
Ci sono notizie che parlano di gigabit e latenze, e notizie che parlano di persone. Quella arrivata in queste ore da Port Moresby riesce a fare entrambe le cose: Digicel PNG, il principale operatore mobile della Papua Nuova Guinea, ha annunciato di aver completato con successo i test end-to-end della sua rete 5G, con punte di 1,2 Gbps in download registrate durante le prove sul campo. Tradotto: uno dei Paesi più difficili al mondo da connettere è ufficialmente pronto per la quinta generazione mobile, e il lancio commerciale è ora solo questione di tempo.
L’annuncio è stato dato venerdì nella capitale dall’amministratore delegato ad interim Brett Goschen ed è rimbalzato oggi sulla stampa locale, dal quotidiano The National alle testate online del Paese. Il comunicato ufficiale di Digicel Pacific parla di una verifica completa della catena tecnologica, dalla radio al core: la rete, in altre parole, non ha solo acceso qualche antenna sperimentale, ma ha dimostrato di poter reggere il 5G dall’inizio alla fine.
Un test che vale più di un comunicato
Diciamolo subito, per onestà verso chi legge: “5G readiness” non significa che da domani a Port Moresby si navigherà a 1,2 Gbps con lo smartphone. Digicel è stata chiara su questo punto, precisando che l’annuncio riguarda specificamente il completamento dei test e che i dettagli sulla disponibilità commerciale arriveranno in un secondo momento. Ma sarebbe un errore liquidare la notizia come semplice marketing.
Il valore del test sta proprio nella sua natura end-to-end. Verificare che l’intera infrastruttura — stazioni radio, trasporto, core network, sistemi di gestione — funzioni in modalità 5G è il passaggio che separa gli esperimenti di laboratorio dalla realtà commerciale. E il picco di 1,2 Gbps raggiunto durante le prove, per quanto rappresenti come sempre il caso ideale e non l’esperienza quotidiana dell’utente medio, dice che l’equipaggiamento installato è moderno e correttamente dimensionato.
Goschen, nel presentare i risultati, ha snocciolato i benefici classici della quinta generazione: streaming in alta e altissima definizione, gaming mobile con latenze ridotte, più produttività per le aziende, una piattaforma per i servizi digitali del futuro. Parole che abbiamo sentito decine di volte a ogni lancio 5G nel mondo, certo. Ma che in Papua Nuova Guinea assumono un peso diverso, perché qui la rete mobile non è una delle tante opzioni per connettersi: per la stragrande maggioranza della popolazione è l’unica.
Un mercato nato attorno a Digicel (e comprato dall’Australia)
Per capire perché questa notizia conta, bisogna conoscere un minimo la storia dell’operatore. Digicel è arrivata in Papua Nuova Guinea nel 2007, quando il mercato mobile locale era un monopolio di fatto con prezzi proibitivi, e l’ha rivoltato come un calzino: copertura estesa in zone che non avevano mai visto un segnale, prezzi abbattuti, milioni di persone connesse per la prima volta. Da allora domina il mercato con una quota che le analisi di settore, come quelle di Mordor Intelligence, collocano ancora intorno al 90% degli abbonati mobili, anche se la concorrente Vodafone PNG — sbarcata nel Paese nell’aprile 2022 — rivendica una crescita rapida e una quota di clienti che a seconda delle metodologie di conteggio supererebbe il 30%. Numeri che non si conciliano perfettamente tra loro, come spesso accade in mercati dove le statistiche ufficiali scarseggiano, ma che raccontano la stessa storia: Digicel resta il perno del sistema, e per la prima volta ha qualcuno che le corre dietro.
C’è poi un dettaglio geopolitico che rende il caso ancora più interessante. Dal luglio 2022 Digicel PNG non appartiene più al gruppo caraibico fondato dall’imprenditore irlandese Denis O’Brien, ma all’australiana Telstra, che ha rilevato l’intera divisione Digicel Pacific per circa 1,6 miliardi di dollari statunitensi. Un’operazione che di puramente commerciale aveva poco: come documentato all’epoca dagli analisti di Devpolicy, la maggior parte del finanziamento è arrivata direttamente dal governo australiano attraverso Export Finance Australia, con l’obiettivo dichiarato di impedire che l’infrastruttura di telecomunicazioni più importante del Pacifico finisse in mani cinesi. Il 5G che oggi Digicel PNG si prepara ad accendere è quindi anche un tassello della partita di influenza che Canberra e Pechino giocano da anni nella regione.
La sfida: un Paese dove internet raggiunge una persona su quattro
E adesso i numeri che danno la misura dell’impresa. La Papua Nuova Guinea ha quasi 11 milioni di abitanti, distribuiti su un territorio tra i più ostili al mondo per chi costruisce reti: catene montuose che superano i 4.000 metri, foreste pluviali impenetrabili, centinaia di isole, e una popolazione rurale per quasi il 90%, frammentata in comunità che parlano oltre 800 lingue diverse. Secondo i dati di DataReportal, a inizio 2026 gli utenti internet erano circa 2,6 milioni, ovvero il 24% della popolazione: tre papuani su quattro sono ancora offline. Le connessioni mobili attive sono 5,2 milioni, meno di una ogni due abitanti, in un’epoca in cui gran parte del mondo viaggia sopra il 100%.
In un contesto simile, il 5G non arriverà ovunque, e nemmeno in fretta. Realisticamente, la copertura iniziale riguarderà Port Moresby, Lae e pochi altri centri urbani, dove si concentrano aziende, istituzioni e la domanda di banda che giustifica l’investimento. Per le highlands e le zone remote continueranno a lavorare il 2G e il 3G, che da queste parti sono tutt’altro che in pensione: mentre l’Europa e gli Stati Uniti spengono le reti legacy una dopo l’altra — come raccontiamo nella nostra mappa mondiale degli switch-off 2G e 3G — nei mercati emergenti del Pacifico quelle stesse tecnologie restano la spina dorsale della connettività quotidiana, perché i telefoni compatibili costano poco e coprono distanze enormi con poche antenne.
Il governo di Port Moresby, dal canto suo, ha fissato un obiettivo ambizioso: portare online il 70% della popolazione entro il 2030. Un traguardo che nessuna singola tecnologia potrà raggiungere da sola. Servirà il 5G nelle città, il 4G nelle aree intermedie, e con ogni probabilità anche il satellite per l’ultimo miglio più estremo, sul modello di quanto sta accadendo nelle Filippine, dove Globe ha acceso il Direct-to-Cell di Starlink per coprire 7.000 isole. L’arcipelago filippino e la Papua Nuova Guinea condividono lo stesso problema di fondo: geografie che rendono antieconomica la copertura tradizionale e che trasformano lo spazio nella soluzione più sensata.
Cosa succede adesso
La palla passa alla fase commerciale. Digicel non ha fornito date, ma la sequenza è collaudata: completati i test, si definiscono le aree di lancio, si sistemano i listini, si assicura la disponibilità di terminali compatibili a prezzi accessibili — e quest’ultimo punto, in un Paese con il reddito medio della Papua Nuova Guinea, sarà probabilmente l’ostacolo più alto. Uno smartphone 5G costa ancora troppo per gran parte della popolazione locale, e senza terminali la rete più veloce del mondo resta un esercizio di stile.
Ci sono però segnali che l’operatore faccia sul serio. L’investimento nell’ammodernamento della rete è coerente con la strategia di Telstra, che dall’acquisizione ha lavorato per rinnovare l’infrastruttura ereditata. E la pressione competitiva di Vodafone PNG, che punta apertamente a erodere quote di mercato, rende il primato tecnologico un asset da spendere il prima possibile: essere il primo operatore 5G del Paese ha un valore di posizionamento che Digicel difficilmente lascerà sul tavolo a lungo.
Il quadro regionale, intanto, si muove nella stessa direzione. Il 5G ha ormai raggiunto angoli del pianeta che fino a ieri sembravano fuori portata: da poco abbiamo raccontato il caso della Siria, che riparte da zero con una nuova licenza mobile da 747 milioni di dollari costruita direttamente attorno al 5G. Quando persino i mercati più fragili o più remoti pianificano la quinta generazione come punto di partenza e non come traguardo, significa che la tecnologia è definitivamente uscita dalla fase pionieristica.
Il commento della redazione
Lo diciamo con il sorriso di chi queste notizie le colleziona volentieri: il 5G in Papua Nuova Guinea ci piace più di tanti lanci patinati nelle capitali europee. Non perché 1,2 Gbps a Port Moresby cambino gli equilibri dell’industria, ma perché misurano quanta strada ha fatto questa tecnologia: sette anni fa era un lusso da keynote, oggi è un progetto concreto in un Paese dove tre persone su quattro non hanno mai aperto un browser. La vera notizia, però, non è la velocità di picco: è che l’infrastruttura digitale del Pacifico è diventata terreno di investimenti miliardari e di strategie geopolitiche. Quando i governi comprano operatori telefonici per tenerli lontani dai rivali, significa che la connettività è ormai infrastruttura critica al pari di porti e aeroporti. Ai papuani, francamente, interesserà poco chi finanzia le antenne: interessa che il segnale arrivi. E se la rincorsa tra Digicel e Vodafone PNG servirà ad abbassare i prezzi e ad allargare la copertura, per una volta la competizione geopolitica avrà prodotto qualcosa di buono per chi sta in mezzo.