
Nel gergo delle tower company si chiamano anchor tenants, gli inquilini ร ncora: gli operatori che riempiono i tralicci di antenne e garantiscono l’affitto per decenni. Ma in Italia gli inquilini hanno disdetto il contratto, e il padrone di casa non ha alcuna intenzione di lasciarli andare. INWIT ha depositato il 27 e il 28 luglio due reclami cautelari al Tribunale di Milano contro le ordinanze che a metร mese avevano respinto le sue istanze d’urgenza contro TIM e Fastweb+Vodafone, i due soci-clienti che a marzo hanno comunicato il recesso dai Master Service Agreement, i contratti quadro che regolano l’ospitalitร delle loro antenne sulle torri della societร . L’annuncio รจ arrivato ieri sera a margine dei conti del secondo trimestre โ raccontati da Corriere Comunicazioni e MondoMobileWeb โ e trasforma una lite contrattuale in una partita che tocca il cuore del modello infrastrutturale italiano.
L’antefatto: due disdette a marzo e due porte in faccia a luglio
Per capire la posta in gioco bisogna riavvolgere il nastro di quattro mesi. Il 25 marzo Fastweb+Vodafone e il 29 marzo TIM hanno formalizzato il recesso dai rispettivi MSA, contratti che INWIT considera ยซvalidi ed efficaci fino al 2038ยป: per la tower company non รจ una vera uscita ma una leva per ottenere una ยซsquilibrata e ingiustificata rinegoziazioneยป delle tariffe. La societร รจ corsa in tribunale chiedendo misure cautelari urgenti, e qui รจ arrivata la doccia fredda: con due ordinanze dell’11 e del 13 luglio i giudici milanesi hanno respinto entrambe le istanze, non entrando nel merito ma negando il requisito dell’urgenza. I reclami depositati questa settimana impugnano proprio quelle ordinanze, mentre la causa vera e propria resta rinviata ai giudizi di merito. Sullo sfondo c’รจ un mercato in cui gli ex padroni delle torri hanno imparato a farne a meno: TIM e Fastweb hanno annunciato in primavera un piano congiunto da 6.000 nuove stazioni radio base, il segnale piรน chiaro che l’alternativa alla ricontrattazione, per gli inquilini, รจ costruirsi casa altrove. Le ragioni della rivolta, del resto, sono scritte nei bilanci di tutti: un mercato mobile tra i piรน competitivi d’Europa, prezzi ai minimi e generazione di cassa risicata, mentre la fusione tra Fastweb e Vodafone ha lasciato in ereditร migliaia di siti sovrapposti che il nuovo gruppo vorrebbe razionalizzare senza pagare due volte l’affitto. I canoni verso le towerco, indicizzati all’inflazione e blindati per un altro decennio, sono la voce di costo piรน visibile su cui provare a rimettere le mani.
I conti: margini al 90%, ma l’utile scivola del 15%
Il trimestre chiuso al 30 giugno fotografa una societร solida che comincia perรฒ a sentire il logorio. I ricavi si fermano a 267 milioni di euro, in calo dello 0,8%, con un margine EBITDA che resta al 90,2% โ il numero che da sempre fa la fortuna (e le invidie) del modello towerco. Ma scendendo il conto economico i segni meno si allargano: l’EBITDAaL cala del 2,8% a 191 milioni, l’utile netto scivola del 15,2% a 79,3 milioni, appesantito dagli oneri finanziari di un debito salito a 5,45 miliardi con leva a 5,7 volte l’EBITDA. Il dato piรน eloquente, perรฒ, รจ quello degli investimenti: 49,8 milioni, un crollo del 22,7% โ difficile mettere capitali su torri di cui i tuoi due maggiori clienti dicono di non aver piรน bisogno. La macchina operativa intanto gira: 50 nuovi siti, 380 ospitalitร aggiuntive e una tenancy ratio in crescita a 2,40x, tra le piรน alte d’Europa. E la guidance 2026 รจ confermata, con il ritorno alla crescita promesso per il 2027.
La mossa sulle frequenze: la partita si sposta all’Agcom
La vera novitร strategica sta nelle parole del direttore generale Diego Galli, che ha legato per la prima volta in modo esplicito il contenzioso MSA all’altro dossier caldo dell’estate: il rinnovo delle frequenze mobili, su cui l’Agcom ha aperto proprio oggi la consultazione per l’estensione dei diritti d’uso fino al 2037. Il recesso dagli MSA, sostiene Galli, ยซsarebbe comunque incompatibile con il rinnovo delle frequenze, dato che non c’รจ effettiva disponibilitร di infrastrutture passiveยป: tradotto, non puoi chiedere allo Stato quindici anni di spettro se non dimostri di avere le torri su cui usarlo. E ancora: il quadro normativo del rinnovo ยซdeve scoraggiare la duplicazione delle infrastruttureยป, cioรจ โ nemmeno troppo tra le righe โ piani come quello delle 6.000 BTS. Gli analisti di Intermonte vedono nella consultazione il possibile terreno di tregua: un rinnovo delle frequenze a costo contenuto, in cambio di obblighi di copertura e investimento, darebbe agli operatori il respiro finanziario per chiudere la partita con INWIT in via extragiudiziale. ยซIl mercato ha bisogno di stabilitร e prevedibilitร ยป, insiste Galli, e la consultazione ยซnon puรฒ prescindere dalla piena consapevolezza degli assetti di mercatoยป, in cui le torri non vivono piรน dentro gli operatori ma in societร separate con azionisti โ e interessi โ propri.
Il commento della redazione
Noi vediamo in questa vicenda il paradosso del modello towerco arrivato a maturazione. I contratti fino al 2038 furono firmati quando le torri uscivano dai perimetri degli operatori, in un’Italia a quattro reti mobili che pagava volentieri l’affitto pur di monetizzare l’acciaio; oggi le reti si sono consolidate, la cassa langue e quei canoni indicizzati sono diventati il bersaglio naturale di chi deve far quadrare i conti โ la stessa dinamica che abbiamo visto, a parti rovesciate, nell’America di Crown Castle, dove sono i consolidamenti tra operatori a erodere i ricavi delle torri. La sensazione รจ che il tribunale sia solo il ring di riscaldamento: la partita vera si gioca all’Agcom, dove si deciderร se il rinnovo delle frequenze diventerร il tavolo negoziale che riporta tutti a un accordo. E c’รจ un’ironia che non sfugge: INWIT definisce la propria infrastruttura ยซnon replicabileยป proprio mentre i suoi due maggiori clienti stanziano miliardi per replicarla. Una delle due affermazioni, per forza di cose, invecchierร male โ e dalla risposta dipende non solo il futuro di una societร da 5 miliardi di debito, ma il prezzo che tutti noi pagheremo per la densificazione del 5G nei prossimi dieci anni.