
Non un divieto, non una lista nera, non una scadenza per smontare le antenne: un prestito. L’amministrazione Trump ha scelto la via del credito per contrastare Huawei in Africa, e la notizia, data oggi da Reuters, è che la Export-Import Bank degli Stati Uniti concederà quasi 100 milioni di dollari ad Africell, l’unico operatore di rete mobile del continente a capitale americano. Il comunicato, citato dall’agenzia insieme a una fonte informata, dice che il prestito “consentirà ad Africell di investire nelle più recenti tecnologie per le reti mobili fornite da aziende americane e alleate”. Tradotto: soldi pubblici americani perché un operatore africano non compri apparati da Huawei e ZTE.
Africell non è un colosso. Fondata nel 2001 da Ziad Dalloul, che ne è ancora amministratore delegato, serve circa 15 milioni di clienti in quattro Paesi: Angola, Repubblica Democratica del Congo, Gambia e Sierra Leone. In un comunicato di luglio, ricordato da Developing Telecoms, si è definita “l’unico operatore mobile in Africa di proprietà americana”, con una storia di collaborazioni con la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato, l’agenzia per il commercio e lo sviluppo e la stessa ExIm. Il rapporto con la finanza pubblica americana non nasce oggi: una linea da 100 milioni di dollari dell’OPIC, l’ente poi diventato International Development Finance Corporation, aveva già sostenuto l’espansione della società, che Reuters data al 2018 e il sito di Africell all’accordo del maggio 2019, rinegoziato nel 2021 per sostenere l’ingresso in Angola dopo la licenza vinta nel febbraio di quell’anno. Secondo la scheda di Dealroom, che riprende il comunicato, il nuovo prestito diretto vale 99,6 milioni ed è destinato proprio alla rete angolana.
Il contesto: il 52 per cento del 5G africano è Huawei
Il numero che spiega l’operazione lo cita Reuters da Counterpoint Research: Huawei detiene circa il 52 per cento del mercato delle infrastrutture 5G in Africa. Developing Telecoms aggiunge che al fornitore cinese viene attribuito, dal 2020, almeno il 70 per cento delle installazioni 4G nell’Africa subsahariana, con ZTE presente in molti mercati da un paio di decenni. È il continente in cui la presenza dei due vendor cinesi è più radicata, costruita su prezzi, finanziamenti e una rete commerciale che Ericsson e Nokia non hanno mai eguagliato a sud del Sahara.
Contro questo Washington mette in campo la sua “rete pulita”, l’iniziativa lanciata durante il primo mandato di Trump per espellere tecnologie, app e operatori cinesi dalle infrastrutture americane e alleate, proseguita nel secondo mandato e rafforzata da un ordine esecutivo del 2025 che impone alle agenzie federali di promuovere la tecnologia americana all’estero, dall’intelligenza artificiale al networking. Le sanzioni a Huawei restano motivate dall’accusa di possibile spionaggio, che l’azienda ha sempre respinto; oggi non ha risposto alla richiesta di commento di Reuters. Ha risposto invece l’ambasciata cinese a Washington, con una frase che vale come lettura politica dell’operazione: gli Stati Uniti non dovrebbero “perseguire la propria agenda africana con l’obiettivo di minare la cooperazione tra Cina e Africa”.
Il precedente che Reuters ricorda è del 2022, quando la vicesegretaria di Stato dell’amministrazione Biden, Wendy Sherman, visitò gli uffici angolani di Africell e disse che i Paesi che scelgono Huawei “stanno potenzialmente rinunciando alla loro sovranità, consegnando i loro dati a un altro Paese”. Per il centro dati angolano, sempre secondo l’agenzia, Africell ha comprato tecnologia da HP, Nokia, Dell e Oracle. L’operatore, insomma, era già la vetrina americana in Africa: il prestito di oggi la finanzia.
Comprare la scelta del fornitore
Il dettaglio più interessante sta nella forma. In Europa la partita su Huawei si gioca con gli strumenti del divieto: il 5G toolbox, la riforma del Cybersecurity Act, i fornitori ad alto rischio da designare, e un’industria che, come abbiamo raccontato ieri con il rapporto di Connect Europe, chiede a Bruxelles di non imporre un bando perché smontare le reti costerebbe troppo: la GSMA aveva stimato il conto in decine di miliardi. In India il governo ha appena chiesto agli operatori un preventivo per sfrattare Huawei e ZTE dalle reti 4G prima di decidere. Gli Stati Uniti, all’estero, fanno un’altra cosa: non vietano, pagano. Un credito all’esportazione lega la scelta del fornitore ai soldi con cui la rete viene costruita, e sposta la decisione dal regolatore al direttore finanziario dell’operatore.
Il commento della redazione
Cento milioni di dollari, in un continente dove Huawei ha metà del 5G e più di due terzi del 4G, non spostano gli equilibri: sono un segnale, e va letto come tale. Africell è un operatore da 15 milioni di clienti in quattro Paesi, non MTN o Airtel, e la sua rete angolana è giovane. Il valore dell’operazione è dimostrativo: mostrare agli altri operatori africani che esiste una via americana al finanziamento delle reti, alternativa ai crediti cinesi che hanno accompagnato Huawei e ZTE per vent’anni. La domanda è se quella via sia percorribile in grande. Il credito all’esportazione funziona quando c’è un fornitore da esportare, e negli apparati radio gli Stati Uniti non ne hanno uno proprio: “americane e alleate”, nel comunicato, vuol dire soprattutto Ericsson, Nokia e Samsung. Chi paga è Washington, chi vende è Stoccolma o Espoo. È un paradosso che l’Europa, mentre litiga sul bando, farebbe bene a notare: la domanda per i suoi campioni delle antenne, in Africa, la sta creando il Tesoro americano. Resta una cosa da verificare: Reuters scrive che il comunicato ExIm è stato pubblicato venerdì, ma nel momento in cui scriviamo non compare ancora nella pagina delle notizie della banca. Aggiorneremo se i termini, dalla durata al vincolo sui fornitori, dovessero risultare diversi da quelli riportati.
Fonti: Reuters (Alexandra Alper, 11 settembre 2026, ripresa da Internazionale ed ET Telecom), Developing Telecoms (11 settembre 2026), Dealroom (11 settembre 2026), sito Africell (comunicato sull’accordo DFC), Counterpoint Research via Reuters.