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Rete Mobile

Tacche piene, voce zero: il blackout Verizon che ha lasciato l’America senza telefonate

redazione
Ultimo aggiornamento: 29/09/2026
redazione
6 Minuti di lettura
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Smartphone in modalità SOS in una strada americana al crepuscolo durante il blackout Verizon dei servizi voce dell'8 agosto

Sabato pomeriggio, ora della East Coast: i telefoni dei clienti Verizon mostrano le tacche piene, Instagram scorre, le mail arrivano. Ma provare a chiamare qualcuno è un’altra storia: la chiamata cade, riparte, cade di nuovo, e su molti iPhone compare la scritta che nessuno vorrebbe leggere, “SOS”. Il blackout Verizon dell’8 agosto ha un tratto che lo rende diverso — e per certi versi più inquietante — dei grandi guasti che l’hanno preceduto: a fermarsi è stata soltanto la voce, mentre la rete dati continuava a funzionare come se niente fosse.

Contents
Tre ore e mezza senza chiamateIl 911 e i telefoni in SOSQuando la voce è diventata un’appIl nostro commento

Tre ore e mezza senza chiamate

La cronologia è presto raccontata. Le segnalazioni su Downdetector iniziano a impennarsi poco prima delle 16 (ora di New York, le 22 in Italia) e in una manciata di minuti superano quota tredicimila, con picchi concentrati su Chicago, Boston, New York e Washington, ma con lamentele in arrivo anche da Michigan, Tennessee e da mezza East Coast. Verizon riconosce rapidamente “un problema che impatta i servizi voce per i clienti wireless in alcune parti degli Stati Uniti” e mette gli ingegneri al lavoro. La soluzione arriva attorno alle 19:30: guasto risolto, e ai clienti ancora in difficoltà si consiglia il più classico dei rimedi, riavviare il telefono. In tutto, circa tre ore e mezza. Colpito anche Visible, il marchio prepagato che gira sulla stessa rete, mentre secondo la stampa americana non ci sono indicazioni di un attacco informatico: tutto punta a un guasto software interno, anche se una spiegazione tecnica dettagliata, al momento in cui scriviamo, non è ancora arrivata.

Il conto delle vittime collaterali è quello che ormai conosciamo a memoria: i tracker registrano aumenti di segnalazioni anche per AT&T e T-Mobile, ma non si tratta di guasti separati. T-Mobile ha fatto sapere che la sua rete funzionava regolarmente, e che i suoi clienti sperimentavano problemi solo nel chiamare numeri Verizon — l’effetto domino statistico di ogni grande blackout, dove metà delle segnalazioni “degli altri” sono in realtà chiamate verso la rete caduta.

Il 911 e i telefoni in SOS

Il capitolo più delicato riguarda, come sempre, le emergenze. Le autorità di New York e Washington hanno diffuso avvisi pubblici: i clienti Verizon avrebbero potuto avere difficoltà a raggiungere il 911, meglio tenere a portata un fisso, il telefono di un vicino con un altro operatore o il text-to-911 dove disponibile. In teoria un telefono in modalità SOS può appoggiarsi alle reti dei concorrenti per le chiamate d’emergenza; in pratica, il messaggio delle contee che invitavano a “trovare un’alternativa” dice molto su quanta fiducia ci sia in quel meccanismo quando la rete di casa annaspa. È la stessa lezione che l’Australia ha pagato a caro prezzo con i blackout del Triple Zero finiti davanti al Senato: la telefonata d’emergenza è l’unico servizio che deve funzionare sempre, ed è esattamente quello che nessun operatore riesce più a garantire da solo.

Quando la voce è diventata un’app

C’è poi il dettaglio tecnico che rende questo guasto una piccola lezione di architettura di rete. I clienti restavano agganciati a LTE e 5G, navigavano, messaggiavano su WhatsApp: cadevano solo le telefonate. È la fotografia di cosa è diventata la voce nell’era VoLTE: non più un servizio a sé con i suoi apparati dedicati, ma un’applicazione come le altre, che gira su una piattaforma software centralizzata — il core IMS — sopra la stessa rete dati. Quando quel livello inciampa, la voce sparisce a livello nazionale in un colpo solo, mentre tutto il resto continua a funzionare, rendendo il guasto quasi invisibile ai sistemi che guardano “la rete” nel suo insieme. Non è la prima volta che una singola componente software mette in ginocchio un continente: in Australia bastò un bug legato all’orologio GPS per fermare chiamate, pagamenti e treni.

Il nostro commento

La nostra impressione è che questi episodi vadano ormai letti in serie, non isolatamente: Telstra a luglio, Optus prima ancora, Verizon adesso, e in mezzo i grandi blackout AT&T e Rogers degli anni scorsi. Il copione si ripete identico — un cambiamento software, una piattaforma centralizzata, un servizio critico che cade ovunque simultaneamente — perché la centralizzazione che rende le reti moderne efficienti è la stessa che elimina i compartimenti stagni: il guasto non resta più locale, o non succede o succede dappertutto. E colpisce il tempismo: appena quattro giorni fa raccontavamo l’inchiesta australiana sul roaming nazionale obbligatorio, nata anche dall’idea che quando una rete cade i clienti dovrebbero potersi appoggiare alle altre. Sabato pomeriggio, per tre ore e mezza, i clienti della più grande rete mobile americana avrebbero firmato per averlo. La domanda che i regolatori di mezzo mondo si stanno facendo non è più se serva una rete di scorta per i momenti peggiori, ma chi debba pagarla: e ogni sabato come questo rende la risposta un po’ meno rinviabile.

Fonti: ThePCEnthusiast, TechRadar, Hindustan Times, agenzie Reuters/AP.

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