
Il padrone di casa ha perso anche il secondo round, ma la causa vera non è ancora cominciata. Con un comunicato diffuso la sera del 19 ottobre, INWIT ha fatto sapere che il Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di impresa, riunito in camera di consiglio, ha confermato il rigetto della domanda cautelare con cui la società delle torri chiedeva di sospendere gli effetti della disdetta del Master Service Agreement comunicata da Fastweb+Vodafone. È la decisione sul reclamo presentato a fine luglio contro l’ordinanza di metà luglio, che già aveva detto no. Il motivo è lo stesso di allora, e il collegio lo ha messo per iscritto: manca il «periculum in mora», cioè l’urgenza, perché dalla disdetta di Fastweb non è dipeso «un danno irreparabile per INWIT nei termini prospettati dalla reclamante».
Il calo in Borsa è arrivato prima della disdetta
Il passaggio più tagliente dell’ordinanza, riportato da Radiocor, riguarda il titolo in Borsa. INWIT sosteneva che la disdetta le stesse causando un danno immediato, a partire dalla svalutazione delle azioni; i giudici rispondono che «la maggiore svalutazione del titolo si è verificata tra il 18 e il 19 marzo 2026, in concomitanza col comunicato congiunto pubblicato da TIM e Fastweb sul raggiungimento di un accordo non vincolante per la costituzione di una joint venture e la costruzione di 6.000 nuove torri, quindi già prima del 26 marzo 2026, allorché la reclamata inoltrò a INWIT la disdetta». In altre parole il mercato aveva reagito all’idea che i due maggiori inquilini si costruissero le torri da soli, non al foglio di disdetta arrivato una settimana dopo. Sulla joint venture, aggiunge Radiocor, INWIT si è già rivolta all’Antitrust e alla Consob.
Sul merito della lite, invece, il collegio ha scelto di non scegliere. Il «fumus boni iuris», cioè la verosimiglianza delle ragioni di INWIT sulla durata del contratto, non è stato esaminato, e il tribunale spiega perché: ha preferito «evitare di anticipare il giudizio con decisione che, in un caso di tale complessità e rilevanza, inevitabilmente si porrebbe quale “precedente interno” al Tribunale quando fosse chiamato a decidere la causa di merito», anche «per ragioni di simmetria con la parallela (e per molti versi analoga, benché distinta) controversia con TIM». Secondo fonti legali citate da Radiocor, la prima udienza del giudizio di merito è fissata per novembre. INWIT, nel comunicato, «confida che verrà riconosciuta l’invalidità della disdetta».
Perché si litiga: 2028 o 2038
La partita, l’avevamo raccontata quando INWIT ha depositato i due reclami, ruota intorno a una data. Fastweb+Vodafone ha notificato il 25 marzo il mancato rinnovo dell’MSA sostenendo che, con due anni di preavviso, il contratto termini a fine marzo 2028; INWIT replica che il contratto vale fino all’agosto 2038, perché dopo il cambio di controllo congiunto di TIM e Vodafone su INWIT nell’agosto 2022 ha esercitato l’opzione di estensione di sedici anni prevista dalla clausola di change of control. Fastweb la vede al contrario: il cambio di controllo rilevante sarebbe avvenuto a dicembre 2020, INWIT non ha esercitato l’opzione in quel momento e resta valida la scadenza originaria. Dietro la grammatica contrattuale c’è il prezzo: per l’operatore controllato da Swisscom «i costi dei servizi di INWIT non risultano in linea con i benchmark di mercato» e riducono la capacità di investire, 1,5 miliardi l’anno; per INWIT la disdetta è «priva di fondamento giuridico» e serve solo a forzare una rinegoziazione di un contratto nato nel 2020 con l’acquisto delle torri di Vodafone Italia per circa 5,7 miliardi. TIM ha fatto lo stesso il 29 marzo, con decorrenza dal 2030, e anche lì il primo grado cautelare è andato male per la società delle torri: Milano Finanza ricorda che INWIT ha perso entrambe le istanze a luglio e presentato due appelli, e che ora si attende la decisione sul reclamo contro TIM.
Che cosa cambia sul campo
Per chi guarda le reti e non i tribunali, la notizia è che nulla si ferma. La disdetta resta efficace, il piano di migrazione pluriennale che Fastweb+Vodafone aveva annunciato a marzo, basato su «accordi con fornitori terzi di infrastrutture passive» e sulle iniziative con TIM, può andare avanti, e i 6.000 nuovi siti della joint venture restano sul tavolo. INWIT, nel frattempo, prova a rispondere sul terreno industriale: a settembre ha chiesto al governo di legare il rinnovo delle frequenze a obblighi di densificazione per 12.000 siti, e la settimana scorsa il Sole 24 Ore l’ha data vicina a comprare una ventina di centrali WindTre da trasformare in data center di prossimità. Sono le due facce dello stesso problema: una tower company il cui modello si regge su contratti ventennali indicizzati, e due inquilini che in un mercato con i prezzi al dettaglio più bassi d’Europa non vogliono più pagarli così.
Il commento della redazione
Un rigetto cautelare non dice chi ha ragione, dice solo che non c’è fretta, e il tribunale lo ha scritto con una franchezza rara: la causa è troppo grossa per deciderla in via sommaria, e i giudici non vogliono creare un precedente che li vincoli quando dovranno decidere davvero, su Fastweb e su TIM insieme. Ma la frase sul titolo in Borsa pesa più di tutto il resto, perché sposta il baricentro: il danno per INWIT non è nato da una lettera di disdetta, è nato dal fatto che i suoi due clienti più grandi hanno deciso di poter fare a meno di lei. Quello non lo cura un’ordinanza. La partita vera si gioca su due tavoli, quello del merito, che comincia a novembre e durerà anni, e quello delle antenne, dove ogni sito nuovo costruito dalla joint venture TIM-Fastweb vale più di un’udienza. Per i lettori che misurano le reti, è il secondo tavolo quello da tenere d’occhio: se nei prossimi mesi vedremo spuntare BTS nuove dove prima c’era un solo traliccio condiviso, sapremo che il 2028 è già cominciato.
💬 Ne parliamo sul forum di TLCworld. Scriveteci nella discussione dedicata: leggiamo e rispondiamo lì.