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Telefonia Mobile

Quattro ruote e una SIM: le auto connesse corrono verso quota 583 milioni e gli operatori ringraziano

redazione
Ultimo aggiornamento: 21/07/2026
redazione
11 Minuti di lettura
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Auto connessa in autostrada al tramonto con flussi di dati verso antenna 5G e satellite

Contents
La crescita che non fa rumoreIl regalo che non è un regaloChi ci guadagna: la filiera dietro il cruscottoDa 6 a 10 giga l’anno: l’auto comincia ad avere fame di datiLa prossima curva: eSIM, RedCap e satelliteIl commento della redazione

C’è una SIM che quasi certamente possedete senza saperlo. Non è nel telefono, non è nel tablet e nemmeno nello smartwatch: è sepolta da qualche parte dietro il cruscotto della vostra auto, saldata su una scheda elettronica, e lavora in silenzio ogni volta che girate la chiave. Chiama i soccorsi se vi capita un incidente, scarica gli aggiornamenti del navigatore mentre dormite, dice alla casa madre come sta il motore. Secondo gli ultimi numeri di Berg Insight, società di analisi svedese specializzata in IoT, di SIM così a fine 2025 ce n’erano in circolazione 338 milioni. Entro la fine del 2030 diventeranno 583 milioni. Più di una ogni tredici abitanti del pianeta, tutte su quattro ruote.

La crescita che non fa rumore

Il dato arriva dall’undicesima edizione del rapporto The Global Automotive OEM Telematics Market, pubblicato in questi giorni e ripreso anche da Mobile World Live. La fotografia è quella di un mercato che cresce senza strappi ma senza pause: un tasso annuo composto dell’11,5% da qui al 2030, il genere di curva che nel settore telecom, abituato ormai a ricavi piatti e margini sotto assedio, fa brillare gli occhi a qualunque direttore commerciale.

Ancora più interessante del numero assoluto è il cosiddetto attach rate, cioè la percentuale di auto nuove che escono dalla fabbrica già connesse. Oggi siamo all’83%: significa che più di quattro auto nuove su cinque hanno un modem cellulare integrato di serie. Nel 2030, stima Berg Insight, saremo al 91%. In pratica la connettività sta facendo la fine dell’aria condizionata e dell’autoradio: da optional esotico a componente che nessuno si sogna più di togliere dal listino. Le consegne di veicoli connessi passeranno intanto da 72,6 milioni di unità nel 2025 a 82,6 milioni a fine decennio.

Vale la pena fermarsi un attimo su cosa significhi “connessa” in questo contesto. Non parliamo dello smartphone appoggiato al supporto magnetico con Google Maps acceso, e nemmeno del mirroring di Android Auto o CarPlay. Parliamo di connettività embedded: un modem e una SIM (sempre più spesso una eSIM) installati dal costruttore, che collegano l’auto alla rete mobile per tutta la sua vita utile, indipendentemente dal telefono del proprietario. È il canale attraverso cui passano la chiamata d’emergenza eCall obbligatoria in Europa, la telemetria, gli aggiornamenti software over-the-air, l’infotainment di bordo e, sempre più, interi ecosistemi di app.

Il regalo che non è un regalo

C’è un dettaglio, nel rapporto, che racconta la strategia dei costruttori meglio di qualsiasi organigramma. Martin Cederqvist, senior analyst di Berg Insight, osserva che le case automobilistiche offrono sempre più spesso i servizi connessi di base gratuitamente e per periodi lunghi, con un doppio obiettivo dichiarato: fidelizzare il cliente al marchio e assicurarsi che la maggior parte possibile del parco circolante mantenga una connessione attiva. Perché tanta generosità? Perché ogni auto connessa è una sonda che raccoglie dati preziosi, utili a migliorare lo sviluppo dei prodotti e a controllare che i veicoli si comportino bene lungo tutto il loro ciclo di vita.

Detto altrimenti: il servizio gratuito lo pagate in telemetria. Non è necessariamente uno scambio svantaggioso — richiami più mirati, diagnosi a distanza, software che migliora nel tempo sono benefici concreti — ma è bene sapere che il “regalo” della connettività inclusa ha un tornaconto industriale preciso. L’auto è diventata l’oggetto connesso più costoso che possediamo, e anche uno dei più loquaci.

Chi ci guadagna: la filiera dietro il cruscotto

Dietro ogni auto che naviga c’è una filiera sorprendentemente affollata. Al primo livello ci sono gli operatori mobili e gli MVNO che forniscono la connettività vera e propria: Berg Insight cita tra i protagonisti AT&T, Vodafone, China Unicom, China Mobile, KDDI, Deutsche Telekom, Orange, Verizon, Telefónica, Telenor, América Móvil, Singtel e Tele2, affiancati da specialisti nati apposta per l’automotive come Airnity e Cubic3, più player come Lenovo Connect, NTT e Tata Communications. Per capirci: quando BMW ha scelto Verizon per portare le sue auto sul 5G Standalone americano — ne abbiamo scritto qui — si muoveva esattamente su questa scacchiera.

Al secondo livello lavorano le piattaforme di connectivity management — Cisco, Aeris, Airlinq, Lolo Company — che gestiscono provisioning delle SIM, abbonamenti, monitoraggio dei costi e degli eventi di rete. Al terzo, i fornitori di software per il veicolo connesso: dai colossi come Bosch, Harman e Forvia agli specialisti delle mappe come HERE, TomTom e Mapbox, fino a Cerence per gli assistenti vocali e WirelessCar per le piattaforme cloud. E si allarga pure la periferia dell’ecosistema, con aziende come Smartcar o LexisNexis Risk Solutions che costruiscono servizi e applicazioni direttamente sui dati del veicolo, dalle assicurazioni pay-per-drive alle flotte aziendali.

Per gli operatori è un mercato meno glamour delle offerte consumer ma con una qualità rara: i contratti automotive durano quanto dura un modello d’auto, cioè anni, e i volumi si misurano in decine di milioni di SIM per singolo costruttore. Ricavi magari modesti per veicolo, ma stabili, prevedibili e a bassissimo churn: nel telecom del 2026 è quasi poesia.

Da 6 a 10 giga l’anno: l’auto comincia ad avere fame di dati

Fin qui la connettività d’auto è stata una faccenda parsimoniosa. Berg Insight stima che nel 2025 un’auto connessa media abbia consumato circa 6,2 GB di dati in un anno intero — quello che uno smartphone italiano brucia in una settimana abbondante. Ma la curva punta verso l’alto: entro il 2030 si salirà a 10,1 GB l’anno, spinti da infotainment sempre più ricco, ecosistemi di app a bordo e aggiornamenti software over-the-air che ormai pesano quanto quelli di un PC.

Il sorpasso culturale è già avvenuto: l’auto non è più un terminale che manda qualche byte di telemetria, è un client che scarica. Video in streaming per i passeggeri, mappe ad alta definizione per la guida assistita, modelli software che si aggiornano di notte in garage. Moltiplicate 10 giga per 583 milioni di veicoli e ottenete quasi 6 esabyte l’anno di traffico che dieci anni fa semplicemente non esisteva: non sarà il traffico di YouTube, ma è pur sempre rete da dimensionare, celle da coprire lungo le autostrade, roaming da negoziare.

La prossima curva: eSIM, RedCap e satellite

La parte più stuzzicante del rapporto riguarda però quello che arriva adesso. Berg Insight indica quattro fattori che daranno forma alla prossima fase della connettività automotive, e sono tutti temi che i lettori di queste pagine conoscono bene.

Il primo è la localizzazione: sempre più Paesi pretendono che i veicoli connessi usino profili di operatori locali, per ragioni normative e di sovranità del dato. Il secondo è il nuovo standard eSIM SGP.32, pensato proprio per l’IoT, che permette di cambiare operatore via software senza toccare l’hardware: lo abbiamo visto all’opera nella prima rete IoT multi-operatore dell’Asia-Pacifico, e l’automotive è il suo terreno di caccia naturale, perché un’auto vive quindici anni e attraversa confini, fusioni e fallimenti di operatori. Il terzo è il 5G RedCap, il “5G alleggerito” che promette modem più economici e parchi auto migrabili dal 4G senza far esplodere i costi — la copertura nazionale di AT&T negli Stati Uniti è servita esattamente a preparare questo scenario. Il quarto è il satellite: la continuità di servizio oltre la copertura terrestre, perché un’auto in mezzo al deserto o su un passo alpino deve poter chiamare i soccorsi anche dove le celle non arrivano, e il direct-to-device sta maturando in fretta.

Come sintetizza Cederqvist, i costruttori hanno bisogno di soluzioni che supportino profili di operatori locali, cicli di vita lunghi dei veicoli, una migrazione al 5G a costi contenuti e continuità di servizio oltre la copertura delle reti mobili terrestri. Quattro richieste che sono, non a caso, quattro dei cantieri più caldi dell’intera industria telecom.

Il commento della redazione

La nostra opinione? Questo è uno di quei mercati che non finiranno mai in prima pagina ma che stanno silenziosamente ridisegnando il mestiere dell’operatore mobile. Per anni le telco hanno cercato il famoso “nuovo smartphone”, il prodotto capace di riaccendere la crescita: l’hanno cercato negli smart glass, nel metaverso, nelle mille declinazioni della smart home. E intanto il nuovo smartphone si stava materializzando nel parcheggio sotto casa, con volumi da mezzo miliardo di unità e contratti pluriennali firmati con una manciata di grandi costruttori. Certo, i margini unitari sono piccoli e il potere negoziale delle case auto è enorme. Ma in un’industria che vive di scala, 583 milioni di abbonati che non cambiano mai operatore, non chiamano il call center e non chiedono lo sconto sono il cliente perfetto. Il paradosso è squisito: dopo vent’anni passati a inseguire l’utente più esigente del mondo, la crescita degli operatori passa dall’abbonato ideale — quello che non parla, viaggia e paga. Basta solo trattarlo bene: perché il giorno in cui l’auto resta senza rete, ve lo garantiamo, il proprietario se ne accorge eccome.

Fonti: Berg Insight, Mobile World Live, The Global Automotive OEM Telematics Market (brochure)

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