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Telefonia Mobile

Il 5G di Zong fa scalo a Islamabad: rete indoor “ready” in aeroporto mentre il Pakistan insegue quattro anni di ritardo

redazione
Ultimo aggiornamento: 20/07/2026
redazione
11 Minuti di lettura
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Interno dell'aeroporto internazionale di Islamabad con viaggiatori e copertura 5G indoor di Zong

Contents
Cosa ha acceso davvero ZongQuattro anni di attesa, poi l’asta di marzoChi è Zong (e perché c’era Huawei sul palco)Il vero collo di bottiglia sono i telefoniIl vicino ingombrante e il senso di questa mossaIl commento della redazione

C’è un dettaglio che racconta più di mille comunicati: per raggiungere il gate all’aeroporto internazionale di Islamabad, oggi, non serve più cercare disperatamente una tacca di segnale sotto le volte di vetro e acciaio del terminal. Zong, il primo operatore mobile del Paese per quota di mercato, ha acceso una rete indoor pensata apposta per quello spazio ostile alle onde radio, e lo ha fatto piazzandosi come unico operatore presente nello scalo. La cerimonia di inaugurazione, andata in scena il 17 luglio, aveva tutto il sapore di un evento simbolico: sul palco, insieme ai vertici Zong, sedevano la Pakistan Airports Authority e i tecnici di Huawei Global. Un terzetto che, messo così, dice parecchio su come sta prendendo forma il 5G in Pakistan.

La notizia in sé è piccola e grande allo stesso tempo. Piccola, perché parliamo di una singola infrastruttura indoor in un singolo aeroporto. Grande, perché arriva a valle di una delle rincorse più lunghe e frustranti del panorama mobile asiatico: il Pakistan al 5G ci è arrivato con anni di ritardo, e ogni tassello che oggi si aggiunge alla rete pesa più di quanto peserebbe altrove.

Cosa ha acceso davvero Zong

Il cuore dell’annuncio è una Indoor Building Solution, o IBS: in pratica una rete di piccole antenne distribuite all’interno del terminal, progettata per portare copertura là dove il segnale delle macrocelle esterne non arriva o arriva a fatica. Gli aeroporti sono ambienti notoriamente ostili per il radiomobile — pareti di vetro che riflettono, strutture metalliche che schermano, migliaia di persone che nello stesso momento chiedono banda per fare check-in online, chiamare casa o scaricare la carta d’imbarco. Una IBS ben fatta risolve esattamente questo, e Zong l’ha affiancata a un Customer Facilitation Desk dove i viaggiatori possono attivare una SIM al volo, comprare pacchetti dati e farsi assistere di persona.

Va però messa a fuoco una parola che ricorre in tutta la comunicazione ufficiale: 5G-ready. Non “5G acceso e disponibile per tutti”, ma infrastruttura pronta. Zong stessa chiarisce che la piena fruibilità dei servizi 5G su tutti i dispositivi compatibili dipenderà dal proseguimento del rollout e dalla maturità della rete. È una distinzione che conta, e su cui torneremo, perché segna la differenza tra un annuncio di sostanza e un annuncio di posizionamento. Nelle parole di Mao Weiliang, chief technical officer di Zong, la connettività “non è più solo comunicazione, è la spina dorsale del viaggio intelligente, dei servizi digitali e della crescita economica”: retorica da inaugurazione, certo, ma che intercetta un punto vero sul ruolo degli scali come vetrina tecnologica di un Paese.

Quattro anni di attesa, poi l’asta di marzo

Per capire perché una rete indoor in aeroporto faccia notizia, bisogna riavvolgere il nastro. Il Pakistan ha inseguito la sua asta 5G per anni, tra rinvii a ripetizione e un elenco di ostacoli che suona come un manuale di tutto ciò che può frenare un mercato emergente: disaccordi politici sul prezzo dello spettro, fibra ottica insufficiente a reggere il backhaul, tassazione elevata sui servizi digitali e un parco di terminali compatibili ancora ridotto all’osso. Ogni volta che l’asta sembrava vicina, qualcosa la faceva slittare.

Lo sblocco è arrivato il 10 marzo 2026, quando la Pakistan Telecommunication Authority ha finalmente battuto l’asta, incassando 507 milioni di dollari e assegnando frequenze a Jazz, Ufone e Zong. Da lì è stato un rincorrersi: Zong ha lanciato commercialmente il 5G il 19 marzo in oltre sedici città — da Islamabad a Rawalpindi, passando per Karachi, Lahore, Peshawar e Quetta — e Jazz l’ha seguita il giorno dopo con circa 180 siti. In quell’asta Zong si è aggiudicata 110 MHz complessivi: 60 MHz nella banda 2,6 GHz e 50 MHz nei 3,5 GHz, il mix di capacità e copertura su cui si gioca oggi qualsiasi rete 5G che voglia fare sul serio. L’azienda ha messo nero su bianco l’impegno a installare e aggiornare oltre mille siti 5G nel corso del 2026.

Il ritardo, va detto, non è tutto perdita. Chi parte dopo eredita apparati più maturi, terminali più economici e una standardizzazione ormai consolidata. È lo stesso ragionamento che abbiamo visto altrove in mercati emergenti che stanno bruciando le tappe, dal Sudafrica di rain, che con Huawei ha portato il 5G sotto il gigahertz per coprire di più con meno siti, alla Malaysia, dove U Mobile ha rotto il modello a rete unica costruendo la seconda infrastruttura del Paese. Arrivare tardi, insomma, può diventare un vantaggio se lo si gioca bene.

Chi è Zong (e perché c’era Huawei sul palco)

Dietro il marchio Zong c’è CMPak, ovvero China Mobile Pakistan: la controllata pakistana del più grande operatore mobile del mondo. È un dettaglio che spiega molte cose, a partire dalla presenza di Huawei alla cerimonia. Zong porta oltre 50 milioni di clienti e più di un quarto del mercato mobile pakistano, con circa 44 milioni di utenti ancora su 4G/LTE: una base enorme su cui innestare, poco alla volta, il nuovo standard. L’operatore fa trial 5G addirittura dal 2019, quando già mostrava velocità oltre 1,4 Gbps in laboratorio, ma è servito aspettare le licenze per trasformare quei numeri da demo in servizio commerciale.

Lo stesso Mao Weiliang, non a caso, ha incorniciato l’iniziativa dentro “la duratura partnership tecnologica tra Cina e Pakistan”. Sotto la vernice istituzionale si legge una realtà geopolitica precisa: mentre la trade press occidentale racconta un 5G fatto di Ericsson, Nokia e Samsung, in questa fetta d’Asia l’ossatura la mettono operatori a controllo cinese e fornitori cinesi. Non è una novità, ma vederlo scritto in un annuncio da aeroporto — lo scalo della capitale, per giunta — è un promemoria di quanto le mappe della fornitura di rete siano tutt’altro che uniformi nel mondo.

Il vero collo di bottiglia sono i telefoni

C’è un numero che raffredda ogni entusiasmo e che vale la pena tenere a mente ogni volta che si parla di 5G pakistano: ad aprile, su circa 200 milioni di connessioni mobili nel Paese, si stimavano appena 5 milioni di utenti con uno smartphone capace di agganciare il 5G. Cinque milioni su duecento. La rete, insomma, corre parecchio più veloce dei portafogli. È anche per questo che Islamabad ha spinto sulla produzione locale di terminali — i telefoni assemblati in Pakistan si stanno avvicinando al milione di pezzi, con Samsung in testa alla manifattura domestica — nel tentativo di abbassare i prezzi e allargare la platea di chi il 5G può davvero usarlo. Finché quel divario resta così largo, ogni antenna accesa è più una promessa che una realtà quotidiana.

Il vicino ingombrante e il senso di questa mossa

Basta guardare oltre il confine orientale per capire la distanza da colmare. In India il 5G è ormai una commodity: la sola Jio viaggia oltre i 285 milioni di utenti 5G e si prepara all’IPO più grande della storia del Paese, mentre a ovest, nel Golfo, e& negli Emirati si prende la corona di rete mobile più veloce del mondo. Il Pakistan, incastrato tra questi due poli, parte con anni di ritardo e con un contesto — reddito medio, fibra, tassazione — molto più difficile. Vista da qui, la rete indoor dell’aeroporto di Islamabad non è la notizia dell’anno; ma è un mattone messo nella direzione giusta, in un cantiere che fino a pochi mesi fa era fermo. E non è la prima volta che la partita pakistana si gioca sull’infrastruttura più che sui riflettori, come già si intuiva quando Jazz ed Engro portavano avanti le loro intese sulle torri.

Il commento della redazione

Diciamolo con franchezza: un’inaugurazione con taglio del nastro per una rete “5G-ready” in un aeroporto è, sulla carta, il tipo di annuncio che fa storcere il naso. C’è un che di vetrina, di flagship pensato per la foto e per i passeggeri business che notano la differenza. E quel trattino in “5G-ready” pesa: non è ancora 5G pieno per tutti, è infrastruttura pronta ad accoglierlo. Se ci fermassimo qui, sarebbe legittimo derubricarlo a marketing.

Ma noi crediamo che il contesto cambi il giudizio. In un Paese che ha aspettato l’asta per anni, dove appena il 2-3% dei telefoni può agganciare la nuova rete, ogni deployment concreto ha un valore didattico e di fiducia: mostra che il 5G non è più un trial da conferenza stampa ma qualcosa che accende antenne vere, in luoghi veri, davanti a persone vere. Gli aeroporti, storicamente, sono stati i primi laboratori del mobile — dal Wi-Fi ai chioschi, fino alle SIM per turisti — e non stupisce che tocchi di nuovo a loro fare da apripista. Il rischio, semmai, è che la vetrina resti tale: che Zong e concorrenti si accontentino di illuminare gli scali e i quartieri ricchi delle grandi città, lasciando il resto del Pakistan a guardare da lontano. La prova del nove non sarà la foto di oggi, ma i mille siti promessi entro fine anno e quanti di essi finiranno lontano dai riflettori. Su quello, tra qualche mese, torneremo a fare i conti.

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