
Il 6G, quando arriverà, partirà piano. È la conclusione meno spettacolare e più utile della nuova previsione di GSMA Intelligence, il braccio di analisi dell’associazione degli operatori, pubblicata il 23 settembre e ripresa oggi da Corriere Comunicazioni: nel 2030, l’anno che l’industria ha eletto a data di nascita commerciale della nuova generazione, le connessioni 6G nel mondo saranno circa 50 milioni, lo 0,5 per cento della base mobile globale. Poi la curva si impenna: 275 milioni a fine 2031, quasi 740 milioni nel 2032, il miliardo superato nel 2033 con 1,3 miliardi a fine anno, 1,9 miliardi nel 2034 e 2,4 miliardi nel 2035. A quel punto il 6G varrà il 23 per cento delle connessioni mobili del pianeta.
Due fasi, e il 5G che non se ne va
GSMA Intelligence legge questi numeri come due fasi distinte. Fra il 2030 e il 2032 ci saranno lanci isolati e la costruzione dell’ecosistema, cioè chip, terminali e spettro; dal 2033 in poi la tecnologia comincerà a funzionare su scala globale. Il punto su cui il rapporto insiste è che nulla di tutto questo avverrà a spese del 5G: alla fine del 2035 il 5G rappresenterà ancora circa il 60 per cento delle connessioni mondiali, contro il 23 del 6G e il 17 del 4G. La prima metà degli anni Trenta, scrivono gli analisti, sarà un decennio di coesistenza e non di sostituzione, e gli operatori passeranno il resto degli anni Venti a estendere la copertura 5G, a portare in rete il 5G standalone e a introdurre le funzioni 5G-Advanced, sulle quali il 6G si appoggerà. È una frase che vale la pena tenere a mente ogni volta che una presentazione parla di 6G come se il 5G fosse un capitolo chiuso: per la maggior parte del mondo non lo è, e non lo sarà nemmeno fra dieci anni.
Chi parte prima: Cina, Nord America, poi l’Europa
Come nelle generazioni precedenti, la transizione non avverrà ovunque alla stessa velocità. La prima ondata si concentrerà nei mercati mobili avanzati dell’Asia orientale, del Nord America e di alcune aree d’Europa, dove alti livelli di adozione del 5G, ecosistemi di dispositivi maturi e domanda di capacità creano le condizioni per partire prima. La Cina, per la sola dimensione del suo mercato, peserà in modo determinante sui totali: GSMA Intelligence stima che entro il 2035 oltre la metà delle sue connessioni sarà 6G, in linea con il piano quinquennale delle reti di cui abbiamo scritto. Anche altri mercati guida arriveranno attorno alla metà delle connessioni, e i grandi mercati emergenti, pur con tassi più bassi, contribuiranno in volume per la dimensione delle loro basi utenti.
Il divario si vede meglio per regione: a fine 2035 circa la metà delle connessioni del Nord America sarà 6G, l’Asia orientale sarà anch’essa in testa, e l’Europa seguirà con circa un quarto. Altrove, in diverse regioni emergenti, l’adozione resterà sotto il 10 per cento per tutto il periodo di previsione, perché molti di quei mercati nei primi anni Trenta staranno ancora completando il passaggio dal 4G al 5G. L’Europa a un quarto, con il Nord America al doppio, è il dato che ci riguarda di più, e che il rapporto non commenta: lo lasciamo per il commento finale.
Quattro volte il traffico, e uno o due gigahertz che mancano
La parte più concreta della previsione riguarda ciò che le reti dovranno reggere. GSMA Intelligence stima che il traffico mobile totale quadruplicherà in dieci anni, da circa 204 exabyte al mese nel 2025 a 846 nel 2035, con una crescita annua di circa il 15 per cento. Il video resterà la voce principale, ma cresceranno con particolare forza l’intelligenza artificiale, la realtà estesa e, dal lato rete, il fixed wireless access 5G. E cambierà la natura del traffico: dispositivi con AI a bordo, telecamere, sensori e applicazioni XR non si limiteranno a consumare contenuti ma ne produrranno e ne trasmetteranno, spostando le richieste su uplink, latenza e affidabilità. È lo stesso ragionamento che Qualcomm ha messo al centro del suo disegno del 6G all’inizio del mese.
Per reggere quel traffico serviranno più efficienza, più capacità e più spettro. Sul terzo punto il rapporto richiama l’analisi Vision 2040 della GSMA: fra il 2035 e il 2040 potrebbero servire da 2 a 2,5 GHz di spettro in banda media nelle zone ad alta densità, fino a 2,4-3,3 GHz nei paesi con domanda più alta, contro circa 1 GHz oggi assegnato al mobile nella maggior parte dei paesi. Mancano, in altre parole, da uno a due gigahertz di banda media, oltre a miglioramenti continui di efficienza spettrale e densificazione. È la cornice in cui vanno lette le richieste di prova a 2,7 e 4 GHz depositate da T-Mobile alla FCC la settimana scorsa: la caccia allo spettro del 6G è già cominciata, quattro anni prima del primo cliente.
Il resto del testo descrive che cosa il 6G dovrebbe fare oltre a trasportare più bit: l’integrazione dell’AI nelle operazioni di rete, dall’allocazione delle risorse alla gestione dell’energia, e il sensing, cioè l’uso dei segnali radio per rilevare posizione, movimento e oggetti nell’ambiente, che è uno dei sei scenari d’uso del quadro IMT-2030 dell’ITU e che abbiamo visto Samsung e Verizon provare in uno stadio la settimana scorsa. Con un’avvertenza finale degli stessi analisti: il 2035 è una tappa, non un traguardo, perché a quella data più di tre quarti delle connessioni mondiali useranno ancora una tecnologia precedente.
Il nostro commento
Le previsioni a dieci anni vanno lette per la forma della curva, non per le cifre, e la forma è chiara: cinque anni di rincorsa, poi la scala. Ma il numero che dovrebbe far riflettere in Europa non è il 2,4 miliardi, è il 25 per cento. GSMA Intelligence mette il continente a metà strada fra il Nord America e i mercati emergenti, e la ragione non è scritta ma è facile da indovinare per chi segue queste pagine: si arriva al 6G passando dal 5G standalone, e in Europa quel passaggio è in ritardo, con l’Italia che, come ci ha detto Ookla, resta fra le ultime grandi economie senza una commercializzazione su larga scala. La previsione, del resto, lo dice in modo esplicito: gli anni Venti servono a finire il 5G, e chi non lo finisce parte dopo. Poi c’è la questione dello spettro, dove uno o due gigahertz di banda media in più sono un’enormità: tutto il 3,4-3,8 GHz su cui gira il 5G italiano ne vale 0,4. Qui non basteranno le aste, servirà spostare chi oggi occupa quelle bande, e in Europa quel lavoro è appena all’ordine del giorno. Il 6G del 2030 sarà, per la stragrande maggioranza di noi, una notizia dal Nord America e dalla Cina. Il 6G del 2035 dipenderà da decisioni sullo spettro che vanno prese adesso.
Fonti: GSMA Intelligence, «6G from launch to scale: 2.4 billion connections by 2035» (23 settembre 2026); Corriere Comunicazioni, 24 settembre 2026.