettro se lo terrebbe fino al 2037, e chi ne ha meno non avrebbe occasione di recuperare. Il danno alla concorrenza, scrive l’AGCM, sarebbe sia statico, sui prezzi e sulle offerte di oggi, sia dinamico, sull’innovazione e sugli investimenti di domani.
L’Autorità richiama il suo precedente parere AS1493, quello sull’asta 5G del 2018 che aveva fruttato allo Stato 6,55 miliardi di euro. Allora aveva giudicato con favore la riserva di spettro e il tetto alle assegnazioni, proprio per l’asimmetria di dotazioni «a favore degli operatori storici». Lo schema di AGCOM, nella lettura dell’Antitrust, rischia di rendere permanente quella stessa asimmetria. Nel corso delle consultazioni Iliad aveva chiesto un riequilibrio dello spettro, e AGCOM aveva risposto offrendo obblighi di accesso invece di frequenze.
L’offerta unica che sa di cartello
Gli obblighi di accesso per gli operatori virtuali sono l’altro punto su cui l’AGCM alza un sopracciglio, ed è anche quello che dà il titolo al parere. Lo schema di delibera prevede che gli operatori di rete possano adempiere in modo collettivo, attraverso un’offerta di accesso unica. Per l’Antitrust è un’opzione che «conduce inevitabilmente ad accordi tra operatori concorrenti di natura collusiva». Il motivo è semplice: se i quattro operatori di rete si siedono allo stesso tavolo per scrivere un’unica offerta all’ingrosso, nessuno ha più interesse a fare prezzi migliori degli altri per conquistarsi gli operatori virtuali.
La proposta: rinnovo parziale e gara senza rilanci
L’alternativa suggerita è un’opzione mista. Agli operatori verrebbe rinnovata solo una «dotazione spettrale congrua», definita per quantità e qualità da AGCOM. Le frequenze restanti tornerebbero in gara, ma non con un’asta classica: una procedura «senza rilanci competitivi, privilegiando la qualità tecnica dell’offerta piuttosto che il prezzo». L’obiettivo dichiarato è premiare chi investe nella rete «evitando al contempo un eccessivo aggravio finanziario» per gli operatori. Chi ricorda i miliardi del 2018 capisce perché la precisazione non è un dettaglio.
A questo l’AGCM aggiunge i tetti previsti dall’articolo 65, comma 2, del Codice delle comunicazioni elettroniche: limiti alla quantità di spettro accessibile per gli operatori che più beneficeranno del rinnovo. Sono misure che il parere definisce «pro-competitive e anti-accaparramento», necessarie per evitare livelli eccessivi di concentrazione. Sul fronte dei controlli chiede infine procedure sanzionatorie più robuste. Per le frequenze eventualmente revocate a chi non rispetta gli impegni suggerisce un riutilizzo con «un meccanismo premiale a favore degli operatori maggiormente virtuosi in termini di raggiungimento dei KPI». In pratica lo spettro tolto a chi manca gli obiettivi andrebbe a chi li centra.
Lo sfondo: ricavi fermi, investimenti mobili in calo
Il parere arriva in un settore che di cattive notizie ne ha già. Secondo i dati AGCOM ripresi oggi da Corriere Comunicazioni, nel 2025 i ricavi delle telecomunicazioni sono saliti del 4,5% a 29,5 miliardi, ma restano lontanissimi dai 41,9 del 2010. Soprattutto, la crescita è tutta della rete fissa (+7,9%), mentre il mobile perde lo 0,6% e scende poco sotto gli 11 miliardi. Gli investimenti in infrastrutture mobili sono calati del 14,4%, a circa 1,5 miliardi, mentre quelli sul fisso crescevano del 10,3%. Il ricavo medio mensile per utente mobile in Italia è intorno ai 9 euro, contro una media europea di 14,9.
È l’argomento che gli operatori usano da mesi per chiedere un rinnovo gratuito, e il mercato sembra crederci. Sempre secondo Corriere Comunicazioni, gli analisti di Intermonte attendono una decisione del Governo entro fine anno e danno al 66% la probabilità di un rinnovo senza costi. Per TIM stimano un beneficio di 1,38 miliardi di euro a fronte di 50-100 milioni l’anno di investimenti aggiuntivi. Sul tema degli impegni legati al rinnovo, a settembre INWIT aveva chiesto di vincolare le frequenze alla costruzione di nuovi siti.
Il commento della redazione
Il parere dell’Antitrust non è vincolante ed è stato reso pubblico proprio nel giorno in cui la consultazione si chiudeva, quindi nessuno si aspetti una retromarcia completa. Ha però il merito di nominare la cosa che il dibattito sul rinnovo tende a dare per scontata: le frequenze sono una risorsa pubblica, e regalarle per otto anni a chi le ha già significa anche decidere chi potrà crescere e chi no fino al 2037. La proposta dell’AGCM prova a tenere insieme le due esigenze, perché non chiede un’asta che drenerebbe soldi agli investimenti, ma nemmeno una proroga in fotocopia. Resta il dubbio pratico: definire cosa sia una «dotazione congrua» per ciascun operatore è il genere di esercizio che può trascinarsi per mesi, e il calendario del 2029 non è poi così lontano. La palla ora torna ad AGCOM e al Mimit, che dovranno dire se la fotografia del 2018 va incorniciata o ritoccata. Il dibattito europeo sul consolidamento spinge nella direzione opposta a quella dell’Antitrust, e la scelta italiana dirà molto anche su questo.
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