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Rete Mobile

«Un problema che non ho»: perché AT&T dice no all’MVNO satellitare di Starlink

redazione
Ultimo aggiornamento: 23/07/2026
redazione
7 Minuti di lettura
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Smartphone collegato a un satellite direct-to-cell al crepuscolo nel deserto americano, torre cellulare sullo sfondo

Ci sono frasi che, dette durante una call sui conti trimestrali, valgono più di dieci slide di strategia. Mercoledì, presentando i risultati del secondo trimestre di AT&T, il CEO John Stankey si è sentito chiedere se il gruppo di Dallas stia pensando a un accordo wholesale con un operatore satellitare — leggi: SpaceX — per coprire le zone morte della sua rete cellulare. La risposta, riportata da Light Reading, è di quelle che fanno il giro della trade press: «Oggi arrivo al 98% del traffico dei miei clienti. Non mi serve un accordo all’ingrosso per inseguire il 2% che mi manca. Se i numeri fossero invertiti, forse la penserei diversamente. Ma non vado a caccia di soluzioni per un problema che non ho».

Contents
Il contesto: Musk bussa alla porta degli operatoriLa scommessa di AT&T si chiama AST SpaceMobileChi ha ragione? Dipende da quale 2% guardiamoIl commento della redazione

Il contesto: Musk bussa alla porta degli operatori

Per capire il peso di quella frase bisogna guardare cosa sta succedendo dall’altra parte del cielo. SpaceX ha chiuso l’acquisizione dello spettro di EchoStar — le licenze AWS-4 e H-block, un assegno da circa 17 miliardi di dollari approvato dalla FCC a maggio — e lo sta mettendo al servizio della costellazione direct-to-cell di nuova generazione, quella che promette fino a 150 Mbps direttamente sullo smartphone, senza antenne speciali. È un salto di scala enorme rispetto ai messaggini via satellite di oggi, e si somma alla richiesta alla FCC per decine di migliaia di satelliti Gen3 di cui abbiamo già scritto.

Il punto, come ha notato la società di analisi MoffettNathanson in una serie di report di luglio, è che gran parte di quello spettro copre aree metropolitane, non solo deserti e foreste. Tradotto: SpaceX ha in mano frequenze che servirebbero a competere con gli operatori nelle città, ma non ha abbastanza spettro (né migliaia di torri) per costruirci sopra una rete nazionale vera. Per trasformare Starlink Mobile in un operatore di massa servirebbe un accordo MVNO con uno dei tre grandi carrier americani. Ed è esattamente la porta che Stankey ha appena chiuso in faccia, con Verizon e T-Mobile allineate sulla stessa posizione: il satellite è un complemento per le aree remote, non un socio da far entrare in casa. Non a caso la stessa MoffettNathanson, inaugurando a metà luglio la copertura del titolo SpaceX dopo la quotazione, ha assegnato un prudente giudizio neutrale, citando proprio i dubbi sulla sostenibilità del direct-to-device come alternativa di massa alla rete cellulare tradizionale.

La scommessa di AT&T si chiama AST SpaceMobile

Attenzione però: il no di AT&T non è un no al satellite. È un no a Starlink. Per quel famoso 2% di traffico irraggiungibile — i canyon del Colorado, i ranch del Texas, le highway sperdute — AT&T ha già scelto il suo cavallo: AST SpaceMobile, l’azienda texana di cui è partner commerciale con un contratto che arriva fino al 2030, e di cui è anche investitore. Nella stessa call Stankey ha confermato che il servizio direct-to-device con AST «arriverà a compimento» nel 2027, usando lo spettro dello stesso operatore per parlare con i telefoni normali. Le prove generali, del resto, sono già state fatte: chiamate vocali e videochiamate via satellite completate con successo su smartphone commerciali, usando le frequenze di AT&T prestate temporaneamente alla costellazione BlueBird.

Il calendario, va detto, non è tutto in discesa: la scorsa settimana AST ha ammesso che l’obiettivo dei 45 satelliti in orbita slitta a inizio 2027 per colpa della scarsità di lanci disponibili, e ha annunciato una raccolta da un miliardo di dollari per assicurarsi capacità di lancio. Ma per AT&T il ritardo è tollerabile, proprio perché il satellite deve tappare buchi, non reggere il business. Nel frattempo i conti del trimestre raccontano dove vanno i soldi veri: 367.000 nuovi clienti fibra, 279.000 sul fixed wireless access, e il piano di espansione fibra più grande di sempre, 8 milioni di nuove unità immobiliari quest’anno. «Dove abbiamo la fibra, vinciamo», ha ripetuto Stankey alla CNBC, aggiungendo che chi arriva ora nel mercato «deve recuperare decenni di investimenti infrastrutturali»: dentro gli ospedali, nei campus, negli stadi, nei grattacieli — tutti posti dove un segnale che piove dal cielo fatica a entrare, tra cemento armato e vetri schermati.

Chi ha ragione? Dipende da quale 2% guardiamo

La partita americana è comunque più intrecciata di quanto sembri. T-Mobile il suo accordo con Starlink l’ha già fatto, e lo vende come T-Satellite. SpaceX, dal canto suo, con l’operazione EchoStar si è portata a casa anche Boost Mobile come MVNO ibrido: un piede nel mercato retail ce l’ha già, senza chiedere il permesso a nessuno. E il mercato ricorda bene come è finito il sogno di EchoStar di diventare il quarto operatore 5G americano: con quello spettro in vendita e Dish in Chapter 11. In altre parole, l’ecosistema che Stankey liquida come «un problema che non ho» si sta comprando, pezzo dopo pezzo, gli attrezzi per diventarlo davvero, un problema.

Il commento della redazione

A noi la matematica di Stankey convince, almeno nell’orizzonte dei prossimi tre-cinque anni: il 2% del traffico non ripaga una costellazione, e la fisica delle coperture indoor resta una barriera che nessun satellite a 500 chilometri di quota ha ancora scavalcato. Ma c’è un precedente che consigliamo di non dimenticare: anche il fixed wireless access era «un complemento di nicchia», finché non ha iniziato a rubare milioni di clienti alla banda larga via cavo. Il direct-to-device sta diventando globale a una velocità sorprendente, e la vera domanda non è se il satellite sostituirà le torri — non lo farà — ma chi controllerà il cliente quando ogni telefono avrà due reti tra cui scegliere. Musk, con lo spettro di EchoStar in tasca e Boost in vetrina, una risposta ce l’ha già. Gli operatori che oggi dicono «no, grazie» farebbero bene a far sì che il loro 98% resti tale anche domani.

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