
Lunedì MTN, il più grande operatore mobile d’Africa, ha messo sul tavolo il suo semestre migliore da anni: utile rettificato in crescita del 21,3%, debito ai minimi, e un riacquisto di azioni proprie da 6 miliardi di rand — circa 375 milioni di dollari — partito lo stesso giorno dell’annuncio, come riporta Mobile World Live. Nella stessa conferenza, però, l’amministratore delegato Ralph Mupita ha dovuto tornare sull’argomento che insegue il gruppo sudafricano da otto anni, e l’ha fatto con una frase che vale un intero bilancio: «Con le sanzioni così come sono, non possiamo mettere dentro un soldo e non possiamo tirarne fuori uno». Parlava dell’Iran, dove MTN possiede il 49% di Irancell: un asset che sui libri vale ancora 10,5 miliardi di rand e che nessuno, in azienda, può toccare.
Il semestre delle due facce
I numeri del semestre raccontano due storie in una, e lo scarto tra le due è esattamente la voce Iran. L’utile per azione rettificato — la misura preferita dal gruppo — è salito a 793 centesimi di rand, dentro la forchetta promessa al mercato; ma l’utile base si è fermato a 404 centesimi contro i 615 della versione «headline», e il grosso di quella differenza, come ricostruisce l’ottima analisi di TechCentral, è una svalutazione da 3,9 miliardi di rand (circa 240 milioni di dollari al cambio attuale) sulla partecipazione iraniana, pari a 213 centesimi per azione: il doppio di un anno fa. La causa dichiarata è contabile — l’iperinflazione persistente e il crollo del rial negli ultimi sei mesi — ma il comunicato di metà agosto citava senza giri di parole anche «le condizioni geopolitiche e la guerra in Iran», dopo la campagna aerea americana e israeliana di giugno. Per il resto, il bilancio è solido come raramente lo è stato: rapporto tra debito netto ed EBITDA a 0,3, liquidità disponibile per 39 miliardi di rand, e appunto il buyback che parte subito.
L’asset che nessuno può toccare
La storia di Irancell meriterebbe un libro. MTN ne detiene il 49% dalla licenza del 2005, quando il consorzio vinse la gara per diventare il secondo operatore mobile iraniano; il 51% è in mani legate allo Stato. Dal maggio 2018 — il ritiro americano dall’accordo sul nucleare, con le banche iraniane tagliate fuori dal circuito Swift pochi mesi dopo — la partecipazione è diventata quella che Mupita chiama senza eufemismi «un investimento intrappolato»: niente capitali in entrata, niente dividendi in uscita. I dividendi bloccati ammontano oggi a poco più di 880 milioni di rand, e la cifra si è ridotta nel tempo solo per il motivo peggiore possibile: la svalutazione della moneta in cui sono denominati. A libro c’è anche un credito separato da 2 miliardi di rand il cui incasso, scrive il gruppo con notevole onestà contabile, «non è né pianificato né probabile nel prevedibile futuro».
Non è nemmeno la prima volta: sotto un precedente giro di sanzioni MTN arrivò ad avere circa un miliardo di dollari fermo a Teheran, recuperato solo nel 2017 — poco prima che la porta si richiudesse. E da marzo la situazione è persino peggiorata sul piano della governance: la maggioranza statale ha nominato un nuovo amministratore delegato di Irancell senza consultare il socio sudafricano, che oggi non ha più né un dirigente sul posto né un posto in consiglio. «Non possiamo restare, non possiamo andarcene», è la sintesi che circolava già in primavera. Nel frattempo il resto del portafoglio mediorientale è stato smontato pezzo per pezzo: Siria e Yemen lasciate nel 2021, Afghanistan l’anno scorso, e quest’anno una transazione da 43,9 milioni di dollari col regolatore siriano ha chiuso anche l’ultima coda — mentre altri, come Zain che riaccende la Siria, quel mercato lo stanno riaprendo. «L’unica cosa rimasta è l’investimento in Iran», dice Mupita.
La morsa che si stringe
Il tempismo, per MTN, è pessimo. La settimana scorsa il presidente americano ha promesso «conseguenze economiche tremende» per qualunque Paese le cui banche o imprese offrano «qualsiasi tipo di ancora di salvezza» all’Iran, e il segretario al Tesoro Scott Bessent ha rincarato annunciando «le sanzioni più dure della storia», con i dettagli attesi proprio nel giorno dei risultati. La difesa pratica di MTN contro le sanzioni secondarie è paradossale: l’asset è inutile, quindi innocuo — nessun flusso di denaro, nessun ruolo operativo, nessun consigliere. Ma il gruppo risponde già alle domande di un grand jury americano sulle sue attività iraniane e afghane, e si porta dietro da oltre un decennio la causa da 4,2 miliardi di dollari di Turkcell, che contesta l’assegnazione originaria della licenza. Un regime sanzionatorio più duro allontana l’unica cosa che servirebbe a MTN — il permesso di vendere e uscire — e aumenta le probabilità di un’altra svalutazione a fine anno, quando il gruppo ha già annunciato che rivaluterà l’intera posta.
Il commento della redazione
Colpisce il contrasto: un gruppo che riversa 6 miliardi di rand sui propri azionisti mentre ne tiene 10,5 murati in una cassaforte di cui ha perso la combinazione. La lezione, per chi guarda alle telecomunicazioni come a un mestiere di antenne e frequenze, è che nei mercati di frontiera il rischio-Paese non è una nota a piè di pagina: è la variabile che decide se i profitti esistono davvero. I soldi entrano facilmente, escono solo col permesso della geopolitica — e quel permesso può sparire per otto anni, o per sempre. MTN nel frattempo fa l’unica cosa sensata: concentra capitale e attenzione dove le leve le controlla, dall’infrastruttura africana che si consolida — lo abbiamo visto con il valzer delle torri di IHS — al mercato domestico sudafricano, dove la concorrenza sul 5G si fa aggressiva. Il resto è pazienza forzata: Irancell continuerà a funzionare, a fare utili in una moneta che evapora e a comparire nei bilanci di Johannesburg come il fantasma di un’espansione che vent’anni fa sembrava un colpo da maestro. A volte, nelle TLC, l’affare peggiore è quello da cui non puoi nemmeno uscire.