
Trenta megahertz possono scatenare una guerra commerciale? A sentire l’ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione europea, sì. In un’intervista al Financial Times uscita domenica 18 ottobre, e ripresa da Anadolu, Spiegel e altri, Andrew Puzder ha avvertito che le aziende europee «dovrebbero stare attente» a una ritorsione americana, che sarebbe «molto devastante» vista la dimensione del mercato statunitense, se Bruxelles andrà avanti con il piano di riservare agli operatori europei la maggior parte della banda dei 2 GHz, quella che serve per far parlare i satelliti direttamente con gli smartphone. «Se lo scopo è rendere gli Stati Uniti meno competitivi, penso che non sia un obiettivo legittimo per una legislazione di questo tipo», ha detto. E ancora: «Non si rendono più competitive le aziende europee rendendo meno competitive quelle americane».
La banda contesa e la regola dei tre terzi
L’oggetto del contendere lo avevamo seguito passo per passo. Il 27 maggio la Commissione europea ha proposto un regolamento per riassegnare la banda MSS dei 2 GHz, in mano dal 2009 a due società americane, Viasat ed EchoStar, con diritti d’uso in scadenza a maggio 2027. Il piano, presentato dalla commissaria Henna Virkkunen, divide i 30 MHz accoppiati in tre blocchi da 10: uno per le comunicazioni governative e di sicurezza, da integrare con la costellazione IRIS²; uno riservato ai nuovi entranti europei, cioè società controllate da Stati membri o da capitali europei; uno aperto a tutti, europei e non. In quest’ultimo blocco potrebbero competere SpaceX e Amazon, con un tetto di 10 MHz accoppiati per operatore. Per Politico Europe è il modo in cui «l’Europa spinge fuori la tecnologia spaziale americana dalle onde radio più pregiate»; per la Commissione, che a maggio parlava di «diversificare i fornitori» e «incentivare l’ingresso delle imprese europee», è una questione di sicurezza e competitività.
Il dettaglio che rende la minaccia americana meno lineare di quanto sembri lo ha ricordato la stessa Virkkunen a maggio, citata da Eunews: «Gli Stati Uniti stessi hanno deciso di recente che la loro banda MSS debba continuare a essere gestita da un operatore domestico. Una società europea era interessata, e le è stato negato l’accesso». Secondo Reuters la commissaria apparteneva al fronte meno protezionista e avrebbe spinto lei per il compromesso dei tre terzi, proprio temendo una reazione di Washington, contro chi in Francia e Spagna avrebbe voluto chiudere del tutto il mercato ai non europei. Nel frattempo ha proposto di prorogare di due anni le licenze di Viasat ed EchoStar, perché il negoziato fra Parlamento e Consiglio sul testo potrebbe andare per le lunghe: fino al 2028, in pratica, la banda resta in mani americane comunque.
Chi c’è dietro le due posizioni
Puzder non ha specificato in cosa consisterebbe la ritorsione, e Anadolu riporta che nella stessa intervista ha messo in discussione anche l’applicazione del Digital Markets Act, chiedendosi se serva a «promuovere la concorrenza o a generare entrate con le multe» alle aziende tecnologiche americane, per poi chiudere con un invito alla cooperazione «nella corsa contro la Cina su intelligenza artificiale e calcolo quantistico»: «Sarebbe molto più facile se lavorassimo con l’Europa invece di combatterla». SpaceX, dal canto suo, ha criticato la proposta sostenendo che potrebbe compromettere la connettività in Ucraina, dove Starlink è stata decisiva per le comunicazioni civili e militari. Dall’altra parte del tavolo ci sono i quattro grandi operatori europei: Deutsche Telekom, Orange, Vodafone e Telefónica stanno discutendo un consorzio per presentarsi insieme alla gara, con l’obiettivo dichiarato di prendersi proprio il blocco riservato agli europei. Il paradosso è che oggi Starlink arriva già sui telefoni europei, ma attraverso quegli stessi operatori: senza spettro proprio non potrà vendere il servizio direttamente, ed è questo il punto che vale la lite.
Il contesto americano spiega il nervosismo. Dieci giorni fa SpaceX ha comprato gli 800 MHz di tutti gli Stati Uniti per 8 miliardi di dollari, dopo i 17 spesi per le licenze di EchoStar, e la FCC ha autorizzato 15.000 satelliti della seconda generazione direct-to-cell. Negli Stati Uniti Starlink Mobile sta diventando un operatore; in Europa, senza i 2 GHz, resta un fornitore all’ingrosso. E la stessa FCC, con il presidente Brendan Carr, aveva già avvertito all’inizio dell’anno che Washington avrebbe potuto «rispecchiare l’approccio regolatorio che l’Europa vuole adottare», spingendo fuori dal mercato americano gli operatori satellitari europei.
Il commento della redazione
Ci sono due modi di leggere questa storia, e sono entrambi veri. Il primo: l’Europa sta facendo quello che fanno tutti, Stati Uniti compresi, cioè tenere una fetta di spettro strategico in mano a soggetti che può controllare, e la frase di Virkkunen sulla società europea respinta oltreoceano è la risposta più efficace alla minaccia di Puzder. Il secondo: il compromesso dei tre terzi è stato pensato proprio per non scatenare questa reazione, e la reazione è arrivata lo stesso, segno che a Washington il problema non è l’aritmetica dei blocchi ma il principio. Quello che ci colpisce è la scala: 30 MHz di una banda satellitare, assegnati a un servizio che oggi manda SMS dove non c’è campo, sono diventati materia da ambasciatore. Succede perché il direct-to-device non è più un servizio di nicchia, è il modo in cui un’azienda americana può entrare nel mercato mobile europeo senza comprare una sola BTS. Chi legge TLCworld sa già quanto vale una banda bassa e larga; quello che il 2027 dirà è quanto vale un passaporto. La proroga di due anni, intanto, compra tempo a tutti, e il tempo in questo caso lavora per chi i satelliti li ha già in orbita.
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