
Alla fine i soldi sono passati di mano, e con loro le frequenze. Martedì, a mercati americani ormai chiusi, AT&T ha annunciato di aver completato l’acquisto da 23 miliardi di dollari delle licenze di spettro di EchoStar: circa 50 MHz su scala nazionale, che da ieri ingrossano il patrimonio radio del secondo operatore mobile degli Stati Uniti. È la chiusura formale di un’operazione annunciata quasi un anno fa, ma è anche qualcosa di più grande: il penultimo atto dello smontaggio, pezzo per pezzo, dell’impero costruito in quarant’anni da Charlie Ergen — mentre un’altra delle sue creature, la storica Hughes Network Systems, si prepara secondo il Wall Street Journal a portare i libri in tribunale «entro giorni».
Cosa compra AT&T, e perché le serviva
Il pacchetto è composto da una ventina di megahertz nazionali in banda 600 MHz, le frequenze basse che viaggiano lontano e penetrano nei muri, e da una trentina in banda 3,45 GHz, il cuore di capacità del 5G americano. La seconda metà è quella che rende subito: AT&T usava già quelle licenze in affitto e ha l’infrastruttura pronta, tanto che in alcune aree l’accensione dello spettro aggiuntivo ha portato — parole dell’operatore — incrementi di velocità fino all’80% sul mobile e del 50% sul fixed wireless. I 600 MHz sono invece un investimento a lunga scadenza: AT&T non ha oggi apparati per quella banda e lo stesso amministratore delegato John Stankey ha ammesso che il dispiegamento richiederà anni.
Nel frattempo cambia pelle anche Boost Mobile, il marchio prepagato che EchoStar aveva ereditato da Sprint e che serviva 7,5 milioni di clienti a inizio anno: continuerà a esistere, ma correrà in gran parte sulle torri di AT&T, mantenendo il proprio core 5G cloud-native e perfino l’accesso residuo alla rete T-Mobile. Un «operatore ibrido», lo chiamano: di fatto, l’insegna sopravvive alla rete che avrebbe dovuto sostenerla. Per i 7,5 milioni di abbonati non dovrebbe cambiare nulla nell’immediato — il telefono aggancerà semplicemente torri diverse — ma la parabola resta vertiginosa: il marchio nato per fare concorrenza ai tre grandi finisce ospite pagante di uno di loro.
La resa del quarto operatore
Per capire la portata simbolica della giornata bisogna riavvolgere il nastro. Dish — poi confluita in EchoStar — doveva essere il quarto operatore americano, la condizione imposta dal governo per benedire la fusione tra T-Mobile e Sprint: rete 5G costruita da zero, architettura cloud, la Silicon Valley applicata alle telecomunicazioni. Non è mai decollata. Lo abbiamo raccontato a inizio mese, quando Dish DBS e Dish Wireless sono finite in Chapter 11: EchoStar ha attribuito parte del tracollo proprio ai tempi lunghi di questo closing, perché senza i soldi di AT&T non riusciva a onorare una rata da 2,2 miliardi del debito della pay-TV. Ora, incassato l’assegno, quei pagamenti sono stati fatti — insieme ad altri miliardi di debiti — ed è stato costituito un fondo da 2,4 miliardi, preteso dalla FCC, a garanzia delle società di torri che hanno fatto causa a Dish per i contratti d’affitto abbandonati.
Il quadro regolatorio racconta il resto. A maggio l’approvazione della FCC; il 17 luglio un giudice federale ha sciolto formalmente EchoStar dall’obbligo, imposto dal Dipartimento di Giustizia ai tempi della fusione Sprint–T-Mobile, di gestire una rete mobile. E dietro tutto c’è la spinta del presidente FCC Brendan Carr, che aveva messo la società davanti a un aut aut: vendere le frequenze o vedersele revocare, perché tenerle inutilizzate non era più tollerabile. Da lì i 42,6 miliardi di cessioni annunciati l’anno scorso: i 23 di AT&T incassati ieri, più i 19,6 di SpaceX in arrivo l’anno prossimo — la stessa SpaceX che, come raccontato parlando del no di AT&T all’MVNO satellitare di Starlink, con quelle frequenze vuole costruire un servizio direct-to-cell sempre più simile a un operatore vero.
Spettro, la merce più contesa d’America
La chiusura arriva nel pieno di quella che gli analisti chiamano ormai apertamente la «supercycle» dello spettro americano: la FCC ha appena varato l’asta della upper C-band che completerà un’autostrada contigua da 440 megahertz, i satelliti incassano miliardi per sgomberare le bande, e i tre grandi operatori fanno incetta di frequenze come non accadeva da anni. In questo mercato dei tesori radio, i 50 MHz di EchoStar erano l’ultimo grande blocco «chiavi in mano» disponibile: già liberi, già nazionali, in parte già integrati nella rete di chi li ha comprati. Non stupisce che AT&T abbia pagato cash e senza battere ciglio: comprare frequenze pronte all’uso costa meno, e rende prima, che aspettare i tempi biblici di un’asta federale.
Il commento della redazione
C’è una lezione in questa storia, e non è lusinghiera per nessuno. L’esperimento del quarto operatore — imposto per decreto, sussidiato dalle circostanze, celebrato per anni nei convegni come la rete «più moderna del mondo» — si chiude con le frequenze spartite tra il secondo operatore e un costruttore di razzi, i clienti prepagati appoggiati alla rete di un concorrente e tre società del gruppo in tribunale. La concorrenza non si crea per obbligo contrattuale: senza capitali pazienti e senza una vera fame di mercato, nemmeno il miglior spettro del mondo basta.
A noi resta una domanda più scomoda, che riguarda anche l’Europa: se perfino negli Stati Uniti — mercato ricco, prezzi alti, tre operatori in salute — un quarto attore con 50 MHz nazionali e miliardi di dollari non è riuscito a stare in piedi, quanto è realistico pretendere che la concorrenza infrastrutturale a quattro regga in mercati molto più piccoli e con ricavi in calo? Charlie Ergen, che in quarant’anni ha vinto molte scommesse, questa l’ha persa. Ma il messaggio che lascia al settore — lo spettro vale solo se hai la forza industriale per accenderlo — vale da entrambe le sponde dell’Atlantico.