
C’è un momento preciso in cui una compagnia telefonica smette di essere ospite sulla rete di qualcun altro e diventa padrona di casa. Per U Mobile, il quarto operatore mobile della Malaysia, quel momento è arrivato il 1° luglio 2026, quando l’ultimo dei suoi clienti è stato spostato dalla rete condivisa nazionale alla sua nuovissima infrastruttura 5G, battezzata ULTRA5G. Con quel passaggio la Malaysia è diventata ufficialmente un Paese a due reti 5G concorrenti, archiviando l’esperimento della rete unica all’ingrosso che per anni aveva fatto discutere tutto il Sud-est asiatico.
Non è una notizia da poco, e vale la pena spiegare perché. Dietro il gergo — “single wholesale network”, “dual network model”, “offboarding” — si nasconde una delle scelte di politica industriale più radicali mai tentate nelle telecomunicazioni: costruire il 5G di un’intera nazione come un’unica autostrada pubblica, per poi fare marcia indietro e riaprire alla concorrenza tra infrastrutture. La Malaysia le ha provate entrambe nel giro di cinque anni, e oggi possiamo finalmente guardare i risultati del secondo tempo.
Come nasce il modello a rete unica (e perché faceva discutere)
Riavvolgiamo il nastro. Nel 2021 il governo malaysiano decide di accelerare sul 5G con una formula inedita: invece di far costruire a ciascun operatore la propria rete, crea una società veicolo interamente pubblica, Digital Nasional Berhad (DNB), incaricata di stendere un’unica rete nazionale e di rivenderla all’ingrosso a tutti gli operatori. L’idea, sulla carta, era seducente: niente duplicazione di antenne, copertura più rapida, costi condivisi. DNB affida la costruzione a Ericsson e in un paio d’anni porta il 5G a coprire la maggioranza della popolazione.
Il problema è che il modello della rete unica — la stessa filosofia che altri Paesi avevano accarezzato senza mai osare fino in fondo — solleva subito malumori. Gli operatori si ritrovano dipendenti da un unico fornitore statale per una tecnologia strategica; alcuni protestano sui costi e sulla governance, altri sulla trasparenza degli appalti. La discussione diventa politica. Così, già nel 2023, l’esecutivo annuncia la svolta: si passerà a un Dual Network Model, cioè a due reti 5G in competizione, per stimolare qualità e prezzi. DNB continuerà a operare la prima; una seconda rete verrà affidata a un operatore privato scelto tramite selezione.
A novembre 2024 il nome del secondo protagonista diventa ufficiale: sarà U Mobile, storicamente il più piccolo e più aggressivo dei grandi operatori malaysiani, a costruire e gestire la seconda rete nazionale. Una scommessa notevole per un’azienda che fino a quel momento era stata soprattutto un cliente delle infrastrutture altrui.
La corsa di U Mobile: da zero a rete nazionale in poco più di un anno
Detto e fatto. U Mobile parte con i lavori a metà 2025 e sceglie due fornitori cinesi per dividersi il Paese: Huawei per la Malaysia peninsulare, ZTE per la Malaysia orientale, quella di Sabah e Sarawak sull’isola del Borneo. Una geografia impegnativa, fatta di metropoli densissime e di regioni vaste e poco popolate, che la rete deve coprire con la stessa promessa di velocità.
Il ritmo è impressionante. In meno di nove mesi ULTRA5G raggiunge l’80% di copertura della popolazione (la cosiddetta CoPA, Coverage of Populated Areas), un traguardo che è valso all’operatore addirittura una menzione nel Malaysia Book of Records come dispiegamento 5G più rapido del Paese. Al momento del completamento della migrazione, a luglio 2026, la copertura supera l’85% della popolazione, con oltre 190 siti dedicati alla copertura indoor — quella dentro edifici, centri commerciali e stazioni, dove il segnale fa sempre più fatica — e un obiettivo dichiarato di arrivare a più di 600.
I numeri di prestazione, quelli misurati da terzi, danno sostanza alle promesse pubblicitarie. Secondo i rilevamenti di Opensignal di fine 2025 la rete viaggiava su una media in download intorno ai 226 Mbps, e Ookla ha incoronato ULTRA5G come la rete 5G più veloce della Malaysia negli ultimi mesi dell’anno. Sotto il cofano c’è un’architettura 5G Standalone già pronta al 5G-Advanced, con il supporto al network slicing — la possibilità di “affettare” la rete in corsie logiche dedicate a servizi diversi, dall’industria alle emergenze — che è poi il vero terreno su cui gli operatori si giocheranno la partita dei prossimi anni.
Quattro miliardi e mezzo di ringgit per diventare grandi
Costruire una rete nazionale da capo non si fa con i buoni propositi. Per finanziare l’impresa U Mobile ha chiuso un prestito sindacato da 4,3 miliardi di ringgit — attorno al miliardo di dollari — messo insieme da un consorzio di banche locali e internazionali tra cui CIMB, Maybank, AmBank e UOB Malaysia. È stato descritto come uno dei più grandi finanziamenti sindacati in valuta locale mai realizzati da una società non quotata in Malaysia, e racconta meglio di qualsiasi comunicato quanto capitale serva oggi per stare al tavolo dei grandi.
Non è la prima mossa infrastrutturale pesante dell’operatore, del resto. Già l’anno scorso U Mobile aveva firmato con Telekom Malaysia un accordo decennale da 2,4 miliardi di ringgit per la fibra di backhaul, cioè la dorsale che collega le antenne al cuore della rete. Metti insieme i due tasselli — fibra e radio — e capisci che il piccolo operatore stava preparando da tempo il salto da inquilino a proprietario.
Cosa cambia per DNB e per gli altri operatori
L’uscita di U Mobile non lascia DNB con le mani in mano, anzi. Liberata dallo spettro che serviva all’ospite, la società statale ha annunciato il raddoppio della propria capacità in banda media: attivando la porzione 3,3–3,4 GHz accanto a quella già in uso 3,4–3,5 GHz, DNB arriva a 200 MHz contigui di spettro mid-band, la fascia dove il 5G trova il miglior compromesso tra velocità e portata. I primi cinquanta e più siti aggiornati sono già accesi, con l’obiettivo di spingere efficienza e capacità nelle aree più trafficate e nei nuovi carichi legati a intelligenza artificiale e IoT industriale.
Su quella rete restano ora i pesi massimi del mercato: CelcomDigi, Maxis e YTL Power, che insieme servono la larghissima maggioranza dei circa trenta milioni di abbonati 5G della Malaysia — quasi nove utenti mobili su dieci. “Con una domanda in crescita e nuove opportunità digitali all’orizzonte, dall’IA alla digitalizzazione delle imprese, siamo impegnati a fornire una rete che alimenti il futuro digitale della Malaysia”, ha dichiarato l’amministratore delegato di DNB, Azman Ismail. Tradotto: la rete unica non sparisce, si specializza, e ora deve dimostrare di reggere il confronto con una concorrente più giovane e agguerrita.
Dall’altra parte della barricata, U Mobile rivendica soprattutto una cosa: il controllo. “La migrazione ci dà pieno controllo sulla nostra rete”, ha sintetizzato il CEO Wong Heang Tuck. È un controllo che significa poter decidere in autonomia dove investire, come tarare la qualità, quali servizi verticali costruire — leve che, da cliente all’ingrosso, semplicemente non aveva.
Il commento della redazione
A noi questa storia piace perché è un esperimento raro visto da vicino: pochissimi Paesi hanno avuto il coraggio di provare la rete unica nazionale, e ancora meno hanno poi avuto l’onestà di correggere il tiro quando i conti non tornavano. La Malaysia ha fatto entrambe le cose in tempi rapidissimi, e questo la rende un caso di studio prezioso per tutti — Europa compresa — ogni volta che si riaccende il dibattito tra “condividere per andare più veloci” e “competere per andare più lontano”.
Il nostro sospetto è che la verità stia nel mezzo. Il modello a rete unica ha portato il 5G malaysiano ovunque in tempi record, cosa che con quattro reti separate probabilmente non sarebbe successa. Ma una volta costruita l’autostrada, la mancanza di concorrenza rischia di ingessare qualità e prezzi: ed è qui che la seconda rete di U Mobile può fare la differenza, se davvero manterrà le promesse di velocità e non si limiterà a fare da spauracchio. Il rovescio della medaglia è la duplicazione dei costi — due reti costano più di una — e la dipendenza da fornitori esteri che torna a essere doppia. Nei prossimi mesi guarderemo tre cose: se i prezzi al consumo si muovono davvero, se ULTRA5G tiene il passo sulla copertura rurale (il tallone d’Achille di ogni operatore ambizioso) e se questo raro caso di reti in competizione spinge o meno l’innovazione sui servizi, dal network slicing alle applicazioni IA.
Nel frattempo l’Asia-Pacifico conferma di essere il laboratorio più vivace del pianeta per le reti mobili: dalla Papua Nuova Guinea che si prepara al suo primo 5G fino alla Malaysia che gioca d’anticipo con due reti concorrenti, mentre a Occidente si discute ancora di quanti operatori possa reggere un mercato — come racconta bene la parabola del quarto operatore americano finita in tribunale fallimentare. Modelli opposti, stessa domanda di fondo: quante reti servono davvero per un buon 5G? La Malaysia, per ora, ha risposto due.