
Cinque satelliti nuovi, undici in tutto, e un segnale arrivato a terra da ciascuno di loro circa un’ora dopo la separazione dal razzo. Sateliot, l’operatore satellitare di Barcellona che i lettori di TLCworld conoscono bene, ha annunciato oggi il buon esito della missione Draconis, con cui porta a undici i satelliti lanciati dalla fondazione e fa un altro passo nel dispiegamento commerciale della sua rete 5G NTN per l’Internet delle cose. Il comunicato, diffuso il 2 ottobre dall’ufficio stampa dell’azienda, parla di «stato iniziale nominale» confermato per tutte e cinque le unità. Questa volta, però, la notizia non è il lancio in sé. È quello che cinque satelliti in più cambiano per chi usa questa rete, e quello che ancora non cambiano.
Il passaggio raddoppia, l’attesa si dimezza
Il punto tecnico è semplice e Sateliot lo mette nero su bianco: con l’ingresso delle cinque unità nella costellazione, il numero medio di passaggi giornalieri sopra una data area raddoppia e il tempo di rivisita, cioè l’intervallo fra un passaggio e il successivo, si dimezza. Per capire perché conta, bisogna ricordare come funziona questa rete. Sateliot ha messo in orbita la prima costellazione LEO basata sullo standard 3GPP, la Release 17 con le estensioni per le reti non terrestri, e la usa per far parlare dispositivi NB-IoT commerciali direttamente con il satellite. La copertura è intermittente per costruzione: il sensore sul campo aspetta che un satellite passi, gli consegna i dati, e il satellite li scarica a terra quando sorvola una stazione, con un sistema store-and-forward. Un contatore dell’acqua in alta montagna o un collare per il bestiame in una valle senza rete non hanno bisogno di una connessione continua, ma più passaggi ci sono, più spesso i dati arrivano. Raddoppiare i passaggi, per un servizio del genere, è esattamente la metrica che vale.
Le cinque unità orbitano a 510 chilometri, misurano 20 per 10 per 35 centimetri, pesano 10 chili e hanno una vita operativa prevista di cinque anni. Le ha costruite Alén Space, mentre Exolaunch si è occupata dell’integrazione sul vettore. Il comunicato non nomina il razzo, ma il manifesto del volo pubblicato da SpaceQ per la missione rideshare Transporter-18 di SpaceX, partita con un Falcon 9 da Vandenberg con la finestra del 1° ottobre, elenca cinque carichi Sateliot manifestati da Exolaunch, con separazione fra i 54 e i 59 minuti dopo il decollo. Il dettaglio torna con «circa un’ora» dichiarata dall’azienda per l’acquisizione del segnale.
Che cosa c’è di nuovo a bordo
Rispetto ai quattro satelliti lanciati nel 2024, i cinque di Draconis portano un carico utile ottimizzato e un sistema di archiviazione dati di bordo descritto come più affidabile ed efficiente, un dettaglio tutt’altro che secondario per una rete che vive proprio di immagazzinare e inoltrare. Sono aggiornati anche il computer centrale e il sistema di controllo d’assetto, che secondo l’azienda danno più stabilità e facilitano le manovre in orbita, e le memorie sono state rese più resistenti alle condizioni spaziali, in particolare alle radiazioni. Il conto torna: undici lanciati in totale, quattro nel 2024, cinque oggi, quindi due unità precedenti, le prime della serie.
Il modello di business non cambia: i satelliti lavorano come «torri di telecomunicazione nello spazio», estendendo la copertura degli operatori mobili attraverso accordi all’ingrosso, in modo che siano loro a vendere servizi IoT dove la rete terrestre non arriva. E il piano resta quello di una costellazione unica da oltre 500 satelliti che evolverà per generazioni tecnologiche, dall’IoT massivo a servizi a maggiore capacità e mission critical, incluse le capacità direct-to-device. La generazione successiva ha già un nome, Tritó, e una data, il 2027: saranno i satelliti con cui Sateliot intende passare dal NB-IoT al 5G NR D2D, cioè la voce e i dati verso lo smartphone, con applicazioni dichiaratamente dual use.
Jaume Sanpera, amministratore delegato e cofondatore, riassume così: «La missione Draconis riflette bene dove si trova oggi l’azienda. Abbiamo validato la tecnologia e ora stiamo aumentando capacità e regolarità del servizio per crescere insieme agli operatori mobili». L’obiettivo, aggiunge, è «rendere la connettività satellitare un’estensione naturale delle loro reti ovunque la copertura terrestre non arrivi» e, «usando questa stessa infrastruttura basata su standard e interoperabile, evolvere verso servizi sempre più critici e resilienti». Chiude con la frase che a Bruxelles piace: «Stiamo costruendo un’infrastruttura europea di telecomunicazioni basata su tecnologia propria, costruita sullo standard 3GPP e con ambizione globale».
Il filo che porta a IRIS²
Quella frase non è messa lì a caso. Due settimane fa abbiamo raccontato come l’ESA abbia scelto Sateliot per lo strato Low-LEO di IRIS², con il progetto RESCUE-NET dedicato a studiare direct-to-device e IoT sicuro per gli utenti governativi europei. E un anno e mezzo fa avevamo seguito l’ingresso del governo spagnolo con 13,8 milioni di euro, quando i satelliti in orbita erano due e la fase commerciale doveva ancora cominciare. Draconis è il tassello operativo di quel percorso: una costellazione che vuole essere presa sul serio come infrastruttura sovrana deve prima dimostrare di saper crescere a ritmo regolare, e cinque unità in un colpo solo sono il segnale più concreto dato finora.
Il nostro commento
La parte che ci convince è il realismo. Sateliot non promette la videochiamata dal satellite, non promette il 5G ovunque, promette che un sensore riceverà la visita di un satellite due volte più spesso di ieri. È un progresso misurabile su una tecnologia già validata, costruita sullo standard che gli operatori conoscono, e venduta attraverso di loro invece che contro di loro. In un mercato in cui SpaceX accumula spettro e rinvia al 2028 il suo 5G dal cielo, un europeo che cresce di cinque satelliti alla volta sembra piccolo. Ma il NB-IoT via satellite è un mercato dove undici satelliti con rivisita dimezzata sono già un prodotto vendibile, e dove la clientela, cioè gli operatori mobili, preferisce un fornitore che non abbia l’ambizione di sostituirla.
La parte che resta da vedere è la stessa di sempre. Il comunicato non dice quanti operatori hanno già firmato accordi all’ingrosso, quanti dispositivi sono connessi oggi né quale sia il calendario dei prossimi lanci verso i «più di 500» satelliti del piano. E il salto a Tritó nel 2027, dal NB-IoT al 5G NR direct-to-device, è un cambio di categoria, non un aggiornamento: più potenza, più spettro, più complessità, con una concorrenza che nel frattempo ha nomi come AST SpaceMobile e Starlink. Per adesso Draconis fa quello che un buon lancio deve fare: dimostra che l’azienda consegna quello che annuncia, nei tempi che annuncia. Per il resto, la data sul calendario è il 2027, e la segniamo.
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