
Di solito, quando una rete mobile si spegne, qualcuno corre a riaccenderla. C’è però un tipo di blackout che nessun tecnico può riparare, perché a ordinarlo è stato un governo: l’operatore riceve una disposizione e stacca, in tutto o in parte, il servizio a milioni di clienti. Oggi, 18 settembre, Vodafone ha pubblicato un rapporto, «Network Shutdowns in a Connected World», che mette in fila i numeri di questo fenomeno e propone una procedura per limitarlo. Il punto di partenza è un dato dell’organizzazione Access Now e della coalizione #KeepItOn: nel 2025 sono stati registrati almeno 313 spegnimenti deliberati in 52 paesi, l’anno peggiore di sempre, dopo i 304 del 2024 e i 289 del 2023.
Più lunghi, non solo più numerosi
Il conteggio degli episodi dice solo una parte della storia, perché uno spegnimento di due ore e uno di due mesi valgono entrambi uno. Il rapporto affianca quindi una seconda misura, che guarda alla durata: 212 grandi shutdown in 28 paesi, per circa 120.000 ore complessive di interruzione, il totale più alto mai documentato. Rispetto al 2024 le ore di blackout totale di internet sono cresciute del 47 per cento, quelle di blocco di una singola piattaforma social del 66 per cento. Le persone toccate da restrizioni deliberate sono state quasi 800 milioni, e il costo economico globale, stimato sulla base dei maggiori episodi, sfiora i 20 miliardi di dollari, concentrato soprattutto nei paesi a reddito medio e basso. Le aree più colpite sono Medio Oriente, Asia meridionale, Europa orientale e parte dell’Africa, e le occasioni sono quelle che ci si aspetta, cioè elezioni, proteste e tensioni di sicurezza, più una che sorprende: i periodi degli esami scolastici, quando alcuni governi spengono la rete per impedire che si copi.
Vodafone, che ha commissionato lo studio a un gruppo di autori indipendenti, scrive nella prefazione firmata da Joakim Reiter, responsabile degli affari esterni del gruppo, una frase che descrive bene la posizione scomoda degli operatori: l’azienda «rispetta sempre la legge e gli ordini legittimi dei governi» dei paesi in cui lavora, ma cerca «ovunque possibile di interpretare le richieste nel modo più restrittivo che la legge consente» e di contestarne o limitarne la portata. Il gruppo, che si presenta come operatore europeo e africano con circa 370 milioni di clienti e reti in 17 mercati, parla per esperienza diretta: in molti di quei paesi dal telefono passano anche i pagamenti, e quando la rete si ferma non si ferma solo WhatsApp.
Quando spegnere fa più danni del problema
Il cuore del rapporto sono tre capitoli sugli effetti sociali, di sicurezza ed economici, e gli esempi sono più eloquenti delle percentuali. In Etiopia gli spegnimenti prolungati hanno tagliato le famiglie fuori dalle piattaforme di mobile money, e quindi dalle rimesse che servivano a reggere sfollamenti e carestia; con l’identità digitale nazionale introdotta nel 2023, necessaria per sanità, banche e trasporti, l’assenza di rete pesa ancora di più. Durante la pandemia, nel Kashmir, nel Tigrè e in Uganda attorno alle elezioni del 2021, medici e ospedali si sono trovati senza accesso alle informazioni sul contagio e senza modo di coordinarsi. In Sudan, in Senegal e ancora nel Kashmir gli studenti non hanno potuto seguire lezioni, consegnare lavori o rispettare le scadenze delle borse di studio.
Il capitolo sulla sicurezza sostiene che la giustificazione più usata dai governi sia spesso sopravvalutata: uno shutdown ostacola le comunicazioni d’emergenza, indebolisce il monitoraggio informatico e crea un vuoto informativo in cui le voci incontrollate circolano meglio, non peggio. E poi ci sono i danni collaterali di rete, che a chi si occupa di telecomunicazioni dicono molto. Nel 2008 Pakistan Telecom, eseguendo l’ordine di bloccare YouTube nel paese, intervenne sull’instradamento e finì per rendere YouTube irraggiungibile nel mondo intero. Nel 2013 uno spegnimento ordinato dal Sudan lasciò senza internet anche il Ciad, che non ha sbocco al mare e dipende dai collegamenti internazionali del vicino. Intanto chi può aggira il blocco con VPN e connessioni satellitari, strumenti che però, osserva il rapporto, restano fuori dalla portata di gran parte della popolazione per costi e competenze: il risultato è che il blackout colpisce soprattutto chi ha meno alternative.
Sul fronte economico lo studio riprende un’analisi di Deloitte per la Global Network Initiative, datata 2016, che normalizza il danno per giornata e per dieci milioni di abitanti: circa 23,6 milioni di dollari al giorno in un’economia molto connessa, 6,6 in una mediamente connessa, 0,6 in una poco connessa. In altre parole, più un paese si digitalizza e più caro gli costa staccare la spina, e gli autori avvertono che quelle soglie, vecchie di dieci anni, vanno ormai lette come una stima prudente.
La proposta: un percorso obbligato prima di staccare
La parte propositiva si chiama Transparent Governance Framework ed è costruita come una sequenza di verifiche. Lo spegnimento è ammesso solo come misura eccezionale di ultima istanza, e solo se esistono una base legale chiara, un obiettivo pubblico legittimo e prove solide di una minaccia specifica e credibile. Il governo deve dimostrare che non esiste un’alternativa meno restrittiva e che i benefici attesi superano i danni sociali, economici e di sicurezza; se una sola di queste verifiche fallisce, lo shutdown non deve procedere. Attorno, garanzie procedurali prima, durante e dopo: ordini scritti, controllo indipendente, revisioni periodiche, possibilità di ricorso davanti a un giudice, rendiconto pubblico. Il rapporto si appoggia alla giurisprudenza già esistente, dall’India al Kenya fino alla Corte di giustizia dell’ECOWAS, che nel caso promosso da Amnesty International contro il Togo ha stabilito che uno spegnimento deve fondarsi su una legge preesistente. «Gli spegnimenti generalizzati non sono mai proporzionati», sintetizza Reiter.
Il nostro commento
Conviene leggere questo documento sapendo chi lo firma. Vodafone non è un osservatore neutrale: è uno degli operatori a cui quegli ordini arrivano, e ogni ora di rete spenta è un’ora di ricavi persi e di clienti furiosi con chi materialmente ha staccato, non con chi lo ha ordinato. Chiedere ordini scritti e motivati serve anche a questo, a spostare la responsabilità dove sta davvero. Ciò non toglie valore alla proposta, che ha il merito della concretezza: non dice ai governi «mai», dice «dimostratelo, per iscritto e davanti a un giudice». Il limite è evidente, e il rapporto non lo nasconde: i paesi che spengono la rete durante un’elezione sono di rado quelli disposti a sottoporsi a un controllo indipendente. Su queste pagine raccontiamo spesso quanto lavoro serva per tenere accesa una rete, dalle quattro ore di autonomia che la Spagna vuole imporre alle reti mobili alle chiamate d’emergenza cadute nel vuoto in Australia per un guasto, fino a Taiwan che rallenta apposta l’internet mobile per allenarsi al peggio. Qui il quadro è rovesciato: la rete funziona, ed è una firma a spegnerla. Con i pagamenti, la sanità e l’identità digitale che ormai passano dal telefono, la domanda non è più se sia censura: è quanta parte di un paese si ferma insieme al segnale.
Fonti: rapporto «Network Shutdowns in a Connected World», commissionato da Vodafone Group (settembre 2026), e relativo comunicato; Light Reading, 18 settembre 2026.