
C’è una frase, sepolta in un rapporto di una quarantina di pagine, che vale più di tutto il resto. «Nell’Unione europea il mercato dell’open RAN resta a uno stadio nascente, con la maggior parte degli operatori che si affida soprattutto a una soluzione end-to-end di un singolo fornitore». La scrive Assembly Research in uno studio commissionato da Connect Europe, l’associazione dei grandi operatori europei che un tempo si chiamava ETNO. Il documento è datato luglio ma è stato reso pubblico solo in questi giorni, e Light Reading lo ha letto stamattina per quello che è: la seconda sponda in poche settimane, dopo lo studio della GSMA, con cui l’industria chiede a Bruxelles di non bandire Huawei dalle reti 5G. E lo fa ammettendo, quasi tra le righe, che l’alternativa promessa sei anni fa non è mai arrivata.
Il rapporto che dice “no” alla legge
Il bersaglio è la revisione del Cybersecurity Act presentata dalla Commissione a gennaio, quella che trasformerebbe la vecchia raccomandazione del “5G toolbox” in un obbligo con scadenza: fuori i fornitori ad alto rischio, cioè Huawei e ZTE, dalle parti critiche delle reti mobili entro tre anni dalla pubblicazione della lista. Secondo Telecompaper, il rapporto sostiene che la proposta rischia di creare al settore «rischi sostanziali nuovi»: costi alti per gli operatori, meno soldi per gli altri investimenti di rete, una scadenza giudicata irrealistica e, alla fine, una catena di fornitura più stretta di oggi. Una legge, scrivono gli autori, sarebbe eccessiva e sproporzionata; lo swap forzato rallenterebbe la corsa alla copertura 5G e lascerebbe l’Europa con meno fornitori tra cui scegliere.
Sono argomenti che avevamo già sentito a luglio, quando la GSMA aveva messo sul tavolo il conto della rimozione, fino a 35-40 miliardi di euro a seconda di cosa si include, contro i 10-13 stimati dalla Commissione. Il nuovo studio sposta il fuoco dai soldi alle difficoltà operative, ma la conclusione è la stessa: meglio tenersi quello che c’è. E la Spagna, come raccontavamo ieri, è già lì, senza un solo fornitore designato come ad alto rischio e con Huawei che va dalle antenne di Vodafone al core di Telefónica.
Sei anni di open RAN, zero concorrenti nuovi
La parte più interessante, però, non è la difesa di Huawei: è la confessione sull’open RAN. Quando il 5G stava per partire, ricorda Iain Morris su Light Reading, i grandi operatori europei guardavano al parco fornitori come i bambini guardano un film dell’orrore, dalle fessure tra le dita. Ericsson usciva dai tagli alla ricerca che l’avevano fatta perdere sul 4G, un episodio di cui il CTO Erik Ekudden ha detto a giugno «non ne andiamo fieri»; Nokia digeriva i 15,6 miliardi dell’acquisizione di Alcatel-Lucent e aveva puntato sui chip Intel per le radio 5G, e Intel, per usare le parole dell’ex CTO Marcus Weldon, «li ha traditi clamorosamente». Samsung impressionava ma non aveva il 2G, che serve ancora. Restavano i cinesi, e i cinesi i politici li volevano fuori.
La risposta fu l’open RAN nella sua versione originale: interfacce standard tra le componenti della rete d’accesso, così da poter comprare la radio da uno e il software da un altro, come mattoncini. Otto anni dopo la nascita della O-RAN Alliance, i numeri di Omdia dicono come è andata: Huawei, Ericsson, Nokia, ZTE e Samsung insieme valgono circa il 95 per cento del mercato mondiale nel primo semestre 2026, e nessun concorrente nuovo è emerso. John Strand, fondatore della danese Strand Consult, la mette con una metafora da fast food: «Non compri il panino da McDonald’s, la Coca-Cola da Burger King e le patatine da Five Guys». Gli operatori, semplicemente, preferiscono un prodotto pre-integrato alla libertà di assemblare; e nelle tecnologie 5G più avanzate mettere insieme due fornitori resta un rompicapo tecnico che i piccoli, senza budget di ricerca, non possono permettersi.
I fornitori europei sono più deboli, non più forti
C’è poi il contesto che rende tutto più amaro. La spesa mondiale in apparati RAN, sempre secondo Omdia, è scesa da 45 miliardi di dollari nel 2022 a 35 l’anno scorso, e lì dovrebbe restare. Ericsson ha tagliato quasi 19 mila posti dal 2022, circa il 18 per cento dell’organico di allora, e nel primo semestre ha visto l’utile operativo scendere del 40 per cento a 7,4 miliardi di corone con ricavi in calo dell’8 per cento. Nokia, escludendo Infinera, ha perso quasi 29 mila dipendenti tra il 2018 e la fine del 2025, il 28 per cento; altri se ne andranno quest’anno, almeno 1.600 in Cina, un mercato dal quale si sta ritirando. Nel secondo trimestre il business delle reti mobili di Nokia ha guadagnato quasi 100 milioni di euro meno di quanto la società incassa dalle licenze dei brevetti.
Il rovescio della medaglia sta in Cina. Per stima di Nokia, a fine 2025 Ericsson e Nokia messe insieme avevano il 3 per cento di quel mercato, quando la sola Ericsson nel 2019 ne rivendicava il 10. Il resto è dei fornitori cinesi, in testa Huawei, che in una Europa aperta tiene invece, insieme a ZTE, una quota del 32 per cento secondo i dati di Assembly. Un mercato domestico chiuso che vale quanto un sussidio gigantesco e che permette di essere «aggressivi», la parola che usò due anni fa l’amministratore delegato uscente di Ericsson Börje Ekholm, là dove le porte sono aperte.
Il commento della redazione
Noi il paradosso lo vediamo tutto. Gli operatori europei, che hanno passato anni a spiegare quanto fosse importante la diversità dei fornitori, oggi difendono il fornitore che l’open RAN lo ha sempre osteggiato, e lo fanno mentre i due costruttori di casa licenziano a migliaia. Le ragioni economiche del rapporto sono vere: uno swap forzato in tre anni costa, rallenta e distrae. Ma la domanda che nessuno dei due studi affronta è quella che conta davvero: se un altro nome dovesse sparire dal mercato, come è successo ad Alcatel, Lucent, Marconi, Motorola, Nortel, Siemens e Panasonic in questo secolo, con chi negozierebbero gli operatori europei? Per l’Italia, che Strand mette con Spagna e Germania tra i Paesi più dipendenti da Huawei, la risposta non è accademica. A Bruxelles la partita sulla legge è ancora aperta, e l’ultima parola spetterà agli Stati membri: la Spagna ha già scelto, la Germania frena. Chi difende oggi la convenienza, forse, dovrebbe pensare anche al prezzo di dover trattare, un giorno, con un fornitore solo.