
Nel mondo delle reti mobili è in corso una guerra di religione, e l’oggetto del contendere sta in tre lettere: GPU. Da una parte Nokia, che dieci mesi fa ha accettato un miliardo di dollari di investimento da Nvidia e ha deciso di riscrivere il proprio software di rete d’accesso sulla piattaforma CUDA, promettendo di raddoppiare l’efficienza spettrale entro il 2028. Dall’altra Ericsson e Samsung, che davanti alla stessa domanda — il 6G avrà bisogno dei processori grafici di Nvidia? — rispondono con un educato ma fermo no. Light Reading ha messo in fila le posizioni dei tre costruttori, e il quadro che ne esce è quello di un’industria che, per la prima volta da anni, diverge radicalmente sulla strada tecnica da prendere.
La posizione di Nokia la spiega la chief technology officer Pallavi Mahajan partendo da un algoritmo dal nome impronunciabile, il reproducing kernel Hilbert space: una tecnica di machine learning che i progettisti radio della casa finlandese conoscevano da tempo ma non avevano mai usato, «perché è molto intensiva dal punto di vista matematico, piena di calcolo vettoriale», e l’hardware tradizionale non la reggeva. «Con le GPU puoi farlo, e ottieni efficienza», dice Mahajan. Il piano è netto al punto da suonare come un addio: i chip custom progettati con Marvell che equipaggiano i prodotti più recenti saranno gli ultimi che Nokia svilupperà. Da lì in poi, la scommessa è che il processore grafico sia una base hardware capace di reggere qualunque cosa il 6G gli tiri addosso: «qualsiasi cosa faremo d’ora in avanti saranno solo sei anni di aggiornamenti software».
La promessa di raddoppiare l’efficienza spettrale — cioè di spremere il doppio dei bit dallo stesso spettro, la valuta più preziosa di un operatore — ha suscitato reazioni che vanno dall’incredulità aperta all’entusiasmo famelico. Anche perché supera in modo plateale quanto Ericsson aveva indicato come possibile con l’AI sul silicio custom. E qui arriva la risposta svedese, affilata nella sua compostezza: «come già comunicato, le GPU sono un’opzione per il 6G e l’AI-RAN, non l’unica», fa sapere l’azienda, rivendicando che «il silicio dedicato resta rilevante dove gli operatori chiedono prestazioni, consumi più bassi e la capacità di scalare i carichi di rete in modo efficiente». Il futuro, per Ericsson, sarà un mix di architetture di calcolo a seconda dei casi d’uso.
Ma l’argomento più solido degli scettici non è commerciale: è fisico. Si chiama transmission time interval, e chi legge le nostre analisi dal modem lo conosce come il metronomo della rete: «abbiamo 500 microsecondi, mezzo millisecondo, per completare il calcolo», spiegava Michael Begley, responsabile del RAN compute di Ericsson, incontrando Light Reading al MWC di Barcellona. «Non puoi far girare un modello da un milione di parametri: devi comprimerlo, altrimenti non ha senso — se sfori il TTI, le condizioni radio sono già cambiate e quello che hai calcolato non vale più». I modelli AI che governano la rete d’accesso, insomma, sono vincolati dalla fisica a poche decine di migliaia di parametri: roba leggera, che secondo Ericsson non ha bisogno dei muscoli di una GPU. «Le regole della fisica e delle specifiche valgono anche per Nvidia», rincara Gabriel Foglander, responsabile della strategia RAN.
Samsung, quinto costruttore 5G al mondo, si schiera sulla stessa linea ma con una sfumatura tutta sua. «Non crediamo che le GPU siano un prerequisito per il 6G, né che un approccio solo-CPU o solo-GPU sia la scelta giusta», dice l’azienda, che paragona la CPU a un SUV — «più versatile per l’uso quotidiano» — e la GPU a un’auto sportiva: più veloce, ma non è con quella che si fa la spesa. La differenza rispetto a Ericsson è di pancia industriale: Samsung vende soprattutto RAN virtualizzate su processori Intel, non silicio proprietario, e infatti si mostra un filo più possibilista sull’uso dei chip grafici per i carichi davvero pesanti. Con un avvertimento da ingegneri: per sfruttare una GPU bisogna riempirla di dati, e più dati significano più latenza — «parte di quel vantaggio di throughput potrebbe dover essere sacrificato per rispettare il TTI».
Per chi segue le nostre pagine, questo scontro non arriva dal nulla. L’AI-RAN è il tema che attraversa tutto il 2026: Docomo e Samsung l’hanno già portata al livello del singolo utente, e il mercato degli apparati — tornato a crescere dopo anni di magra — si sta riorganizzando attorno a questa promessa. La differenza è che ora la discussione non è più se l’intelligenza artificiale entrerà nella rete radio, ma su quale ferro debba girare. E non è una disputa accademica: dalla risposta dipendono i consumi energetici delle reti, il costo degli apparati che gli operatori compreranno per il resto del decennio e, non ultimo, quanto del valore delle telecomunicazioni finirà nelle casse di Nvidia.
Il nostro commento: colpisce la simmetria degli interessi. Nokia, che ha in cassa il miliardo di Nvidia, vede nel GPU-RAN una rivoluzione inevitabile; Ericsson, che vive del proprio silicio custom, dimostra con la fisica che non serve; Samsung, che sta sulle CPU di Intel, tifa per la via di mezzo. Tutti e tre hanno ottimi argomenti tecnici, e tutti e tre, guarda caso, arrivano alla conclusione che conviene al proprio modello di business. La verità è che il mezzo millisecondo del TTI è un giudice severo ma non definitivo: dirà chi ha ragione solo quando le prime reti 6G accenderanno davvero questi algoritmi, attorno al 2030. Nel frattempo vale la regola di sempre, la stessa che applichiamo alle promesse degli operatori: i raddoppi annunciati nei comunicati si misurano sul campo, non nelle slide. E un’industria che dopo anni di pensiero unico torna a dividersi su una scelta di architettura è, di per sé, una buona notizia: vuol dire che nel 6G c’è di nuovo qualcosa per cui vale la pena litigare.