
Quasi tre anni fa AT&T affidò a Ericsson un contratto da 14 miliardi di dollari e lo chiamò «open RAN». Il nome prometteva una rete di accesso radio costruita con interfacce standard, in cui apparati di fornitori diversi si parlano; la sostanza era che Ericsson, oltre ai due terzi di siti che già serviva, avrebbe preso anche il terzo rimasto a Nokia. Oggi, scrive stamattina Iain Morris su Light Reading, un paragrafo di Ericsson sull’architettura del 6G rende quella scelta ancora più scomoda: nelle reti del 2030 il multivendor, per il fornitore svedese, continuerà a funzionare come oggi, cioè dividendo il Paese in zone, una per fornitore. E AT&T le zone le ha appena eliminate.
Il paragrafo che pesa
Il testo è sul sito di Ericsson, nella sezione sulle tecnologie future, e lo abbiamo letto. Ericsson scrive di considerare tutte le interfacce interne alla RAN come «potenziali interfacce multivendor», per le quali «dobbiamo essere conformi ed essere pronti a fare test di interoperabilità, almeno con prestazioni e funzioni di base o limitate». Poi la frase che conta: «Ci si aspetta tuttavia che il modello principale di dispiegamento per la RAN multivendor continui a essere per aree geografiche di fornitore RAN, usando un’interfaccia interoperabile di mobilità fra aree RAN». Tradotto: l’operatore che vuole due fornitori continuerà a dare una regione all’uno e una all’altro, e l’unica interfaccia che deve funzionare davvero bene è quella che gestisce l’handover al confine fra i due feudi. Nella stessa pagina Ericsson aggiunge che il 6G dovrà essere una tecnologia radio autonoma, Standalone, e che una connettività simultanea 5G e 6G sul modello del 5G Non Standalone «non dovrebbe essere standardizzata», perché ritarderebbe il 6G vero. È la posizione che abbiamo visto in discussione al 3GPP a Madrid.
Dalla torta ai feudi
Nel febbraio 2024, poche settimane dopo l’annuncio del contratto con AT&T, Fredrik Jejdling, allora capo del business reti di Ericsson, aveva descritto un futuro diverso, ricorda Morris: «Il settore è stato caratterizzato da divisioni geografiche verticalmente integrate e crediamo che quel paradigma sia finito con questo cambiamento». La rete, nella sua visione, sarebbe diventata una torta a strati, con ogni strato della RAN, software di banda base, radio, server, potenzialmente da un fornitore diverso, ed Ericsson avrebbe dovuto essere competitiva in ciascuno. Jejdling ha lasciato l’incarico circa un anno dopo e la strategia, osserva Light Reading, sembra andata via con lui.
Il mercato, del resto, non è andato in quella direzione. Fuori da AT&T i primi entusiasti dell’open RAN non sono riusciti a portare reti 5G multivendor in esercizio commerciale, e i cinque grandi fornitori, Huawei, Ericsson, Nokia, ZTE e Samsung, controllano ancora il 95% del mercato RAN secondo Omdia, un dato che avevamo raccontato a settembre. Ericsson, nota Morris, ha prodotti compatibili con le specifiche open RAN, ma non ha mai commercializzato una banda base pensata per collegarsi via interfaccia aperta a una radio Massive MIMO di terzi: il processore 6672 non arriva a tanto, e a giugno Gabriel Foglander, responsabile della strategia RAN, confermava che un nuovo prodotto di RAN compute «è ancora nella roadmap». Le nuove radio Massive MIMO di Ericsson supportano invece l’interfaccia open fronthaul di categoria B con ULPI, il miglioramento dell’uplink: «Ogni nuova radio che facciamo uscire deve esserne capace, perché così stiamo seminando il mercato», dice Foglander. Ma la variante scelta da Ericsson mette l’equalizzatore, la funzione che combatte l’interferenza, dentro l’unità radio, mentre le specifiche open RAN la vogliono nella banda base, e alcune telco preferiscono l’altra strada.
Chi oggi volesse abbinare il software di banda base Ericsson a radio Massive MIMO di altri dovrebbe passare dai prodotti Cloud RAN del fornitore. Che in AT&T, a giugno, erano fermi a 21 siti in due città. Il motivo lo spiega ancora Foglander: «Il boom dell’industria dell’AI e l’impatto sui prezzi delle memorie non rendono facile centrare il giusto costo totale» sui server generici rispetto ai chip su misura.
Il problema per AT&T
Morris è attento a non ridurre la storia a un fornitore che frena la concorrenza: anche Tommi Uitto, fino a fine 2025 a capo delle reti mobili di Nokia, ammetteva che abbinare banda base e radio di fornitori diversi nel Massive MIMO resta difficile pure con le interfacce aperte, e fuori da Ericsson gli esempi commerciali sono quasi nulli. Nel 6G sarà più difficile ancora: le bande nuove, dai 6 GHz in su, coprono meno e penetrano peggio, e per compensare i fornitori puntano su Massive MIMO ancora più complessi. In più molti operatori vogliono introdurre il 6G sulle radio 5G esistenti con un aggiornamento software, e i grandi fornitori non mostrano alcun interesse per un’interfaccia che permetta di usare fornitori diversi per 5G e 6G.
Il punto è che AT&T si è messa da sola nell’angolo. «Ha rimosso gran parte di Nokia, quindi una divisione regionale è sostanzialmente fuori discussione, e il suo piano multivendor dipende da radio di terzi che si collegano a una base guidata da Ericsson, l’assetto che Ericsson stessa descrive come a prestazioni e funzioni di base o limitate», dice ad esempio Alok Tripathi, analista indipendente ed ex Huawei, citato da Light Reading. L’interfaccia di mobilità fra aree che Ericsson promette serve ai confini fra feudi; nella rete di AT&T, dove Nokia a fine 2025 era presente in meno del 16% dei siti secondo i dati Ookla, di confini non ne resteranno. I fornitori alternativi annunciati, 1Finity, Amphenol, Corning, sono per le small cell, non per i siti macro; Mavenir ha lasciato l’hardware l’anno scorso.
Il commento della redazione
La pagina di Ericsson non dice nulla di scandaloso: descrive come il mercato funziona davvero, e lo fa con un’onestà che le presentazioni del 2024 non avevano. Il feudo geografico è il modo classico con cui gli operatori hanno tenuto a bada la dipendenza da un fornitore, e a leggere Ericsson resterà così anche nel 6G. La notizia è che a dirlo per iscritto è il fornitore che tre anni fa aveva venduto l’idea opposta per chiudere un contratto da 14 miliardi di dollari con un solo fornitore.
Per AT&T il problema è reale ma non immediato: finché la reputazione di Ericsson nella RAN resta quella che Morris descrive come ripristinata sotto Ekholm, un matrimonio esclusivo fino agli anni Trenta può anche convenire. Il rischio si vede se qualcosa va storto, nei prezzi o nella tecnologia, perché a quel punto l’alternativa non è cambiare regione ma rifare la rete. La lezione, per chi legge le nostre pagine, è che il vecchio metodo delle aree era meno elegante delle torte a strati, ma funziona. Il 6G, a quanto pare, lo confermerà.
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