
In città si contendono ogni cliente, in montagna potrebbero presto dividersi le antenne. Sunrise e Salt, il secondo e il terzo operatore mobile svizzero, hanno firmato un memorandum d’intesa per studiare la condivisione dell’infrastruttura di rete nelle aree rurali e meno densamente popolate della Confederazione. L’annuncio, ripreso da Mobile World Live, è di quelli che raccontano bene dove sta andando l’Europa delle telecomunicazioni: due concorrenti diretti — che si fanno la guerra tra loro e con l’incumbent Swisscom — pronti a mettere in comune il pezzo più costoso della rete là dove i clienti sono troppo pochi per giustificare due reti parallele.
Il perimetro dell’intesa, per ora, è uno studio di fattibilità in piena regola: pianificazione, analisi tecniche, valutazione dei requisiti operativi, legali e regolatori. Ma la direzione tecnica è già dichiarata, ed è la parte più interessante per chi mastica di reti: una cooperazione più stretta nella rete radio attraverso una forma di multi-operator core network, il modello MOCN in cui i siti e la parte radio diventano condivisi mentre ciascun operatore resta padrone del proprio core, dei propri clienti e dei propri listini. Non una fusione, insomma, e nemmeno un semplice affitto di spazi sul palo: una rete d’accesso che serve due marchi restando una sola. Per chi vive in quelle valli il cambiamento sarebbe invisibile nel modo giusto: il telefono continuerebbe a mostrare il logo del proprio operatore, perché in MOCN è la stessa cella ad annunciare le identità di entrambe le reti, ma dietro quel logo lavorerebbero antenne e frequenze messe in comune. Le due società tengono a precisarlo in ogni riga del comunicato: rimarranno «concorrenti pienamente indipendenti», e del resto già oggi collaborano su «siti mobili selezionati».
Le ragioni le spiega senza giri di parole l’amministratore delegato di Sunrise, André Krause: «le persone nelle aree rurali dovrebbero beneficiare della stessa eccellente qualità di rete disponibile nelle città. Ma l’espansione e l’esercizio della rete non possono essere altrettanto efficienti dove ci sono meno utenti per sito». È l’aritmetica spietata delle reti mobili: una BTS costa più o meno uguale ovunque — acquisizione del sito, apparati, energia, backhaul, manutenzione — ma in una valle alpina serve una frazione degli utenti che servirebbe in centro a Zurigo. E la Svizzera, con la sua orografia, è quasi un caso di scuola: ogni vallata è una copertura a sé, da progettare, alimentare e mantenere anche quando gli utenti da servire si contano in centinaia. Il collega di Salt, Max Nunziata, aggiunge il secondo argomento: la collaborazione «rafforza la connettività nelle aree rurali preparando l’infrastruttura alla domanda crescente». Tradotto: insieme si copre di più, si investe meglio e si riusa l’infrastruttura esistente invece di duplicarla.
L’operazione non è fatta: qualunque accordo dovrà passare dall’approvazione regolatoria, e la commissione federale delle comunicazioni è già stata informata del possibile passo. Ma i due non partono da zero: come ricorda Mobile Europe, Sunrise e Salt avevano già firmato nel 2020 una partnership strategica sulla fibra, con l’ambizione di sviluppare insieme una piattaforma FTTH per portare la banda ultralarga nelle case svizzere. La logica è la stessa, spostata dal cavo all’etere: dove il mercato non ripaga due infrastrutture, meglio una fatta bene che due fatte a metà. Il dossier ora passa agli studi tecnici: tempi, perimetro geografico e dettagli del modello non sono ancora stati comunicati.
Per i lettori italiani questa storia ha un sapore familiare, perché il precedente più vicino ce l’abbiamo in casa e si chiama Zefiro Net: la società creata da WindTre e Iliad proprio per condividere la rete nelle aree meno dense del Paese, dove dal 2023 è attivo perfino lo spettro condiviso — i clienti dei due operatori agganciano le stesse BTS, che trasmettono con le frequenze di entrambi. L’Italia, per una volta, è arrivata prima: quello che Sunrise e Salt vogliono studiare, sull’Appennino e nelle campagne italiane è già realtà quotidiana da tre anni. E chi fa misure sul campo nelle aree Zefiro sa che il modello funziona, con tutte le sfumature del caso: la copertura si allarga, ma la rete che si aggancia è una sola, e la differenziazione tra operatori si sposta per forza altrove.
Ed è proprio qui che la notizia svizzera si inserisce in un quadro europeo più grande. Il continente è nel pieno di una stagione di consolidamento che passa per fusioni vere e proprie — l’abbiamo raccontata commentando il primo semestre di Fastweb+Vodafone — ma anche per queste forme più morbide di aggregazione, in cui le reti si uniscono e i marchi restano separati. La condivisione rurale è il consolidamento che i regolatori digeriscono meglio: non riduce il numero di concorrenti sul mercato, non tocca i prezzi in città, e in cambio porta copertura dove nessun business case da operatore singolo l’avrebbe mai portata. Non a caso è il modello che continua a spuntare in mezza Europa, dalla Scandinavia all’Italia, ogni volta che i conti degli operatori si fanno stretti e le aree bianche restano bianche.
Il nostro commento: la parte da tenere d’occhio, in questi accordi, non è la firma ma il perimetro. «Aree rurali e meno densamente popolate» è una definizione elastica: a seconda di dove si traccia la linea, la rete condivisa può essere un tampone per le valli sperdute o diventare, silenziosamente, la spina dorsale di mezzo Paese. Ed è lì che i regolatori giocano la partita vera, perché ogni sito condiviso è un risparmio oggi ma anche un pezzo di concorrenza infrastrutturale che non tornerà domani. L’esperienza italiana di Zefiro insegna entrambe le facce: più copertura vera per chi vive fuori dalle città, ma anche due reti che, in quelle zone, sono diventate indistinguibili al telefono. Se il modello svizzero partirà, il modo più onesto di giudicarlo sarà lo stesso che usiamo qui: non i comunicati, ma le misure sul campo.