
C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui le small cell erano il futuro annunciato delle reti mobili. Piccole scatole discrete appese ai lampioni, incassate nelle pensiline degli autobus, nascoste nei centri commerciali: l’idea era che il 5G, con le sue frequenze alte e capricciose, avrebbe avuto bisogno di migliaia di questi mini-ripetitori per funzionare davvero nelle città. E Qualcomm, il gigante di San Diego che ha messo un chip in praticamente ogni smartphone del pianeta, voleva essere il motore silenzioso di quella rivoluzione. Otto anni dopo, la rivoluzione può attendere: come ha rivelato Light Reading, Qualcomm si sta ritirando in punta di piedi dal business dei chip per small cell. Niente comunicati trionfali, niente conferenze stampa: solo una porta che si chiude, mentre un’altra — molto più grande e molto più redditizia — si spalanca sul mondo dei data center, dell’intelligenza artificiale e del futuro 6G.
Una retromarcia silenziosa
I dettagli emersi raccontano una dismissione ordinata ma inequivocabile. Secondo quanto riportato da Light Reading, Qualcomm ha smesso di vendere le sue piattaforme FSM100 e FSM200 — i “cervelli” pensati per le small cell e le radio remote 5G — ai nuovi clienti già dalla fine del 2025. Chi le usa oggi continuerà a ricevere supporto, ma all’orizzonte c’è un solo ulteriore aggiornamento software pianificato, dopodiché il sipario calerà definitivamente. Nel frattempo, diverse figure chiave del team small cell avrebbero già lasciato l’azienda.
È il classico “end of life” gestito con discrezione, quello che nel settore si riserva ai prodotti che non hanno mantenuto le promesse commerciali. E fa un certo effetto, perché stiamo parlando dell’azienda che quel mercato lo aveva praticamente inventato, almeno sul fronte del silicio.
Per chi non mastica quotidianamente gergo da radioingegneri: le small cell sono stazioni base in miniatura, con potenza e raggio d’azione ridotti rispetto alle grandi antenne sui tralicci. Servono a “densificare” la rete là dove il traffico si concentra — una piazza affollata, una stazione ferroviaria, un ufficio — e sono considerate indispensabili per sfruttare le frequenze più alte, quelle che portano tanta capacità ma si fermano al primo muro. Dentro ognuna di queste scatolette serve un system-on-chip che faccia il lavoro sporco di modem, elaborazione del segnale e gestione della radio: è esattamente il pezzo che Qualcomm produceva con la famiglia FSM, e che ora esce dal listino.
Otto anni di promesse: la parabola delle piattaforme FSM
Per capire la portata della decisione bisogna riavvolgere il nastro. Nel maggio 2018 Qualcomm presentava la FSM100xx, la prima soluzione 5G NR al mondo dedicata a small cell e remote radio head: processo produttivo a 10 nanometri, supporto sia alle frequenze sub-6 GHz sia alle onde millimetriche, alimentazione Power over Ethernet per semplificare le installazioni. Pochi mesi dopo arrivava la partnership con Samsung per svilupparci sopra small cell commerciali, e a inizio 2019 il colpo grosso: Rakuten sceglieva le piattaforme FSM di Qualcomm come mattone fondamentale della sua nuova rete mobile giapponese, la prima al mondo nativamente virtualizzata.
Nel giugno 2021 la seconda generazione: la FSM200xx, prima piattaforma Open RAN per small cell conforme alla Release 16 del 3GPP, prodotta con il processo a 4 nanometri di Samsung e capace di spingersi fino a 8 Gbps sulle onde millimetriche. Attorno a quei chip è cresciuto un piccolo ecosistema: Airspan ci ha costruito la prima small cell CBRS 5G standalone approvata dalla FCC per le reti americane, Sercomm li ha portati nelle fabbriche di Taiwan per l’automazione industriale, Rakuten li ha voluti anche nelle radio Massive MIMO sviluppate con la sua costola Symphony.
Il problema è che l’onda che tutti aspettavano non è mai davvero arrivata. Il mercato delle small cell è rimasto una nicchia rispetto alle previsioni roboanti di fine anni Dieci: la densificazione urbana spinta dalle onde millimetriche si è rivelata un miraggio fuori dagli Stati Uniti (e in gran parte anche lì), i progetti si sono concentrati su casi specifici come stadi, porti e aeroporti, e alcuni protagonisti del settore ne sono usciti con le ossa rotte — Airspan, per dirne una, è passata attraverso una ristrutturazione fallimentare nel 2024. Ci sono eccezioni virtuose, come i progetti di densificazione urbana in stile EE a Westminster, con le small cell sui lampioni storici di Londra, ma parliamo appunto di eccezioni, non della regola che avrebbe dovuto giustificare intere linee di prodotto.
Il richiamo irresistibile dei data center
Se le small cell sono il passato che non è mai decollato, il futuro di Qualcomm ha la forma di un rack raffreddato a liquido. Nell’ottobre 2025 l’azienda ha annunciato AI200 e AI250, acceleratori per l’inferenza AI nei data center costruiti attorno alla stessa NPU Hexagon che da anni equipaggia gli Snapdragon dei nostri telefoni, ma “gonfiata” a dimensioni da sala macchine. La strategia è dichiaratamente anti-Nvidia: invece della costosissima memoria HBM, Qualcomm punta su 768 GB di LPDDR per scheda — la memoria dei cellulari, più lenta ma molto più economica e capiente — promettendo il miglior rapporto prestazioni-per-dollaro-per-watt del mercato. L’AI200 arriverà nel corso del 2026, l’AI250 nel 2027, e il primo grande cliente c’è già: la saudita Humain ha prenotato 200 megawatt di rack Qualcomm a partire da quest’anno.
Vista da questa prospettiva, la scelta di abbandonare le small cell diventa quasi banale contabilità: da una parte un mercato che vale qualche centinaio di milioni di dollari e cresce poco, dall’altra la corsa all’oro dell’inferenza AI, dove ogni punto percentuale strappato a Nvidia vale miliardi. Per un’azienda che naviga già in acque complicate tra dazi, geopolitica dei semiconduttori e una dipendenza crescente dai clienti cinesi sul fronte smartphone, la direzione è obbligata.
Il 6G come rivincita: i “telco server” e la sfida dell’AI-RAN
Attenzione, però: ritirarsi dalle small cell non significa ritirarsi dalle reti. Anzi. Il pezzo più interessante della storia raccontata da Light Reading riguarda proprio quello che Qualcomm ha in mente per il 6G: dei “telco server integrati di classe 6G” che combinerebbero CPU proprietarie su architettura Arm e NPU Hexagon per portare l’intelligenza artificiale direttamente dentro la rete di accesso radio. In altre parole, Qualcomm non vuole più fare i chip delle piccole antenne: vuole fare i computer che governeranno le stazioni base del futuro, dove la stessa piattaforma hardware gestirà in un colpo solo il segnale radio e i carichi di lavoro AI.
È la visione dell’AI-RAN, la rete d’accesso “nativamente intelligente” che il settore ha eletto a pilastro del 6G — quello stesso 6G che secondo Qualcomm sarà un sistema AI-native fondato su connettività, sensing su larga scala e calcolo ad alte prestazioni, con i primi sistemi commerciali attesi dal 2029. Ed è esattamente il terreno su cui si sta posizionando anche Nvidia, che non a caso ha investito un miliardo di dollari in Nokia per spingere le sue piattaforme di calcolo dentro le reti radio. La partita delle small cell si chiude, insomma, ma solo perché se ne apre una molto più grossa: chi metterà il proprio silicio nel cuore delle stazioni base 6G si giocherà un mercato che vale ordini di grandezza in più. In Europa, intanto, i primi assaggi di 6G passano da esperimenti come quello di Orange e Nokia sulla banda a 6 GHz, dove si iniziano a testare le frequenze che ospiteranno la prossima generazione.
Il nostro commento
Da parte nostra, questa notizia merita due letture. La prima è una constatazione un po’ malinconica: l’uscita di scena di Qualcomm certifica ufficialmente che la grande stagione delle small cell, quella sognata quando il 5G era ancora sulla carta, non si è mai materializzata. Le città tappezzate di microcelle a onde millimetriche sono rimaste nei rendering delle conferenze, e chi ci aveva scommesso — costruttori, startup del silicio, operatori — ha dovuto ridimensionare le ambizioni. Rimane un mercato di nicchia presidiato da specialisti come Picocom ed EdgeQ, che paradossalmente potrebbero beneficiare del vuoto lasciato dal gigante.
La seconda lettura è più intrigante: Qualcomm sta facendo quello che ogni azienda tecnologica sana dovrebbe fare, cioè seguire il valore invece di difendere il passato. La convergenza tra reti e intelligenza artificiale non è uno slogan: se davvero il 6G nascerà AI-native, il confine tra “chip per stazioni base” e “chip per data center” è destinato a dissolversi, e chi controlla entrambi i mondi parte avvantaggiato. La vera domanda è se gli operatori, già provati dagli investimenti 5G che faticano a rientrare, avranno voglia e capitali per comprare i server intelligenti che Qualcomm e Nvidia stanno preparando per loro. Perché i chip cambiano, ma il ritornello del settore è sempre lo stesso: la tecnologia corre, i ricavi arrancano. E il 2029 è dietro l’angolo.