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Telefonia Mobile

Lo spezzatino SFR si giudica a Parigi: Bruxelles rinvia alla Francia l’esame del riassetto da 20 miliardi

redazione
Ultimo aggiornamento: 16/07/2026
redazione
11 Minuti di lettura
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Torre di telecomunicazioni in Francia con tre flussi di luce arancione, blu e rosso che si dividono nel cielo: la vendita di SFR spartita tra Orange, Bouygues Telecom e Iliad-Free sotto esame antitrust

Alla fine l’Europa ha deciso: non sarà lei a decidere. L’esame dello smembramento di SFR — l’operazione da 20,35 miliardi di euro con cui Orange, Bouygues Telecom e Iliad si spartiranno il secondo operatore francese — si farà interamente a Parigi, davanti all’Autorité de la concurrence. Lo ha annunciato mercoledì la stessa autorità francese con un comunicato ripreso da tutta la stampa di settore, da Mobile World Live a 01net: la Commissione europea ha rinviato all’antitrust nazionale anche l’unico dei tre dossier che ricadeva sotto la sua giurisdizione, quello di Iliad. Una scelta tecnica in apparenza, ma con un peso politico enorme: la più importante operazione di consolidamento telecom del decennio in Europa verrà giudicata con occhiali esclusivamente francesi.

Contents
Un ripasso veloce: lo spezzatino da 20,35 miliardiPerché Bruxelles si è fatta da parteDiciotto mesi (almeno) di lavori in corsoIl test che l’Europa aspettava (e che ha girato ad altri)

Un ripasso veloce: lo spezzatino da 20,35 miliardi

Per chi si fosse perso le puntate precedenti, ricapitoliamo. A giugno Orange, Bouygues Telecom e Iliad (la casa madre di Free, controllata da Xavier Niel) hanno firmato con Altice France l’accordo per rilevare e spartirsi gli asset di SFR, l’operatore che Patrick Drahi aveva costruito a colpi di acquisizioni a debito e che oggi quel debito sta smontando pezzo per pezzo. La valutazione complessiva è di 20,35 miliardi di euro e l’architettura è quella di uno spezzatino in piena regola: non una fusione, ma tre operazioni di concentrazione distinte anche se dichiaratamente legate tra loro, una per ciascun compratore.

La ripartizione del bottino è ormai nota nelle sue linee generali. Bouygues Telecom si prende il boccone enterprise, ovvero tutta SFR Business con la sua clientela aziendale, più una fetta consistente del mercato consumer — circa 5,9 milioni di clienti — l’operatore virtuale Prixtel e la rete mobile di SFR nelle zone meno densamente popolate del paese. Iliad porta a casa l’intera base clienti di RED by SFR, il marchio low cost che conta circa 6 milioni di abbonati, oltre a 1,6 milioni di clienti consumer a marchio SFR e a circa 400.000 piccole imprese. A Orange vanno infine circa 4,9 milioni di clienti, insieme ai marchi virtuali Régio, Syma e Coriolis. Alcuni asset, tra cui porzioni delle reti fisse e mobili e dei sistemi informatici, resteranno in gestione congiunta per almeno trenta mesi, il tempo necessario a completare le migrazioni senza lasciare nessuno a piedi.

Per Drahi si tratta dell’epilogo di una parabola durata poco più di un decennio: comprata Numericable, poi SFR nel 2014, il finanziere franco-israeliano aveva costruito un impero mediatico-telecom sorretto da una montagna di debito che a un certo punto ha superato i 60 miliardi di euro. La vendita dell’ex gioiello di famiglia serve esattamente a questo: fare cassa e alleggerire il fardello. Il risultato finale, se tutto andrà in porto, è la trasformazione più profonda del mercato francese dall’arrivo dirompente di Free nel 2012: la Francia passerebbe da quattro a tre operatori di rete, chiudendo simbolicamente proprio il ciclo che Niel aveva aperto quattordici anni fa con le sue tariffe da guerriglia.

Perché Bruxelles si è fatta da parte

Qui arriva la parte giuridicamente interessante. Delle tre operazioni, quelle di Orange e Bouygues Telecom erano fin dall’inizio di competenza francese: sotto le soglie di fatturato che fanno scattare la giurisdizione comunitaria, sopra quelle nazionali. Il dossier Iliad invece superava le soglie europee del regolamento sulle concentrazioni, e sarebbe quindi toccato alla Commissione. Uno scenario scomodo: due autorità diverse, con procedure, tempi e sensibilità diverse, chiamate a giudicare tre pezzi dello stesso puzzle.

È stata la stessa Iliad a chiedere il rinvio, appoggiandosi all’articolo 4, paragrafo 4, del regolamento europeo 139/2004, che consente di trasferire un dossier a un’autorità nazionale quando gli effetti dell’operazione riguardano essenzialmente il mercato di un singolo Stato membro. E Bruxelles ha accettato senza fare storie, riconoscendo che l’Autorité de la concurrence è — parole del comunicato — «la meglio posizionata» per analizzare l’operazione: l’impatto è quasi esclusivamente nazionale, e l’autorità francese conosce a memoria il proprio mercato telecom, avendo già sezionato nel 2014 il matrimonio tra SFR e Numericable da cui l’attuale SFR è nata.

Il vantaggio pratico è evidente: ora i tre dossier viaggiano sullo stesso binario, con le stesse regole e lo stesso arbitro, che li esaminerà simultaneamente. Niente più rischio di decisioni disallineate, con Bruxelles che approva un pezzo e Parigi che ne boccia un altro. La Commissione non sparisce del tutto — l’Autorité ha già fatto sapere che collaborerà con Bruxelles durante l’istruttoria — ma il timone è saldamente in mani francesi.

Diciotto mesi (almeno) di lavori in corso

I tempi, va detto subito, non saranno brevi. Orange e Bouygues Telecom avevano già avviato dal 30 giugno gli scambi di pre-notifica con l’autorità francese, e con la decisione di rinvio anche Iliad può ora sedersi allo stesso tavolo. Ma l’istruttoria vera e propria durerà almeno diciotto mesi, con un verdetto atteso non prima della seconda metà del 2027, più realisticamente tra fine 2027 e inizio 2028. L’Autorité ha già messo le mani avanti definendo l’esame «particolarmente complesso»: dovrà sentire gli operatori del settore, le associazioni dei consumatori e le autorità di regolamentazione delle telecomunicazioni, Arcep in testa.

La domanda a cui l’antitrust francese dovrà rispondere è quella classica, ma con una posta in gioco fuori scala: il passaggio da quattro a tre operatori è compatibile con il mantenimento di una concorrenza sufficiente? La Francia è il paese delle tariffe mobili tra le più basse d’Europa, figlie proprio della guerra dei prezzi innescata da Free. Il governo ha accolto l’operazione con favore ma ha promesso di vigilare su prezzi e occupazione — e non è un dettaglio, visto che in ballo ci sono anche gli 8.000 dipendenti di SFR, il cui destino nella spartizione resta uno dei nodi più delicati.

Il test che l’Europa aspettava (e che ha girato ad altri)

C’è però una lettura più ampia, che riguarda tutti noi e non solo i cugini d’Oltralpe. Da anni il settore invoca il consolidamento come condizione per tornare a investire: lo ha messo nero su bianco anche la GSMA nel report di cui abbiamo parlato qualche settimana fa, secondo cui i mercati europei a tre operatori garantiscono reti migliori senza necessariamente far salire i prezzi. Il dossier SFR era considerato da tutti il test definitivo: la prima riduzione da quattro a tre in un grande mercato europeo dopo anni di rigidità regolatoria, la cartina di tornasole per capire se il vento a Bruxelles fosse davvero cambiato.

E qui sta il paradosso che ci sentiamo di sottolineare: proprio quando il test arriva, la Commissione lo passa a qualcun altro. Legittimo, procedura alla mano — anzi, è stata Iliad a chiederlo, e per i tre compratori avere un interlocutore unico è una benedizione. Ma il segnale che ne esce è curioso: l’Europa che nei rapporti Letta e Draghi sogna campioni continentali e un mercato unico delle tlc, di fronte alla concentrazione più importante del decennio sceglie di non scegliere, riconsegnando la partita alla dimensione nazionale. Chi si aspettava una presa di posizione europea sul consolidamento dovrà aspettare ancora.

Per gli altri mercati, Italia compresa, il precedente conta comunque. Se Parigi approverà lo spezzatino — magari con rimedi robusti su MVNO, spettro e coperture — diventerà molto più difficile per qualunque autorità europea opporsi a operazioni simili altrove. Se lo boccerà, il dibattito sul consolidamento tornerà nel congelatore per anni. E attenzione anche al fattore Niel: l’uomo che con Free ha rotto il mercato francese e che è appena diventato il primo azionista di Vodafone si trova ora dall’altra parte della barricata, tra i consolidatori. I bracconieri che diventano guardacaccia sono sempre i più interessanti da osservare.

La nostra opinione, per quel che vale: lo spezzatino SFR ha una logica industriale solida e l’esame francese sarà tutto fuorché una passeggiata — l’Autorité ha una tradizione di rigore che non fa sconti, e diciotto mesi di istruttoria lasciano spazio a rimedi pesanti. Ma il vero rischio non è la bocciatura: è che si approvi un mercato a tre senza tutele misurabili per chi consuma. L’esperienza britannica insegna: a un anno dalla fusione VodafoneThree le promesse di reti migliori sono ancora in gran parte sulla carta. Il consolidamento può funzionare, ma solo se qualcuno controlla che i benefici promessi arrivino davvero. Appuntamento al 2027, con il dossier telecom più pesante d’Europa sulla scrivania di un’autorità sola.

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