
Per anni Amazon Leo, quando ancora si chiamava Project Kuiper, è stato il concorrente di Starlink che tutti citavano e nessuno vedeva. Questa settimana la società ha deciso di mostrare qualcosa: il millesimo satellite uscito dalla linea di produzione di Kirkland, nello Stato di Washington, e una data, per quanto elastica. Il servizio commerciale parte entro fine 2026, hanno detto ad Ars Technica i tre dirigenti che guidano il programma, e Light Reading ha fatto i conti sul calendario: il piano originale parlava di metà anno, quella scadenza è passata, ma la finestra dell’anno resta aperta.
Da 27 in sei mesi a 27 a settimana
Il dato che racconta meglio il cambio di passo lo ha dato Rajeev Badyal, il responsabile del programma che in una vita precedente aveva guidato i primi anni di Starlink prima di essere licenziato da Elon Musk per eccesso di prudenza. «Ci sono voluti sei mesi per costruire i primi 27 satelliti. Adesso ne facciamo tranquillamente 27 a settimana», ha spiegato. La fabbrica di Kirkland, 170.000 piedi quadrati presi in affitto vuoti nel dicembre 2022 e trasformati in quindici mesi, ha una capacità teorica di cinque satelliti al giorno, e ogni due o tre giorni un carico parte verso la Florida in attesa di un razzo.
Paul Palcisco, che dirige la produzione, ha raccontato che il collo di bottiglia più duro non è stato l’assemblaggio ma il collaudo: le procedure spaziali tradizionali, ereditate dagli standard militari e NASA di decenni fa, richiedono giorni o settimane per ogni esemplare. Amazon le ha ibridate con i metodi dell’elettronica di consumo, portando i test «da giorni a ore» senza, sostiene, abbassare l’asticella. Un satellite completo, dalla prima stazione al collo per la spedizione, oggi richiede «qualche settimana», e il ritmo della fabbrica è tarato sul calendario dei lanci: l’obiettivo dichiarato è non avere mai un razzo pronto senza satelliti da caricare.
Il problema non è la fabbrica, sono i razzi
Il paradosso è proprio questo. Con più di mille satelliti costruiti, in orbita ce ne sono 396, portati su da 14 lanci, e solo quattro sono stati deorbitati. La differenza sta a terra, in attesa di un vettore. Amazon aveva scelto fin dall’inizio una strategia di diversificazione, con contratti firmati con ULA, Blue Origin, Arianespace e perfino SpaceX, e Badyal la rivendica come la ragione per cui «non siamo in una situazione molto peggiore». Ma i ritardi del Vulcan di ULA, fermo per un problema a un ugello che ora sarebbe risolto, e l’esplosione di un New Glenn di Blue Origin durante un test di maggio hanno frenato tutto. Il primo lancio su Vulcan, assicura Badyal, è «a settimane di distanza», con un secondo razzo già verticale nel capannone accanto e un volo Ariane 6 in mezzo, capace di portare oltre 32 satelliti per volta.
I numeri del contratto con la FCC aiutano a capire quanto sia lunga la strada. La prima generazione prevede 3.236 satelliti, e Amazon aveva chiesto e ottenuto a giugno una proroga di 24 mesi sulla prima metà del dispiegamento, pur confermando il traguardo del 100% entro il 30 luglio 2029. Nella domanda di proroga, a febbraio, la società stimava di arrivare a circa 700 satelliti entro fine luglio 2026: anche quell’obiettivo è stato mancato. Alla domanda se 400 satelliti bastino per iniziare il servizio, Badyal ha risposto che «ne abbiamo già abbastanza» e che i voli successivi servono ad ampliare copertura e ridondanza.
Un gigabit in download, 400 megabit in upload
Chris Weber, vicepresidente per il business, ha messo sul tavolo i numeri con cui Amazon intende sfidare Starlink sul mercato aziendale e governativo: fino a 1 Gbps in download e 400 Mbps in upload per terminale, che secondo lui vale circa tre volte il concorrente in download e tra otto e dieci volte in upload. Sono dichiarazioni di parte, su un servizio che nessun cliente ha ancora provato, ma Weber ha aggiunto di avere già contratti firmati, senza nomi, scelti proprio sull’upload. Gli altri due argomenti sono la cifratura AES-256 di rete con un’opzione di rete privata che porta il traffico dall’antenna al data center del cliente o di AWS senza passare da Internet, e gli accordi di livello di servizio con tassi garantiti. Per i consumatori, invece, Amazon promette «il miglior rapporto qualità-prezzo» e accenna a pacchetti con Prime, Prime Video, router eero, Fire TV e Ring, senza prezzi.
Badyal ha anche offerto una prova vissuta: «In questo momento sto guardando la Formula 1 sul telefono. È Leo che gira sul mio telefono, con le antenne sul tetto di questo edificio». La conferma che l’architettura decisa nel 2018 funzionasse davvero, ha ammesso, è arrivata solo a inizio 2026. In parallelo la società ha già depositato alla FCC la seconda generazione, in fase di progettazione, e un piano separato per oltre 5.000 satelliti direct-to-device, mentre l’acquisizione di Globalstar è ancora in attesa di chiusura.
Che cosa cambia per le reti mobili
Per chi legge TLCworld la parte interessante non è la parabola sul tetto, ma la BTS in mezzo al nulla. Amazon Leo si è posizionata come infrastruttura all’ingrosso per gli operatori, e l’accordo più vicino a noi è quello firmato il 2 marzo 2026 con Vodafone: backhaul satellitare per i siti 4G e 5G nelle aree remote, a partire dalla Germania e da altri Paesi europei, e poi in Africa tramite Vodacom, con i primi siti collegati previsti nel 2026 e un’estensione progressiva man mano che la costellazione cresce. Quell’accordo cita la stessa capacità, 1 Gbps in download e 400 Mbps in upload, e la userà anche come collegamento di riserva quando la fibra verso un sito si rompe. Il calendario di Amazon Leo, in altre parole, è anche il calendario di una parte di copertura mobile rurale europea. Ne avevamo scritto quando Amazon ha portato alla FCC la rete direct-to-device e, su scala diversa, quando Jio ha fissato al 2027 il primo volo della sua costellazione: il cielo si sta affollando di progetti, ma finora il servizio vero lo vende uno solo.
Il commento della redazione
La notizia non è il millesimo satellite, è che Amazon ha smesso di nascondersi dietro il nome di progetto e ha iniziato a parlare come un’azienda che deve vendere un servizio entro dicembre. Il tono dell’intervista è quello di chi sa di arrivare tardi e prova a trasformare il ritardo in un argomento: «c’è già qualcuno sul mercato», ammette Weber, e la risposta è il marchio, l’ecosistema e l’upload. Sulla fabbrica i numeri sono impressionanti e verificabili; sui razzi la società dipende da partner che negli ultimi diciotto mesi hanno accumulato un’anomalia dietro l’altra, e 396 satelliti in orbita contro i 700 promessi a febbraio lo dimostrano. Il confronto con Starlink sulle prestazioni, finché non c’è un terminale nelle mani di qualcuno fuori da Amazon, resta una promessa. Ma per gli operatori europei che hanno già firmato, Vodafone in testa, la domanda non è chi sia più veloce. È se il primo sito di backhaul arriverà davvero quest’anno. Tra qualche settimana, con il Vulcan sulla rampa, avremo la prima risposta.
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