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Rete Mobile

Il clima costa alle reti mobili 1,7 miliardi l’anno, e nel 2050 saranno più di 3

Simone Kasprzyk
Ultimo aggiornamento: 04/11/2026
Simone Kasprzyk
9 Minuti di lettura
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Clima e reti mobili: una valle allagata dopo una tempesta all'alba, con alberi abbattuti e un alto traliccio di telecomunicazioni intatto sulla collina in lontananza

Un miliardo e settecento milioni di dollari l’anno. È quanto costano già oggi agli operatori mobili del mondo le tempeste e le alluvioni, solo in riparazione e sostituzione degli apparati nei siti radio. Ed è una cifra destinata quasi a raddoppiare: oltre 3 miliardi di dollari l’anno entro il 2050, nelle condizioni climatiche previste per la metà del secolo. Lo dice la GSMA, l’associazione che riunisce gli operatori mobili, nel rapporto Futureproofing Connectivity: Climate Risk and Resilience in Telecommunications, pubblicato il 3 novembre insieme a un documento di cinque principi di policy per la resilienza delle reti mobili, e ripreso in Italia da Corriere Comunicazioni.

Contents
I numeri, e quello che non contanoIl punto debole non è l’antenna, è la presa di correnteCinque principi per i governiIl commento della redazione

I numeri, e quello che non contano

Il grosso del conto lo fanno le tempeste: circa un miliardo di dollari l’anno oggi, che da sole potrebbero arrivare a 2,4 miliardi nel 2050. Il rapporto è esplicito nel dire che si tratta di stime prudenziali. Nel calcolo entrano soltanto i danni fisici ai siti della rete mobile; restano fuori le reti fisse, gli incendi e le ondate di calore, e soprattutto tutti i costi indiretti di un’interruzione: i ricavi persi, le spese per ripristinare il servizio, l’energia in più consumata durante le emergenze e i premi assicurativi che salgono. In altre parole, i 3 miliardi sono il pavimento, non il soffitto. La pagina del rapporto riassume lo stesso concetto con una percentuale: entro metà secolo il costo del cambiamento climatico per gli operatori dovrebbe crescere dell’80%.

Accanto ai dollari ci sono le persone. Analizzando più di cinquanta Paesi, la GSMA ha contato che tra il 2022 e il 2024 le grandi tempeste e le alluvioni hanno coinciso in media con circa 150 interruzioni delle telecomunicazioni all’anno, che hanno toccato direttamente poco meno di 215 milioni di utenti ogni anno. Sono numeri che danno una misura concreta di un fenomeno che ciascuno di noi conosce per episodi: la rete che sparisce proprio quando serve di più, nelle ore in cui i soccorsi devono coordinarsi e la popolazione deve ricevere avvisi.

Il punto debole non è l’antenna, è la presa di corrente

La parte più interessante del rapporto è quella che sposta lo sguardo dall’apparato radio a ciò che gli sta intorno. La GSMA individua nella fornitura elettrica «una vulnerabilità sistemica di primo piano»: durante gli eventi estremi i servizi mobili si interrompono molto più spesso per la caduta della rete elettrica che per un danno diretto agli apparati di telecomunicazione. Una stazione radio base perfettamente integra, senza corrente, è un palo. E la corrente dipende da una catena che l’operatore non controlla: la rete di distribuzione, le strade per raggiungere il sito, il carburante per i generatori di emergenza. Il rapporto parla esplicitamente di interdipendenze tra telecomunicazioni, energia, trasporti e approvvigionamento di combustibile, e invita a valutare le misure di continuità, batterie di riserva, ridondanza dei collegamenti, roaming di emergenza, dentro la pianificazione complessiva dell’infrastruttura, tenendo conto degli effetti a catena sui tempi di ripristino.

Il quadro regolatorio, aggiunge la GSMA, non aiuta: gli operatori si trovano davanti a obblighi che si sovrappongono, tra norme telecom, regole sulle infrastrutture critiche, protezione civile e rendicontazione climatica. Da qui la richiesta che accompagna lo studio.

Cinque principi per i governi

Il documento di policy pubblicato insieme al rapporto si rivolge a governi e regolatori e mette in fila cinque priorità. La prima è evitare regole prescrittive e puntare su obiettivi di risultato: la norma deve dire quale resilienza ottenere, non quale tecnologia installare, così che ogni operatore possa investire nelle soluzioni più adatte ai rischi del proprio territorio. La seconda è la resilienza fin dalla progettazione, con la libertà di scegliere le tecnologie e di mettere in conto i rischi climatici futuri già nella pianificazione degli investimenti. La terza chiede che le autorità consultino gli operatori per tempo e tengano conto di costi e tempi reali, evitando requisiti sovrapposti o in conflitto. La quarta è la cooperazione tra settori: la resilienza, dice la GSMA, è una responsabilità condivisa tra operatori, governi, servizi di emergenza e fornitori di energia, prima, durante e dopo gli eventi. La quinta riguarda la fiducia: responsabilità chiare, comunicazione efficace verso il pubblico e accesso garantito ai servizi essenziali durante le emergenze, con attenzione agli utenti più fragili.

C’è anche un passaggio che riguarda i soldi. Quando gli obblighi imposti dalle autorità superano quello che gli operatori farebbero in base alla propria valutazione dei rischi, la GSMA chiede ai governi di considerare incentivi, finanziamenti dedicati o meccanismi di recupero dei costi. «La connettività mobile è un’infrastruttura essenziale», sintetizza John Giusti, Chief Regulatory Officer dell’associazione. «Gli operatori continuano a fare investimenti enormi nella resilienza, mentre le minacce diventano più complesse e interconnesse. Il maltempo estremo costa già al settore miliardi di dollari, e quei costi sono destinati a salire in modo sostanziale. Costruire resilienza richiederà uno sforzo coordinato tra operatori, governi e l’intero ecosistema».

Il commento della redazione

Il rapporto ha due anime e conviene tenerle distinte. La prima è una misura, e come misura è utile: mettere un numero sul costo del clima per le reti mobili, e dire che è un numero per difetto, serve a chi deve decidere dove mettere i generatori e quante ore di batteria pretendere da un sito. La seconda anima è una richiesta politica, e va letta per quello che è: l’associazione degli operatori chiede regole leggere, basate sui risultati, e soldi pubblici quando le prescrizioni vanno oltre quello che gli operatori farebbero da soli. Non è una posizione scandalosa, ma è una posizione di parte, e i cinque principi sono scritti da chi quelle regole le dovrà rispettare.

Detto questo, la tesi di fondo ci convince, e l’abbiamo vista confermata dalla cronaca di queste settimane. Quando Orange è rimasta al buio per nove ore il 21 ottobre, il problema non erano le antenne; quando Optus ha lasciato senza chiamate d’emergenza i suoi clienti australiani, il regolatore ha chiesto conto di procedure, non di tralicci. La resilienza di una rete mobile si gioca sempre più fuori dalla rete mobile: nella rete elettrica, nel carburante, nei protocolli con la protezione civile. È lo stesso ragionamento che la GSMA aveva avviato sul versante delle emissioni con il Mobile Net Zero 2026, dove 54 operatori su quelli che rendicontano avevano già indicato almeno un rischio climatico nelle proprie attività, con le alluvioni in testa. Il passo successivo, quello che il rapporto non fa perché non è il suo mestiere, sarebbe dire quante ore di autonomia deve avere un sito in una zona alluvionale e chi controlla che le abbia davvero. Finché quel numero non lo scrive qualcuno, i 3 miliardi resteranno una stima, e le 150 interruzioni l’anno una statistica.

💬 Ne parliamo sul forum di TLCworld. Scriveteci nella discussione dedicata: leggiamo e rispondiamo lì.

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