
C’è un numero che fa l’Italia prima della classe e un altro, a poche righe di distanza, che la rimette tra i banchi di mezzo. Il primo è il 99,8%: la quota di famiglie coperte dal 5G, contro una media europea del 96,8%, con un vantaggio che diventa enorme sui 3,4-3,8 GHz, la banda che del 5G fa davvero la differenza, dove l’Italia copre il 98% delle famiglie contro il 75% dell’Unione e, nelle zone rurali, il 94% contro il 34%. Il secondo è il 51%: la fetta di popolazione le cui SIM hanno generato traffico su quelle reti, cinque punti sotto la media europea del 56%. Li mette in fila il rapporto «ItalIA 2030», diciottesima edizione dell’Osservatorio sulle reti e i servizi di nuova generazione dell’Istituto per la Competitività (I-Com), presentato ieri alla Camera dei Deputati e raccontato in dettaglio da Federica Meta su Corriere Comunicazioni.
La copertura che non dice tutto
Il primato infrastrutturale è reale, ma il rapporto stesso ne segnala il limite: le statistiche sulla copertura «non distinguono tra reti 5G standalone e non standalone», cioè tra il 5G con un core tutto suo e quello che resta agganciato al 4G. È lo stesso avvertimento che abbiamo fatto la settimana scorsa raccontando i 98 operatori Standalone contati dalla GSA: in Italia il core nativo è ancora una cosa da aziende, e il 99,8% misura la radio, non i servizi che quella radio potrebbe abilitare. Resta però un dato che poche grandi economie europee possono esibire, e che spiega perché gli operatori italiani, nel dibattito sul rinnovo delle frequenze, insistano tanto sugli impegni di copertura già onorati.
Il fisso racconta una storia simile. La copertura in fibra fino a casa (FTTP) è al 77,6% delle unità immobiliari, sopra la media europea del 74,1% e con 18 punti guadagnati in tre anni; nelle aree rurali però si ferma al 44,5%, contro il 62,6% europeo, e se si guarda all’insieme delle reti ad altissima capacità (VHCN) l’Italia, con lo stesso 77,6%, è quintultima nell’Unione contro una media dell’85,5%. Secondo le proiezioni I-Com il 100% di copertura FTTP nazionale è raggiungibile già nel 2028, ma nelle campagne, ai ritmi attuali, si andrebbe oltre il 2032. I dati Agcom ripresi nello studio dicono che a dicembre 2025 le linee fisse erano 25,53 milioni: 7,01 milioni in FTTH, in crescita del 19,6% in un anno, 8,32 milioni in FTTC, in calo dell’8,9%, e 2,68 milioni in FWA, in crescita del 13,2%.
Il collo di bottiglia sono i permessi
La parte del rapporto che gli operatori leggeranno con più attenzione è quella sulle autorizzazioni, perché qui i numeri non migliorano: peggiorano. Per le reti mobili, dopo il calo registrato tra il 2022 e il 2024, nel 2025 i tempi medi per ottenere i permessi sono tornati a salire, fino a circa 161 giorni, con differenze territoriali rilevanti e problemi nella gestione delle conferenze dei servizi e nel coordinamento tra amministrazioni. Sul fisso è anche peggio: i tempi medi presso Anas passano da 130 a 188 giorni, quelli di Autostrade per l’Italia da 250 a 459, quelli di Rete Ferroviaria Italiana da 95 a 188; a livello locale il riutilizzo dei cavidotti dell’illuminazione pubblica sale da 105 a 163 giorni e le autorizzazioni agli scavi da 92 a 136.
Sono cifre che danno sostanza a un’argomentazione che il settore ripete da mesi. Quando INWIT ha parlato dei dodicimila siti che ancora non ci sono e quando Cellnex ha contato i 7-8 mila siti da costruire, il problema evocato non erano i soldi ma i mesi: un’antenna che aspetta 161 giorni di carta è un’antenna che non trasmette. Il rapporto non assegna colpe, ma la curva che torna a salire proprio nell’anno in cui si discute di legare il rinnovo delle frequenze a nuovi obblighi di copertura è, di per sé, un argomento politico.
Dal DNA ai cavi sottomarini
I-Com dedica un approfondimento al Digital Networks Act, la riforma europea presentata il 21 gennaio, di cui ieri abbiamo raccontato la bozza del relatore Kobosko: passaporto unico europeo per le autorizzazioni, armonizzazione dello spettro, diritti d’uso delle frequenze a durata illimitata come principio generale e un percorso di spegnimento del rame entro il 2035. Lo studio richiama le valutazioni della Commissione sui freni al 5G europeo, dalla frammentazione delle assegnazioni alla durata insufficiente delle licenze, fino alla scarsa flessibilità d’uso e ai pochi incentivi alla condivisione: una lista che in Italia suona familiare.
C’è spazio anche per il cielo e per il mare. Il rapporto segue l’integrazione tra reti terrestri e non terrestri, dalle costellazioni in orbita bassa al direct-to-device, citando il programma europeo IRIS² e le sperimentazioni italiane sulla connettività ibrida. Sui cavi sottomarini, dove il Mediterraneo è sempre più centrale, i dati TeleGeography riportati nello studio contano nel 2026 una rete globale di 694 sistemi tra operativi e pianificati e 1.893 stazioni di approdo, con i progetti Unitirreno, GreenMed e Medusa come occasione per diversificare le rotte italiane. E c’è il Fondo Nazionale Connettività, 733,4 milioni di euro aggiudicati a FiberCop per oltre 477 mila civici, circa 700 mila unità immobiliari, da completare entro giugno 2030.
Quindicesimi, con un indice che sale
La sintesi di tutto sta nell’I-Com Ultrabroadband Index, che combina 22 indicatori, dieci sull’offerta di infrastrutture e dodici sulla domanda di servizi e tecnologie. L’Italia guadagna cinque punti in un anno, da 50 a 55, ma scivola dal quattordicesimo al quindicesimo posto tra i 27 Paesi dell’Unione, perché gli altri corrono più in fretta; in testa restano Danimarca con 71 punti, Paesi Bassi con 70 e Finlandia con 69. Scomponendo l’indice, l’offerta vale 67 punti e il tredicesimo posto, la domanda 45 punti e il sedicesimo. Le reti ci sono; l’uso che se ne fa, meno. Il presidente di I-Com, Stefano da Empoli, lo ha detto senza giri di parole: bisogna «puntare a un utilizzo delle tecnologie capace di generare incrementi misurabili di produttività e competitività», sostenendo le imprese più piccole con incentivi e voucher.
Il commento della redazione
Il 5G italiano ha un problema che molti Paesi europei vorrebbero avere: la rete è arrivata prima della domanda. Il 99,8% di copertura e il 98% sui 3,4-3,8 GHz sono il risultato di aste pagate care e di obblighi onorati, e vanno riconosciuti come tali. Ma un 5G che metà della popolazione non usa è anche un 5G che non ha ancora trovato un motivo per essere usato: con il core Standalone riservato alle aziende, senza slicing né servizi che si vedano dal telefono, per il cliente comune il salto dal 4G resta un’icona diversa in alto a sinistra. Il rapporto I-Com ha poi il merito di mettere accanto a quel 99,8% i 161 giorni di attesa per un permesso: se si vuole che la rete continui a crescere dove serve, nelle campagne della fibra e nelle città dove i siti mancano, la leva non è un’altra asta ma un timbro più veloce. È il terreno su cui il governo, che sul rinnovo delle frequenze promette certezze, potrebbe dare la risposta più concreta.
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