
Scendi dall’aereo a Mumbai, accendi il telefono e la rete che ti accoglie non è più un 4G travestito da 5G, ma un 5G vero, con la sua core di nuova generazione, come quello che avevi a casa. È la promessa che T-Mobile US e Reliance Jio hanno messo nero su bianco il 21 settembre, rivendicando «la prima connessione di roaming 5G Standalone al mondo», resa possibile dalla piattaforma di interconnessione di Syniverse. Il comunicato usa parole grosse, «storia del wireless», ma la sostanza tecnica c’è, e vale la pena capire perché per arrivarci ci siano voluti sei anni dal primo 5G standalone commerciale.
Perché il roaming standalone è un problema a sé
Quando il 5G è arrivato nella versione non standalone, il roaming non è cambiato: il telefono si agganciava alla rete straniera attraverso la core 4G, con i protocolli di segnalazione di sempre, e il 5G era poco più di una portante in più. Con lo standalone la core è tutta nuova, costruita su interfacce web e servizi, e per far parlare tra loro due core di operatori diversi il 3GPP ha introdotto un componente apposta, il SEPP, il proxy di protezione al bordo della rete che cifra e controlla tutta la segnalazione che attraversa il confine. Ogni coppia di operatori deve quindi mettere in piedi una connessione sicura fra i rispettivi SEPP, gestire certificati e differenze fra i fornitori delle core, e farlo per ciascun partner di roaming. È qui che entrano gli intermediari come Syniverse: il suo Chief Product Officer John Wick parla di «capacità SEPP sviluppate in casa» e di «interworking sicuro e mediazione avanzata» per rendere il roaming di nuova generazione «commercialmente praticabile su scala globale», con la promessa di accompagnare gli operatori «dalla validazione alla produzione man mano che se ne aggiungono altri».
Che cosa è nuovo, e che cosa no
Il «primo al mondo» va maneggiato con cura, e T-Mobile stessa lo precisa. Per amor di precisione: quel programma del 2023 era già stato presentato come «prima soluzione di roaming 5G SA al mondo», ma in fase di test; oggi il primato rivendicato è quello del servizio in esercizio. Un portavoce ha detto a Mobile World Live che il servizio è attivo e che, mentre in passato ci sono state prove di concetto e sperimentazioni di roaming 5G SA, quella con Jio è la prima su rete viva. È una distinzione onesta, perché di prove ce ne sono state, e proprio in casa T-Mobile. Nel febbraio 2023 Deutsche Telekom Global Carrier, Sunrise e AIS Thailandia avevano completato la prima connessione intercontinentale di roaming 5G SA fra Europa e Sud-est asiatico, ma «in ambiente di laboratorio con SIM e dispositivi reali». Nell’ottobre dello stesso anno T-Mobile US e la casa madre Deutsche Telekom avevano annunciato un programma di prova tecnica per i partner, basato su un SEPP ospitato dal carrier tedesco, riconoscendo che «la complessità introdotta dal roaming 5G SA e le diverse implementazioni dei fornitori» rendevano necessaria una funzione di mediazione. Tre anni dopo, l’annuncio con Jio dice che quella mediazione ha smesso di essere un esperimento.
Le ragioni per cui l’accoppiata è proprio questa le suggeriscono le date. Ankur Kapoor, Chief Network Officer di T-Mobile, ricorda che «abbiamo iniziato questo percorso nel 2020, gettando le basi per un futuro 5G Standalone», e Mobile World Live nota che anche Jio ha cominciato le prove del 5G SA nel 2020, con apparati sviluppati in India. Sono due degli operatori che hanno puntato sullo standalone prima e più di chiunque altro, e per il roaming SA servono due reti SA da entrambe le parti: non basta che una sola sia pronta. Il comunicato promette ai clienti T-Mobile in viaggio «velocità più alte, latenza più bassa e connessioni più affidabili», e apre a «IoT, comunicazioni in tempo reale e tecnologie immersive». Mark Yarkosky, che per Jio guida rete internazionale e partnership, alza l’asticella: «È molto più del semplice roaming», dice, perché mette le basi per «una nuova generazione di capacità e servizi tra reti», dai servizi differenziati per consumatori e imprese a quelli «abilitati dall’AI».
Il commento della redazione
Ci sembra una notizia più importante di quanto il suo formato da comunicato lasci intendere, per una ragione semplice: il roaming è sempre stato il punto in cui le promesse del 5G standalone si fermavano al confine. Slice di rete, latenza garantita, servizi per le imprese: tutto vale finché il telefono sta sulla rete di casa, e svanisce all’atterraggio. Che due operatori con reti SA mature e un intermediario abbiano chiuso il cerchio su una rete viva significa che il pezzo mancante esiste e funziona, e che il resto è questione di accordi bilaterali, non di tecnologia.
Da qui la parte che ci riguarda. Se il roaming 5G SA richiede una core standalone da entrambe le parti, un Paese dove la commercializzazione dello standalone è ancora, per usare le parole che Luke Kehoe di Ookla ci disse nella nostra intervista sulle reti italiane, «iniziata, ma non su scala di massa», resterà per definizione fuori dal giro, sia per i suoi clienti all’estero sia per i visitatori che arrivano con un 5G vero in tasca. Nel Regno Unito VodafoneThree ha appena acceso la core 5G di Ericsson su cui poggiano le sue quattro slice; l’India, come racconta il piano satellitare di Jio, si muove su tutti i fronti. La domanda per gli operatori italiani non è se il roaming SA arriverà, ma da che parte del confine si troveranno quando arriverà. E resta una cosa che vorremmo sapere, perché il comunicato non la dice: quanti clienti, con quali telefoni e con quali piani, stanno davvero usando quel roaming oggi.