
Per venticinque anni il flusso è andato in una direzione sola: da Shenzhen a San Diego. Huawei ha pagato la sua prima licenza a Qualcomm nel 2001 e da allora, come ogni produttore di telefoni al mondo, ha continuato a versare royalty sui brevetti essenziali del cellulare. Lunedì 5 ottobre le due aziende hanno annunciato un accordo pluriennale di licenza incrociata che copre 5G, calcolo, intelligenza artificiale e networking, con in più l’acquisto da parte di Qualcomm di alcuni brevetti statunitensi di Huawei. Cifre non ne hanno date. Ma secondo Nikkei Asia, citato da più testate, con questo accordo Qualcomm diventerebbe per la prima volta pagatore netto verso Huawei.
Cosa dice il comunicato, e cosa no
Il testo diffuso da Huawei è asciutto. L’accordo comprende licenze incrociate sui portafogli brevettuali delle due aziende «in una gamma di campi tecnologici che includono 5G, compute, AI e networking», più l’acquisto da parte di Qualcomm di «alcuni brevetti statunitensi di Huawei» nelle aree del calcolo, dell’AI, del networking e di altre tecnologie. La transazione si chiuderà dopo le necessarie approvazioni regolatorie, e le parti dichiarano che i termini rispettano i principi FRAND, cioè condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie. Alan Fan, Chief Intellectual Property Officer di Huawei, ha rivendicato i contributi dell’azienda agli standard 4G e 5G citando in particolare i codici polari, «la tecnologia di trasmissione del segnale vicina al limite fisico», e ha aggiunto che l’accordo «riconosce i contributi fondamentali di Qualcomm alle moderne tecnologie di comunicazione». Dall’altra parte John Han, Executive Vice President e responsabile di Qualcomm Technology Licensing, ha parlato di una conferma «della leadership tecnologica di Qualcomm nel 5G e del successo del suo programma di licenze sui brevetti essenziali 5G», riconoscendo a sua volta «la continua innovazione e proprietà intellettuale di Huawei nel 5G e in altri campi».
Quello che il comunicato non dice lo hanno aggiunto le agenzie. Secondo Reuters è il primo accordo di licenza fra Huawei e Qualcomm a coprire il 5G, e Huawei ha fatto sapere che, una volta completato, porterà il valore complessivo dei suoi accordi di licenza oltre i 6,9 miliardi di dollari: una cifra che riguarda l’intero portafoglio di contratti del gruppo, non questo in particolare. Sempre da Huawei viene il dato che l’attività di licenze sulla proprietà intellettuale produce ricavi netti positivi dal 2021, e che la prima entrata da brevetti risale al 2011, da Motorola. Bloomberg Law riferisce che l’intesa tocca anche l’ottica near e co-packaged e che Qualcomm ha accettato di prendere in licenza i brevetti alla base di LogicFolding, la tecnica di progettazione tridimensionale con cui Huawei ha costruito il Kirin 9050 Pro dei Mate 90 presentati giovedì scorso. Resta da capire cosa questo significhi in pratica, perché nessuna delle due aziende ha pubblicato tariffe, prezzi d’acquisto o un confronto fra ciò che ciascuna parte pagherà.
Da 1,8 miliardi di arretrati al segno meno
Per capire la portata del rovesciamento bisogna tornare al luglio 2020. Allora Qualcomm chiuse una lunga disputa con Huawei con un accordo di licenza globale pluriennale e un pagamento una tantum di 1,8 miliardi di dollari, che copriva le royalty non versate per il 2019 e la prima metà del 2020. Era il momento in cui Huawei, già nella Entity List americana dal 2019, non poteva più comprare chip da Qualcomm ma doveva comunque pagarne i brevetti, perché le licenze non ricadono sotto i controlli all’export. Da quel 2019 in poi Huawei ha aumentato la spesa in ricerca e ha spinto sempre più sulla monetizzazione dei brevetti: l’accordo con Qualcomm segue quello annunciato ad agosto con HP. Il risultato è che l’azienda che non può comprare i chip americani oggi incassa dall’azienda americana che li progetta.
Per Qualcomm il contesto è diverso ma non meno interessante. Due settimane fa raccontavamo il rinnovo della licenza con Apple, che dal 2027 continuerà a pagare le royalty di San Diego anche usando i modem fatti in casa. Il programma di licenze sui brevetti essenziali 5G, quello che Han cita nel comunicato, è la parte più redditizia del gruppo, e un accordo con Huawei che lo conferma come cornice ha un valore in sé anche se stavolta il saldo è negativo. In cambio Qualcomm porta a casa brevetti statunitensi in calcolo, AI e networking, e le licenze su tecnologie di packaging e di progettazione che Huawei ha dovuto inventare proprio perché tagliata fuori dalle fonderie più avanzate. Qui il cerchio si chiude in modo curioso: le sanzioni hanno costretto Huawei a trovare strade alternative, e quelle strade sono diventate brevetti che l’industria americana trova abbastanza interessanti da pagare.
Il commento della redazione
La cosa che colpisce non è l’accordo, che fra due aziende con portafogli di quelle dimensioni è quasi fisiologico, ma la direzione del denaro. Che un’azienda cinese sotto sanzioni dal 2019 arrivi a incassare dal principale progettista di modem americano è il segnale che i brevetti 5G sono un mercato a sé, con regole proprie, dove conta chi ha scritto lo standard e non chi può comprare i chip. In Europa, dove si discute di escludere Huawei dalle reti come fornitore ad alto rischio, vale la pena tenerlo a mente: si può togliere Huawei dalle antenne, non dal 5G. Ogni telefono che si aggancia a una BTS europea usa i codici polari e le altre tecnologie che Huawei ha portato nello standard, e qualcuno, da qualche parte nella catena, per quei brevetti paga. Da oggi, a quanto pare, anche Qualcomm. Il dettaglio che vorremmo conoscere, e che probabilmente non conosceremo mai, è quanto: i comunicati parlano di FRAND, le agenzie di saldo netto, e in mezzo c’è una cifra che nessuna delle due aziende ha interesse a rendere pubblica.
Fonti: comunicato Huawei del 5 ottobre 2026 (huawei.com, EQS Newswire); Reuters e Nikkei Asia come citati da tbreak e CXO Digital Pulse; Bloomberg Law come citato da tbreak; Financial News UK; per l’accordo del 2020, Electronic Design e la copertura dell’epoca sui risultati Qualcomm del terzo trimestre fiscale 2020.
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