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L’Europa firma la sua costellazione: IRIS² sale a 348 satelliti, arruola la Difesa e promette i primi lanci nel 2029

redazione
Ultimo aggiornamento: 07/08/2026
redazione
7 Minuti di lettura
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Dodici satelliti dorati disposti in cerchio come le stelle della bandiera UE sopra l'Europa notturna: la costellazione IRIS² cresce a 348 satelliti

Mentre Elon Musk annuncia trimestre dopo trimestre numeri da capogiro per Starlink, l’Europa ha scelto la giornata di oggi per rispondere con l’unica lingua che Bruxelles conosce davvero: una firma. La Commissione europea e il consorzio SpaceRISE — cioè i tre operatori satellitari SES, Eutelsat e Hispasat — hanno chiuso i negoziati e siglato l’accordo che fa uscire IRIS², la costellazione europea per le comunicazioni sicure, dalla fase delle slide per entrare in quella dei contratti. E l’hanno fatto alzando la posta: la rete passa da 282 a 348 satelliti, con 66 unità aggiuntive destinate specificamente agli utenti della Difesa, e l’obiettivo dichiarato di effettuare i primi lanci nel 2029, con il dispiegamento operativo dal 2030.

Il commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, ha messo in fila i numeri della nuova architettura: 330 satelliti in orbita bassa “alta” (High-LEO) più 18 in orbita media, con un’opzione già prevista per ulteriori 24 satelliti polari e 20 in orbita bassissima. Rispetto al progetto originario, la capacità di connettività sicura destinata alle istituzioni pubbliche dell’Unione crescerà di oltre il 60%, quella disponibile a livello globale del 54%. La parola che ricorre in ogni dichiarazione è “sovrana”: una rete di proprietà europea, costruita da industrie europee — Airbus Defence and Space, Thales Alenia Space, OHB, Aerospacelab, con Telespazio nel segmento di terra — e destinata a governi, forze di sicurezza e servizi di emergenza degli Stati membri, più Norvegia e Islanda che partecipano al programma.

Dentro il consorzio, un ruolo da protagonista se lo prende la spagnola Hispasat: guiderà il segmento di terra governativo — la parte che consegna i servizi sicuri agli Stati — e lo sviluppo e l’esercizio dello strato in orbita bassa della costellazione, quello dove Kubilius vuole coinvolgere startup e PMI europee per sperimentare soluzioni IoT e connettività direct-to-device, i satelliti che parlano direttamente con i dispositivi. È un dettaglio che dice molto della filosofia del programma: IRIS² non è pensato solo come un’infrastruttura, ma come una serra per far crescere il “New Space” europeo, l’ecosistema di piccole aziende spaziali che oggi guarda con invidia i cugini americani.

Il contesto, del resto, non concede più alibi. Nella stessa settimana in cui l’Europa firmava, SpaceX dichiarava agli investitori di voler trasformare Starlink in un operatore mobile a tutti gli effetti — l’abbiamo raccontato qui — mentre Amazon ha portato alla FCC i piani per oltre cinquemila satelliti Leo con capacità direct-to-device. Di fronte a costellazioni private da migliaia di unità, i 348 satelliti europei possono sembrare pochi. Ma il paragone è fuorviante, perché gli obiettivi sono opposti: Starlink e Leo vendono banda a chiunque paghi, IRIS² deve garantire che un ministero, un’ambasciata o una centrale elettrica europea possano comunicare anche il giorno in cui tutto il resto è spento, compromesso o — peggio — controllato da qualcun altro. La guerra in Ucraina ha insegnato a Bruxelles cosa significhi dipendere dall’umore di un privato extraeuropeo per le comunicazioni sul campo: quella lezione, più di ogni strategia industriale, è il vero motore di questa firma.

Per il settore telecom europeo l’accordo ha anche un valore industriale immediato. SES, Eutelsat e Hispasat — tre operatori che il mercato dei satelliti geostazionari stava lentamente erodendo — si ritrovano al centro di un programma pluriennale da oltre dieci miliardi di euro tra fondi pubblici e capitali privati, con un modello di concessione dodicennale che garantisce visibilità come raramente accade in questo mestiere. Non è un caso che del progetto si parli da anni anche sul fronte degli operatori di rete: già nel 2025 Deutsche Telekom era entrata nella partita IRIS² per integrare la costellazione con le reti 5G terrestri, perché la parte commerciale del sistema — quella non riservata ai governi — dovrà parlare anche con le telco e i loro clienti business.

C’è anche un pezzo d’Italia, in questa storia, ed è tutt’altro che marginale. Thales Alenia Space — joint venture in cui Leonardo ha il 33% — è tra i costruttori principali dei satelliti, e Telespazio, controllata sempre dalla galassia Leonardo, presidia il segmento di terra: per l’industria spaziale nazionale, dai siti produttivi ai centri di controllo, IRIS² si traduce in commesse e competenze che restano in casa. Quanto agli usi, la costellazione non servirà solo ministeri e ambasciate: la capacità commerciale residua potrà alimentare backhaul per le reti mobili nelle aree remote, connettività per navi, aerei e infrastrutture critiche, fino ai collegamenti di riserva per le telco quando la fibra si spezza. È il motivo per cui gli operatori — Deutsche Telekom in testa, come raccontavamo — hanno smesso da tempo di considerare il satellite un mondo a parte.

Il commento della redazione: la tentazione di liquidare IRIS² come “la risposta europea a Starlink, in ritardo di dieci anni” è forte, e in parte fondata — nel 2029, quando partiranno i primi lanci europei, Starlink avrà probabilmente più di diecimila satelliti in orbita e Amazon una costellazione completa. Ma è una lettura che confonde due partite diverse. Sulla banda commerciale di massa la gara è persa da tempo, ed è inutile fingere il contrario; sulla connettività governativa sicura, invece, l’Europa sta facendo l’unica cosa sensata: costruirsi una capacità propria prima che la dipendenza diventi irreversibile. I dubbi legittimi sono altri due. Il primo è il calendario: il 2029 è dopodomani nei tempi dello spazio, e i grandi programmi europei — da Galileo in giù — non hanno mai brillato per puntualità. Il secondo è la frammentazione: mentre firma IRIS², l’Europa continua a coltivare progetti satellitari nazionali in ordine sparso, e una sovranità divisa in ventisette non è una sovranità, è un condominio. Se però la costellazione volerà davvero nei tempi promessi, tra qualche anno racconteremo questa firma d’agosto come il momento in cui l’Europa ha smesso di guardare il cielo degli altri. Le premesse, per una volta, ci sono tutte.

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