Per qualche minuto, ieri pomeriggio, sembrava l’ennesimo volo di prova da archiviare con un «quasi». Poi SpaceX ha cambiato idea, ha riacceso un motore e ha portato Starship in orbita per la prima volta nella sua storia. Dentro la stiva c’erano ventisei satelliti Starlink V3, la terza generazione della costellazione, e questa volta non erano lì per essere distrutti dopo il test: sono stati rilasciati tutti, hanno risposto tutti e, dopo le verifiche, andranno a servire clienti. Per chi segue le reti dallo spazio è il passaggio che aspettavamo dal volo di luglio, quando i primi venti V3 erano stati rilasciati in una traiettoria suborbitale e fatti rientrare in atmosfera.

Il volo 14, minuto per minuto
Starship è partita lunedì 28 settembre alle 7:48 ora del Texas, le 14:48 in Italia, dalla base di Starbase. Nel resoconto ufficiale SpaceX la definisce il primo volo orbitale di Starship e il primo a portare in orbita un carico utile vero. Non è stato un volo pulito. Già in salita uno dei 33 motori Raptor del primo stadio, il Super Heavy, si è spento, e poco dopo lo stesso è successo a uno dei motori per il vuoto dello stadio superiore. La nave ha compensato facendo lavorare più a lungo i cinque motori rimasti ed è arrivata sulla traiettoria suborbitale prevista, quella che in caso di problemi la riporta giù da sola senza bisogno di altre accensioni.
È lì che il volo ha rischiato di fermarsi. Come racconta Light Reading, il portavoce Dan Huot ha annunciato in diretta che il team aveva deciso di non andare in orbita, «non il risultato che speravamo», aggiungendo però che non si arrendevano ancora. Dopo altri controlli, circa ventidue minuti dopo il decollo, il verdetto si è ribaltato: i tre motori Raptor da livello del mare che servivano per le manovre successive erano in buona salute, e uno di loro è stato riacceso per la spinta di inserimento in orbita. Poco dopo si è aperto il portello a fessura sul fianco della nave, quello che gli ingegneri paragonano al distributore di caramelle Pez, e i ventisei satelliti sono usciti uno dopo l’altro.
SpaceX riferisce di aver stabilito il contatto con tutti, attraverso i collegamenti laser, le stazioni di terra e i terminali degli utenti Starlink. Ora i satelliti devono completare i controlli in orbita e alzarsi con i propri propulsori fino alla quota di lavoro, poi cominceranno a servire i clienti: secondo Light Reading nel giro di qualche settimana, senza una data precisa. Per prudenza, visto il motore perso in salita, il controllo missione ha accorciato la permanenza in orbita e ha riportato giù la nave con la sua prima accensione di rientro, fino a un ammaraggio nel Pacifico settentrionale in una delle due zone concordate prima del lancio. Light Reading lo descrive come un ammaraggio «infuocato» e riporta la nota degli analisti di MoffettNathanson: le esplosioni dopo l’ammaraggio non indicano un problema, perché Starship non è progettata per posarsi in acqua fredda.
Perché i V3 contano per la rete
Il senso dell’operazione sta nei numeri dei satelliti, non del razzo. Secondo i dati riportati da Light Reading, ogni V3 gestisce circa 1 terabit al secondo di capacità in download e 160 gigabit al secondo in upload, dieci volte il download e ventidue volte l’upload di un satellite V2. Sono satelliti a banda larga, pensati per le parabole di case e aziende, non quelli del direct-to-cell che parlano con gli smartphone, come quelli che abbiamo visto al lavoro con Fastweb Sat in Umbria. Ma la logica è la stessa: più capacità per satellite vuol dire più utenti serviti a velocità decenti nella stessa porzione di cielo.
Il secondo numero riguarda il trasporto. Secondo SpaceX una Starship a pieno carico può portare in orbita fino a sessanta V3, circa venti volte la capacità che si ottiene con i satelliti V2 lanciati da un Falcon 9. È per questo che la terza generazione di Starlink dipende da Starship: i V3 sono troppo grandi per il vecchio razzo, e senza un vettore che arrivi in orbita in modo affidabile restano un progetto. SpaceX, ricorda Light Reading, conta di usare Starship anche per i suoi centri dati orbitali per l’intelligenza artificiale, chiamati Starmind, oltre che per le missioni verso la Luna e Marte. E a luglio aveva chiesto alla FCC l’autorizzazione per una costellazione di terza generazione da centomila satelliti.
Il commento della redazione
Di Starship si è parlato per anni come di un razzo, con i suoi record, le esplosioni e le torri che lo afferrano al volo. Dal nostro punto di vista, invece, conta come camion delle consegne di una rete. Ieri il camion è arrivato a destinazione per la prima volta, con un motore in meno, e ha scaricato la merce. È un risultato vero, ma non va gonfiato: il volo è stato accorciato proprio per il guasto in salita, ventisei satelliti sono una frazione di quelli che servono per cambiare la capacità della costellazione, e il ritmo dei prossimi lanci conterà più del successo di un giorno.
C’è poi una considerazione che riguarda chi, come noi, guarda soprattutto alle reti mobili. Ogni salto di capacità di Starlink rafforza la posizione di SpaceX nei confronti degli operatori, sia quando li affianca come fornitore, sia quando si propone come concorrente con il suo servizio mobile verso gli smartphone, che a settembre è slittato al primo semestre del 2028. Più capacità in orbita significa più margine commerciale per entrambe le strade. Un razzo che porta in orbita sessanta satelliti alla volta è il pezzo che rende credibili quelle ambizioni. Ieri quel pezzo ha funzionato per la prima volta. Il punto, adesso, è se funzionerà anche la seconda, la decima e la cinquantesima.
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