
Il 17 settembre, all’ESAC di Madrid, l’Agenzia Spaziale Europea ha firmato in un colpo solo diciotto contratti con quasi ottanta aziende per studiare i servizi che IRIS², la costellazione sovrana dell’Unione, potrebbe offrire domani. In mezzo a quella folla c’è un nome che i lettori di TLCworld conoscono: Sateliot, l’operatore di Barcellona che ha messo in orbita la prima costellazione basata sullo standard 3GPP per l’Internet delle cose, è stata selezionata per il cosiddetto strato Low-LEO di IRIS² con un progetto dal nome che è tutto un programma, RESCUE-NET. Tradotto dall’acronimo: un ecosistema unificato di comunicazioni europee sovrane e resilienti, su rete non terrestre.
Che cosa farà davvero Sateliot
Conviene leggere il comunicato con attenzione, perché le parole pesano. Sateliot, si legge, «studierà casi d’uso orientati al futuro di direct-to-device e connettività IoT sicura», e «definirà il modo in cui le capacità delle reti non terrestri, costruite sullo standard 3GPP per la convergenza tra satellite e terra, possono estendere comunicazioni resilienti e sovrane agli utenti governativi europei». Gli scenari vanno dalla continuità del servizio alla connettività d’emergenza e nelle aree remote, «dove le reti terrestri non arrivano». È uno studio, dunque, inserito nella cosiddetta fase di consolidamento delle attività pre-operative e di riduzione del rischio che l’ESA gestisce per conto della Commissione: non un contratto per costruire satelliti né per fornire un servizio.
Il CEO Jaume Sanpera lo dice con franchezza: «Il nostro compito è dettagliare come la connettività 5G standard dallo spazio possa dare ai governi un collegamento resiliente e indipendente quando conta di più, garantendo la continuità del servizio nelle emergenze, nei luoghi dove le reti terrestri non sono disponibili». E aggiunge la frase che spiega perché un’azienda commerciale corra dietro a un programma governativo: «Il quadro più grande è la sovranità. Un’Europa che controlla la propria connettività, dallo standard su cui gira a dove tiene i suoi dati, è un’Europa più forte». Il comunicato non indica né la durata né il valore del contratto di Sateliot, né le frequenze su cui i servizi verrebbero erogati.
Lo strato Low-LEO, spiegato
Per capire il peso della notizia bisogna avere in mente la forma di IRIS². Come raccontavamo una settimana fa, quando Eutelsat ha assegnato i contratti per tutte le 348 piattaforme, la costellazione principale è fatta di 330 satelliti in orbita bassa a 1.200 chilometri e 18 in orbita media a 8.000, con i primi lanci previsti nel 2029. Lo strato Low-LEO è un’altra cosa: nella descrizione dell’ESA è «un meccanismo di innovazione flessibile e continuo» che affianca gli strati LEO e MEO «più rigidi» del sistema, con cicli di sviluppo più corti, e serve a far maturare servizi nuovi prima di decidere se integrarli nella costellazione operativa. Ha due componenti: quella dell’Unione, che riguarda servizi governativi strategici nell’ambiente operativo sotto i 750 chilometri di quota, e quella dell’ESA, che porta servizi complementari fino alla validazione in orbita a livello pre-operativo. L’agenzia lo scrive nero su bianco: «la componente Low-LEO dell’ESA non è una costellazione operativa separata».
È anche, dichiaratamente, uno strumento industriale. I contratti firmati a Madrid, per un totale di 20 milioni di euro, servono secondo l’ESA a «dare alle aziende piccole e medie l’opportunità di contribuire» a un programma la cui filiera principale è già nelle mani dei grandi. I servizi allo studio vanno dalla banda larga governativa sicura alle operazioni marittime e aeronautiche, fino al data relay. Il calendario è quello che conta: sulla base di questi studi l’ESA avvierà le gare per la fase di implementazione, con missioni pianificate «lungo il 2027-2029» per validare in orbita i servizi selezionati. Laurent Jaffart, direttore per resilienza, navigazione e connettività dell’agenzia, la mette così: «Lo spazio evolve rapidamente, e l’Europa deve evolvere con esso. Il Low-LEO offre l’opportunità di esplorare idee e capacità nuove, testarle nella pratica e imparare dai risultati».
Da Barcellona ai governi, passando per il 3GPP
Sateliot arriva a questo appuntamento con un curriculum preciso. Fondata nel 2018, ha in orbita la prima costellazione LEO conforme alla Release 17 del 3GPP per le reti non terrestri: dispositivi NB-IoT commerciali, non modificati, che parlano direttamente col satellite con copertura discontinua e un approccio store-and-forward, cioè il satellite raccoglie i dati al passaggio e li scarica quando vede una stazione a terra. Ad aprile, lanciando un round da 100 milioni di euro, l’azienda dichiarava sei satelliti già in orbita, altri cinque in arrivo nel 2026 e sedici da finanziare per completare il servizio IoT, con precontratti per 270 milioni, oltre 400 clienti in 60 Paesi e accordi con Telefónica e Deutsche Telekom. Lo Stato spagnolo, che era entrato nel capitale nel 2025, detiene il 18,7 per cento. Il passo successivo sono i satelliti di nuova generazione Tritó, attesi nel 2027, con cui Sateliot vuole passare dall’IoT a raffica al 5G NR in tempo reale verso i telefoni: la stessa evoluzione che RESCUE-NET dovrà mettere al servizio degli utenti governativi.
Il commento della redazione
Ci sembra la notizia giusta letta nel modo giusto. Non è un contratto da miliardi e non porta un solo satellite in più in orbita: è uno studio dentro un pacchetto da venti milioni diviso in diciotto contratti, e chi lo racconta come «Sateliot entra in IRIS²» sbaglia. Eppure è importante, per due ragioni. La prima è che segna il punto in cui il direct-to-device europeo smette di essere solo un affare da operatori mobili in cerca di spettro, come il consorzio a quattro sui 2 GHz di cui abbiamo scritto, e diventa un requisito governativo: protezione civile, emergenze, continuità di servizio quando la rete terrestre è giù. La seconda è il metodo. Mentre la costellazione grande è già affidata ai colossi, l’ESA usa lo strato basso per far entrare le aziende piccole con la tecnologia standard, e il 3GPP è la chiave: un telefono o un sensore qualunque che aggancia il satellite senza hardware proprietario è un’altra strada rispetto ai sistemi che legano il servizio a un solo fornitore.
Il rischio è il solito europeo, cioè che tra studio, gara di implementazione e validazione «lungo il 2027-2029» si arrivi a un servizio pre-operativo quando altrove il direct-to-device sarà già commerciale da anni. Sateliot ha però un vantaggio raro in questa fase: una costellazione vera, già in orbita, su cui provare le idee prima di scriverle nelle slide. Abbiamo inviato all’azienda le nostre domande su RESCUE-NET e sui Tritó, e torneremo sull’argomento quando avremo le risposte.