
Il settore delle telecomunicazioni italiano si prepara a vivere una trasformazione epocale. Il 7 gennaio 2026, TIM ha annunciato di aver raggiunto un accordo preliminare con Fastweb+Vodafone per sviluppare insieme le reti di accesso mobile attraverso un modello di RAN sharing, ovvero la condivisione delle infrastrutture radio. Non si tratta dell’ennesimo accordo commerciale tra operatori, ma di una vera e propria rivoluzione nel modo di concepire e distribuire la connettività mobile nel nostro Paese.
Partiamo dal contesto. Da quando Swisscom ha completato l’acquisizione di Vodafone Italia nel novembre 2025, dando vita all’entità Fastweb+Vodafone, il panorama delle telecomunicazioni italiane ha subito un importante riassetto. Oggi questa nuova realtà, che rappresenta il principale operatore mobile italiano per numero di clienti, stringe la mano al suo storico competitor TIM per un progetto che potrebbe cambiare le regole del gioco. L’obiettivo dichiarato è ambizioso ma concreto: accelerare l’espansione del 5G su tutto il territorio nazionale, raggiungendo anche quelle zone che oggi restano ai margini della rivoluzione digitale.
Come Funziona il RAN Sharing e Perché Cambia Tutto
Per capire la portata di questo accordo, dobbiamo fare un passo indietro e spiegare cosa significa realmente RAN sharing. L’acronimo RAN sta per Radio Access Network, cioè quella parte della rete mobile composta da antenne, stazioni radio base e apparati che permettono ai nostri smartphone di connettersi alla rete dell’operatore. Tradizionalmente, ogni compagnia telefonica costruisce e gestisce la propria infrastruttura in modo completamente autonomo. Immaginate tre operatori che installano tre antenne diverse sullo stesso palazzo, oppure tre torri affiancate lungo la stessa strada. Una ridondanza che comporta costi enormi, impatto ambientale moltiplicato e tempi di deployment molto più lunghi.
Il modello di condivisione cambia radicalmente questa logica. Con il RAN sharing, gli operatori coinvolti possono utilizzare reciprocamente le infrastrutture dell’altro nelle aree interessate dall’accordo. In pratica, dove TIM ha già installato un’antenna 5G di ultima generazione, anche i clienti Fastweb+Vodafone potranno beneficiarne, e viceversa. Nessuna duplicazione, nessuno spreco. Ogni operatore mantiene la propria autonomia commerciale e può differenziarsi sul mercato con offerte, servizi e tecnologie proprietarie, ma condivide l’accesso fisico all’infrastruttura radio.
Questo approccio non è una novità assoluta nel panorama europeo. Paesi come Regno Unito, Spagna, Germania e Francia hanno già adottato modelli simili con risultati eccellenti in termini di copertura ed efficienza. In Italia, abbiamo già visto accordi di questo tipo: basti pensare alla partnership tra Iliad e WindTre avviata nel 2022. Tuttavia, l’intesa tra TIM e Fastweb+Vodafone ha una scala completamente diversa, coinvolgendo i due principali operatori del Paese e potenzialmente milioni di utenti.
I Vantaggi Concreti: Dalla Montagna alla Periferia
Leggendo l’annuncio ufficiale, emerge chiaramente come il vero beneficiario di questo accordo sarà il territorio italiano nella sua interezza. Le zone a bassa densità abitativa, quelle aree interne, montane o periferiche dove il ritorno economico di un investimento infrastrutturale è limitato, rappresentano oggi il vero tallone d’Achille della copertura 5G. Per un singolo operatore, installare un’antenna in un paesino di mille abitanti in Appennino ha un costo che difficilmente si ripaga. Ma se tre operatori condividono quell’unica infrastruttura, dividendo i costi di installazione e manutenzione, improvvisamente l’investimento diventa sostenibile.
Nel dettaglio, specifica una nota di Fastweb+Vodafone, l’accordo riguarda la copertura 5G nei comuni con meno di 35 mila abitanti. L’Italia viene divisa in due: ciascun operatore sarà responsabile dello sviluppo della rete in 10 regioni realizzando circa 15.500 siti entro la fine del 2028.
Il risultato? Una copertura 5G ad alte prestazioni che si estende anche dove prima sarebbe stata impensabile. Famiglie, piccole imprese, aziende agricole e attività turistiche nelle aree rurali potranno finalmente accedere alla connettività di nuova generazione, riducendo il divario digitale che ancora penalizza ampie porzioni del Paese. L’inclusione digitale non è solo una parola d’ordine politica, ma diventa una realtà tangibile quando le infrastrutture vengono condivise in modo intelligente.
Dal punto di vista ambientale, i benefici sono altrettanto evidenti. Meno antenne da costruire significa meno consumo di suolo, meno materiali impiegati, minore impatto paesaggistico e un footprint ecologico complessivamente ridotto. In un’epoca in cui la sostenibilità è diventata un imperativo non più rimandabile, questo modello rappresenta un esempio virtuoso di come tecnologia ed ecologia possano procedere di pari passo.
C’è poi l’aspetto economico per gli operatori stessi. Ridurre i costi di implementazione delle reti libera risorse preziose che possono essere reinvestite in ricerca, sviluppo e innovazione. Pensiamo alle tecnologie di nuova generazione che stanno arrivando: il 5G standalone (SA), le reti private per l’industria, l’edge computing, l’intelligenza artificiale applicata alla gestione delle reti. Tutti ambiti che richiedono investimenti massicci e che diventano più accessibili quando i costi operativi si riducono.
Il Percorso Verso l’Approvazione: Tappe e Incognite
Naturalmente, un accordo di questa portata non può essere semplicemente firmato e applicato. Il documento annunciato il 7 gennaio è un accordo preliminare, propedeutico alla stesura di un contratto definitivo che dovrebbe essere finalizzato entro il secondo trimestre del 2026. Ma prima di arrivare a quel punto, il progetto dovrà passare al vaglio di tre autorità cruciali.
La prima è il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), che dovrà valutare la compatibilità dell’accordo con le strategie nazionali di sviluppo digitale e con gli interessi strategici del Paese. La seconda è l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), che verificherà che questa collaborazione non comporti effetti distorsivi sulla concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni. È un passaggio delicato: da un lato c’è l’efficienza della condivisione infrastrutturale, dall’altro la necessità di preservare un mercato competitivo dove i consumatori possano scegliere tra offerte diverse e vantaggiose.
Infine, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCom) dovrà esprimere il proprio parere sulla conformità dell’accordo alle normative di settore. Questo triplo livello di controllo rappresenta una garanzia importante: assicura che l’intesa, per quanto vantaggiosa, non comprometta i diritti dei consumatori né la trasparenza del mercato.
L’Italia e gli Obiettivi del Decennio Digitale Europeo
Guardando al quadro più ampio, questo accordo si inserisce perfettamente nella strategia europea per il Decennio Digitale, il programma con cui l’Unione Europea punta a trasformare radicalmente il continente entro il 2030. Tra gli obiettivi chiave ci sono la copertura 5G completa di tutte le aree popolate, la connettività gigabit per tutte le famiglie europee e la digitalizzazione dei servizi pubblici.
L’Italia, come molti altri Paesi membri, ha accumulato un certo ritardo rispetto ai partner del Nord Europa in termini di infrastrutture digitali. Progetti come quello annunciato da TIM e Fastweb+Vodafone rappresentano un’accelerazione importante per recuperare terreno e posizionare il Paese tra le nazioni più avanzate in ambito di connettività mobile. Non si tratta solo di una questione di prestigio: la competitività economica dell’Italia nei prossimi decenni dipenderà in larga misura dalla qualità delle sue infrastrutture digitali.
Il 5G non è semplicemente “l’internet più veloce”. È la tecnologia abilitante per l’Internet delle Cose, per la guida autonoma, per la telemedicina, per le smart city, per l’industria 4.0. Senza una copertura capillare e performante, interi settori economici rischiano di rimanere indietro, con conseguenze dirette su occupazione, innovazione e crescita.
Autonomia Commerciale e Indipendenza Tecnologica: Un Equilibrio Delicato
Uno degli aspetti più interessanti di questo accordo è che, pur condividendo l’infrastruttura fisica, ciascun operatore mantiene piena autonomia commerciale e indipendenza tecnologica. Cosa significa in concreto? Che TIM, Fastweb e Vodafone continueranno a competere sul mercato con le proprie offerte, i propri piani tariffari, i propri servizi a valore aggiunto. La condivisione riguarda solo l’accesso radio, non il core della rete né tantomeno le strategie commerciali.
Questo è fondamentale per garantire che il mercato resti dinamico e competitivo. Un consumatore potrà scegliere TIM per una copertura particolarmente efficace in una certa area, oppure Fastweb per un’offerta convergente fibra-mobile più vantaggiosa, o ancora Vodafone per servizi internazionali migliori. La concorrenza resta viva, ma si sposta su altri terreni: qualità del servizio clienti, innovazione dei servizi, pricing, bundling con altri prodotti.
Dal punto di vista tecnologico, ogni operatore potrà continuare a sviluppare le proprie soluzioni di rete core, i propri sistemi di gestione del traffico, le proprie piattaforme di servizi digitali. Il RAN sharing, insomma, non è una fusione né un cartello, ma un modello collaborativo che ottimizza le risorse senza annullare le differenze.

Il Mio Pensiero: Una Mossa Intelligente, Ma Serve Trasparenza
Devo dire che, da osservatore del settore delle telecomunicazioni da molti anni, guardo a questo accordo con un cauto ottimismo. Da un lato, è innegabile che il RAN sharing rappresenti la strada più razionale per estendere il 5G in modo rapido, sostenibile ed efficiente. Continuare a duplicare infrastrutture in un mercato maturo come quello italiano sarebbe uno spreco di risorse che nessuno può più permettersi.
Dall’altro lato, credo sia fondamentale che le autorità vigilino attentamente sulla reale apertura del mercato. Il rischio, seppur remoto, è che questa collaborazione possa trasformarsi in una forma di coordinamento implicito sulle politiche commerciali. Per questo, la trasparenza sarà cruciale: i consumatori dovranno essere informati chiaramente su come funziona la condivisione, quali sono le differenze tra gli operatori nelle diverse aree, e quali garanzie hanno in termini di qualità del servizio.
L’accordo definitivo dovrebbe arrivare entro giugno 2026, ma sappiamo bene come i processi autorizzativi in Italia possano allungarsi. Spero che le autorità competenti lavorino con la massima efficienza per non rallentare un progetto che potrebbe davvero fare la differenza per milioni di italiani.
Cosa Aspettarsi nei Prossimi Mesi
Guardando al futuro immediato, i prossimi mesi saranno decisivi. Dopo l’annuncio dell’accordo preliminare, assisteremo probabilmente a un intenso lavoro tecnico tra le società coinvolte per definire i dettagli operativi: quali aree saranno coperte dal RAN sharing, quali frequenze saranno utilizzate, come verrà gestita la manutenzione, quali saranno i meccanismi di ripartizione dei costi.
In parallelo, le tre autorità avvieranno le proprie istruttorie. L’AGCM, in particolare, potrebbe richiedere approfondimenti e persino imporre condizioni specifiche per salvaguardare la concorrenza. Non sarebbe una sorpresa se, ad esempio, venisse richiesto agli operatori di garantire l’accesso wholesale ad altri soggetti, oppure di mantenere separati determinati asset strategici.
Se tutto procederà secondo i piani, entro l’estate 2026 potremmo vedere la firma del contratto definitivo e l’avvio operativo della collaborazione. A quel punto, l’implementazione sul campo richiederà ancora tempo: parliamo comunque di adeguamenti tecnici, integrazioni di sistemi, test sul campo. Ma la direzione sarà tracciata, e l’Italia potrà finalmente contare su una strategia coordinata per la copertura 5G nazionale.
Per noi utenti finali, i benefici potrebbero tradursi in una copertura più ampia già entro la fine del 2026, soprattutto nelle aree attualmente scoperte. Chi vive in zone rurali o montane potrà finalmente accedere a servizi che oggi sono appannaggio solo delle grandi città: streaming video in alta definizione, videoconferenze stabili, connessioni affidabili per lo smart working, applicazioni IoT per l’agricoltura di precisione.
Un Modello da Esportare?
Una domanda interessante è se questo modello possa essere replicato anche in altri ambiti. Pensiamo alla fibra ottica: anche in quel settore esistono problemi di duplicazione infrastrutturale e di copertura disomogenea. Oppure pensiamo alle reti private 5G per l’industria: molte aziende potrebbero beneficiare di partnership simili per condividere i costi di realizzazione di reti dedicate.
Il RAN sharing tra TIM e Fastweb+Vodafone potrebbe quindi rappresentare un precedente importante, un caso di studio che dimostra come la collaborazione tra competitor possa generare valore per tutti: per le aziende, che riducono i costi; per i consumatori, che ottengono servizi migliori; per il Paese, che accelera la propria trasformazione digitale.
In conclusione, siamo di fronte a una notizia che va ben oltre il comunicato stampa di rito. È un cambio di paradigma nel modo di concepire le infrastrutture di telecomunicazione in Italia. Se le autorità sapranno fare la loro parte, garantendo equilibrio tra efficienza e concorrenza, questo accordo potrebbe davvero segnare l’inizio di una nuova era per il 5G italiano. Una sfida ambiziosa, ma alla portata. E soprattutto, necessaria.