
Quando a fine luglio AT&T ha chiuso l’assegno da 23 miliardi di dollari per lo spettro di EchoStar, la domanda naturale era: e adesso, cosa ne fai? La risposta è arrivata a stretto giro, ed è di quelle concrete: come riporta Mobile World Live, l’operatore di Dallas ha scelto Ericsson per fornire le radio dual-band con cui accendere i 600 MHz appena comprati, su scala nazionale. Le frequenze che dovevano far volare il quarto operatore americano — il sogno 5G di Charlie Ergen, finito come sappiamo tra i banchi dei tribunali fallimentari — cominciano così la loro seconda vita, montate sui tralicci di uno dei tre colossi che quel quarto operatore avrebbe dovuto impensierire.
Per capire perché AT&T abbia fretta di mettere al lavoro proprio i 600 MHz conviene ripassare la fisica delle onde radio. Più la frequenza è bassa, più il segnale viaggia lontano e attraversa i muri: una cella a 600 MHz copre chilometri di campagna e arriva fin dentro cantine e ascensori, dove le bande alte del 5G si arrendono al primo solaio. È lo spettro perfetto per i due punti deboli storici di ogni rete americana: le aree rurali sterminate e gli interni degli edifici. Non a caso T-Mobile ha costruito proprio sui 600 MHz lo strato di copertura che le ha dato anni di vantaggio nel 5G: ora AT&T, che di banda bassa “nuova” era rimasta a corto, si è comprata la sua risposta al completo — e con l’approvazione federale definitiva arrivata a luglio, non c’è più niente che la trattenga.
C’è anche una bella ironia della storia, in questi 600 MHz. Sono le frequenze liberate dalle televisioni americane con la grande asta “a incentivo” del 2017, quando le emittenti accettarono di spostarsi o spegnersi in cambio di una fetta del ricavato: Dish vi investì miliardi promettendo che sarebbero diventate l’ossatura di una rete nuova di zecca, e per quasi un decennio la FCC le ha rinfacciato di tenerle in gran parte inutilizzate, agitando periodicamente lo spettro — è il caso di dirlo — della revoca delle licenze. Quelle stesse onde che dovevano portare il quarto operatore nelle case americane ci arriveranno davvero, ma con il logo di AT&T: la concorrenza immaginata dai regolatori si è trasformata, asta dopo asta e bancarotta dopo bancarotta, in consolidamento.
Cosa montano in cima ai tralicci
Il contratto con Ericsson — assegnato, tiene a precisare AT&T, con una gara aperta e competitiva — riguarda radio dual-band capaci di servire i 600 MHz insieme alle altre frequenze basse già in casa. La novità tecnica più interessante sta in una sigla: 8RX, cioè otto catene di ricezione sull’antenna. Tradotto: la rete diventa molto più brava ad ascoltare i telefoni, non solo a parlare. È una scelta rivelatrice, perché il collo di bottiglia delle reti moderne è sempre più l’uplink — i video caricati sui social, le videochiamate, e in prospettiva le applicazioni AI che dialogano in tempo reale — e portare per la prima volta l’8RX sulla banda bassa significa dare più voce proprio ai telefoni più lontani dalla torre, quelli che oggi faticano a farsi sentire.
Il rollout dei 600 MHz si innesta in una modernizzazione della rete che AT&T dichiara completata per oltre il 60%, in collaborazione proprio con Ericsson sul fronte open RAN — la stessa architettura aperta che il fornitore svedese sta cavalcando da Tokyo a Dallas. E i numeri che l’operatore attribuisce alle aree già ammodernate spiegano perché non abbia intenzione di rallentare: velocità medie fino a raddoppiate, il 10% in meno di chiamate cadute o bloccate, il 70% in meno di episodi di rete lenta, e — standardizzando gli apparati in cima ai tralicci — un taglio fino all’80% delle interferenze in uplink. Sui tempi, invece, bocche cucite: date e disponibilità commerciale dei 600 MHz «saranno comunicate più avanti», mentre i 3,45 GHz, l’altra metà del bottino EchoStar, sono già in campo dall’anno scorso grazie a un affitto-ponte dello spettro firmato in attesa del via libera.
Il commento della redazione
A noi questa storia sembra il capitolo più istruttivo dell’intera saga EchoStar, perché mostra con precisione chirurgica come si smonta un impero e come si ricicla. Dieci giorni fa raccontavamo l’assegno; oggi le stesse frequenze che per anni sono rimaste in gran parte a prendere polvere — il grande rimprovero che la FCC muoveva a Ergen — hanno un fornitore, una tecnologia e un posto preciso nel piano industriale di AT&T. C’è qualcosa di amaro nel constatare che lo spettro pensato per creare concorrenza finirà per rafforzare uno degli incumbent, ed è la ragione per cui più di un osservatore americano storce il naso sull’intera operazione. Ma c’è anche la lezione opposta: le frequenze non servono a nulla in cassaforte, servono accese. E per una volta il beneficio è di quelli tangibili anche per chi non legge le trimestrali: più tacche in campagna e dentro i palazzi, uplink più robusto, una rete che ascolta meglio. Se il 5G americano ha un difetto storico, è di essere stato raccontato per le velocità di punta nei centri città; la partita vera, negli Stati Uniti come in Italia, si gioca sulla copertura di chi abita lontano dalle antenne. I 600 MHz servono esattamente a quello — e stavolta, almeno, qualcuno li usa. Il parallelo italiano, del resto, è servito: anche da noi la banda regina della copertura, i 700 MHz, è arrivata al mobile strappandola alle televisioni, e anche da noi il suo valore vero si misura nelle valli e nei condomini, non negli speed test in piazza Duomo. Con le frequenze italiane appena rinnovate fino al 2037, la lezione americana vale doppio: lo spettro basso è un bene troppo raro per lasciarlo dormire.