
Da anni il 5G che abbiamo in tasca è, in buona parte, una promessa a metà: antenne nuove di zecca appoggiate a un cervello vecchio, ereditato dal 4G. Il passaggio al 5G «vero» — lo Standalone, quello con un core di rete completamente nuovo — è la trasformazione più costosa e meno visibile che gli operatori abbiano davanti. Quanto costosa lo ha appena messo nero su bianco Dell’Oro Group: allo stesso punto del ciclo di vita della tecnologia, gli operatori hanno già speso per il core 5G Standalone il 208% in più di quanto avevano investito nelle funzioni core del 4G. Il triplo, in pratica. E la storia non finisce qui, perché a rallentare la corsa adesso non sono gli standard né la mancanza di domanda, ma una cosa molto più prosaica: il prezzo dei server.
Standalone e Non-Standalone: il 5G a due velocità
Facciamo un passo indietro, perché la sigla merita due righe. La stragrande maggioranza delle reti 5G accese nel mondo dal 2019 a oggi è di tipo Non-Standalone (NSA): le radio sono 5G, ma il nucleo che gestisce autenticazione, sessioni e traffico è ancora l’Evolved Packet Core del 4G. Funziona, e pure bene, ma è come montare un motore nuovo su un telaio della generazione precedente: la velocità arriva, tutto il resto no. Il 5G Standalone cambia anche il telaio: un core nativo, software e cloud, che abilita le funzioni per cui il 5G ci era stato raccontato fin dall’inizio — latenze di pochi millisecondi, il network slicing con le sue «corsie riservate» virtuali per usi critici, le chiamate VoNR e i servizi su misura per industria e reti private. Non a caso le sperimentazioni più interessanti degli ultimi mesi, come il grande pilota acceso nel centro di Kyiv in piena guerra, ruotano proprio attorno a un core Standalone.
Un conto tre volte più salato, e il picco deve ancora arrivare
I numeri arrivano dal nuovo rapporto quinquennale di Dell’Oro sul mercato Mobile Core Network e Multi-access Edge Computing, pubblicato a fine luglio e ripreso oggi anche in Italia dal Corriere Comunicazioni. La lettura di Siân Morgan, senior director della società di analisi, è che il percorso degli standard 3GPP abbia creato uno sfasamento temporale tra la spesa per le radio e quella per il core: prima tutti a costruire antenne 5G, poi — con anni di distanza — la migrazione del cervello della rete. Una migrazione talmente complessa che i ricavi cumulativi incassati dai fornitori di core 5G Standalone risultano già molto superiori a quelli che l’Evolved Packet Core del 4G aveva generato alla stessa età. E il bello, dice Morgan, è che il picco non è ancora arrivato: la maggioranza degli operatori mobili non ha ancora esteso i servizi Standalone a una base ampia dei propri clienti. Tradotto: gran parte del mercato deve ancora comprare.
Il freno a mano tirato dalla RAM
Qui però la favola dell’espansione infinita si complica. Dell’Oro prevede che la crescita dei ricavi del core mobile 5G rallenterà nei prossimi due anni, e la causa è quasi paradossale: diversi operatori stanno rinviando i progetti di trasformazione perché i server costano troppo, e i server costano troppo perché sul mercato mancano le memorie. La corsa ai data center per l’intelligenza artificiale sta assorbendo quote enormi della produzione mondiale di DRAM e HBM, con rincari che secondo le stime circolate in questi giorni arrivano fino al 500%. Il risultato è che l’AI, la tecnologia che dovrebbe rendere le reti più intelligenti, per ora sta soprattutto rubando loro i componenti. Dell’Oro la considera comunque una fase passeggera: dal 2028 il mercato dei core mobili dovrebbe tornare a crescere a doppia cifra, quando i progetti congelati verranno scongelati e i prezzi dell’hardware torneranno su livelli terrestri.
L’Europa capofila e il 4G che si rifiuta di morire
Due dettagli del rapporto meritano attenzione. Il primo: sarà l’area EMEA — Europa, Medio Oriente e Africa — a generare la fetta più grande di ricavi del core mobile nei prossimi cinque anni. Per un continente abituato a leggersi ultimo in ogni classifica del 5G, e che proprio per questo discute di consolidamento per ritrovare la forza di investire, è un’indicazione tutt’altro che banale. Il secondo: il core 4G, che sulla carta sarebbe tecnologia superata, nel 2025 è persino cresciuto, tanto che Dell’Oro ha alzato le previsioni per quel segmento. Le reti legacy hanno la pelle dura, come racconta bene la nostra mappa mondiale degli switch-off 2G e 3G: si spengono le generazioni vecchie, ma quelle di mezzo restano in servizio molto più a lungo del previsto. Sull’intelligenza artificiale, infine, gli analisti restano volutamente prudenti: può portare efficienza e nuovi ricavi nei core di rete, ma anche far lievitare i costi infrastrutturali. Come dire: dipende da come la si usa, e da quanto costerà farla girare.
Il commento della redazione
Il core Standalone è il pezzo che trasforma il 5G da etichetta di marketing a piattaforma vera, ed è rivelatore che oggi il ritardo non dipenda più dagli standard né dallo scetticismo degli operatori, ma da un mercato delle memorie drogato dalla febbre dell’AI. C’è qualcosa di quasi comico nel fatto che il futuro delle reti mobili sia in coda dietro ai chatbot per comprare RAM. La notizia buona, per una volta, riguarda noi: se davvero l’area EMEA guiderà la spesa nei prossimi cinque anni, l’Europa ha l’occasione di recuperare sul 5G proprio nella fase che conta, quella in cui la rete smette di essere solo veloce e comincia a essere programmabile. Il 2028 sembra lontano, ma per i tempi delle telco è dietro l’angolo: meglio arrivarci con i progetti pronti che con il freno a mano ancora tirato.